Prossimi appuntamenti

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Lunedi’ 1° marzo, alle ore 17, presso la SALA  TEATRO  della Asl  in Via Fabi a Frosinone si terrà un INCONTRO delle Associazioni di Volontariato  e dei cittadini con i rappresentanti delle Istituzioni PER SOSTENERE la proposta del Consiglio Comunale del Capoluogo, votata all’unanimità, di intitolare il nuovo Ospedale di Frosinone al dott. FABRIZIO SPAZIANI, Medaglia d’Oro al Valor Civile, conferita dal Presidente della Repubblica con decreto  dell’1.02.2010.
1° marzo Giornata di solidarietà allo sciopero dei migranti. Per quest’occasione il 4 marzo, Frosinone, presso Oltre l’Occidente, dalle 18 Assemblea Pubblica  sulle migrazione, cena multietnica a sottoscrizione, musica con Les Tritons (Francia)
7 marzo visita guidata a Caserta e dintorni, a cura di Godere Operaio
12 marzo Sciopero della scuola, a cura dei COBAS e manifestazione a Roma, h.10
20 marzo Manifestazione nazionale contro la privatizzazione dell’acqua, h. 14
20 marzo proiezione del Film Briciole presso il Liceo Scientifico di Ceccano a cura dell’Ass. Mnemosine
Si segnalano inoltre:
- Più di 20 associazioni hanno aderito al progetto Case della Pace e proposto al comune di Frosinone di individuare un sito e presentare il progetto. Probabilmente venerdì sera 5 marzo, se il Comune avrà risposto positivamente all’istanza,  ci potrebbe essere un incontro collettivo alla presenza delle istituzioni.
“Fa’ la cosa giusta!” (http://falacosagiusta.terre.it/) è una fiera organizzata da Terre Di Mezzo e che si terrà a Milano dal 12 al 14 marzo prossimi. Durante l’iniziativa verranno presentati i primi due progetti di cohousing completati (Urban Village Bovisa e Cosycoh, il primo cohousing in affitto a 10€/mq) e, in assoluta anteprima, il nuovo e più bel progetto in partenza… Terracielo, il cohousing delle meraviglie. La fiera è aperta dalle 9 alle 21 il venerdi 12, dalle 9 alle 23 il sabato 13 e dalle 10 alle 19 la domenica 14.

- 12 marzo Sciopero della scuola, a cura dei COBAS e manifestazione a Roma

12marzoscuola1

20 marzo Manifestazione nazionale contro la privatizzazione dell’acqua, h. 14

20 marzo proiezione del Film Briciole presso il Liceo Scientifico di Ceccano a cura dell’Ass. Mnemosine

“Fa’ la cosa giusta!” (http://falacosagiusta.terre.it/) è una fiera organizzata da Terre Di Mezzo e che si terrà a Milano dal 12 al 14 marzo prossimi. Durante l’iniziativa verranno presentati i primi due progetti di cohousing completati (Urban Village Bovisa e Cosycoh, il primo cohousing in affitto a 10€/mq) e, in assoluta anteprima, il nuovo e più bel progetto in partenza… Terracielo, il cohousing delle meraviglie. La fiera è aperta dalle 9 alle 21 il venerdi 12, dalle 9 alle 23 il sabato 13 e dalle 10 alle 19 la domenica 14.

Italiano per migranti

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Pomezia 15 gennaio  ore 16.30 i Centri di Servizio per il Volontariato del Lazio Cesv e Spes, in collaborazione con l’associazione Art’Incantiere presentano “La rete scuole migranti. La lingua italiana per l’integrazione sociale”. Sarà presentata la ricerca Scuolemigranti condotta da Alessandro Scassellati e Massimiliano Trulli col sostegno dei CVS del Lazio Cesv e Spes. Presso la Sala Consiliare del Comune di Pomezia in Piazza Indipendenza, 8.

Prosegue a Frosinone promossa da Casa dei Diritti Sociali, Cesv e Oltre l’Occidente il corso d’italiano per adulti stranieri e uno per minori in età scolare.

I corsi si tengono dal lunedì al giovedì dalle ore 16:00, l.go Paleario 7 – Frosinone. Per informazioni: tel 0775-1993049, 3346754758

Ecco il perché dei «viaggi della speranza»: manca una riabilitazione seria

Ecco il perché dei «viaggi della speranza»: manca una riabilitazione seria
(di Marina Cometto*)
«Ma da dove nascono i “viaggi della speranza”?»: questo il provocatorio quesito proposto qualche giorno fa in Superando da Giorgio Genta, che nemmeno troppo velatamente aveva anche suggerito la risposta, ovvero dall’inadeguatezza delle proposte terapeutiche offerte dal Servizio Sanitario Nazionale. Oggi la approfondiamo ulteriormente la questione grazie a Marina Cometto, che conferma quella risposta, aggiungendo ulteriori quesiti: «Non si dice ovunque che la salute è un diritto? E la riabilitazione non fa parte di questo?»
o letto l’articolo di Giorgio Genta pubblicato in Superando, con il titolo Ma da dove nascono i «viaggi della speranza»? [lo si veda cliccando qui, N.d.R.] e vorrei provare a dare una risposta nata dalla mia esperienza personale e associativa.
Quando nasce un bambino con disabilità, nella maggior parte dei casi alle famiglie non viene data alcuna informazione su come comportarsi, quali sostegni richiedere, dove rivolgersi per la riabilitazione motoria, logopedica, visiva; insomma, a questi genitori viene posto tra le braccia un bambino e a parte la “pacca sulla spalla” come segno di condivisione, non viene offerto altro. Si arriva a casa, ci si informa, spesso ci si deve sottoporre insieme al bambino ad accertamenti genetici per individuare ove possibile la sindrome o la malattia che ha cambiato la vita, si legge, ci si informa tra genitori, si arriva all’équipe territoriale e qui si ha la risposta alla domanda di Giorgio Genta: i viaggi della speranza nascono dalla totale solitudine e disinformazione in cui vengono a trovarsi i genitori, che cercano così – con cuore colmo di speranza – di trovare una soluzione al problema del loro figlio, per cui si affidano al sentito dire, all’esperienza di altri, anche se con patologie diverse, e questo perché sul territorio di residenza non hanno trovato risposte soddisfacenti.
La realtà, la dura realtà è che in Italia di fatto non esiste una riabilitazione che abbia un senso, perché non si riabilita certamente un bambino con una seduta di psicomotricità o di fisioterapia domiciliare o ambulatoriale alla settimana (solo in poche ASL italiane si ritengono utili sedute più frequenti). Né si riabilita un bambino solamente con ripetuti movimenti passivi senza coinvolgere anche il fattore cognitivo – pur se compromesso in maniera importante: sempre più spesso, infatti, nelle gravissime disabilità viene detto ai genitori che «la fisioterapia non serve», perché il bambino è troppo grave e sarebbe inutile (ma questi medici hanno la “sfera di cristallo” per poterlo asserire?). La logopedia, poi – finalmente vista non più solo come aiuto per la comunicazione verbale, ma anche per stabilire un qualsiasi contatto visivo, tattile e uditivo, utile comunque a entrare in sintonia – non viene proposta prima dei tre anni, perché, viene detto, «prima non serve» (incompetenti!).
Cosa deve fare un genitore in questi casi? Stare a guardare il proprio figlio peggiorare inevitabilmente senza provare a far nulla? Ci si consulta con altri genitori, ci si scambiano informazioni e si naviga in internet, si trovano Centri (e voglio parlare solo di quelli seri e corretti, tralasciando quelli che speculano sulla disperazione dei genitori), che fanno fisioterapia tutti i giorni, che offrono logopedia anche ai bambini piccolissimi, che sfruttano la grande opportunità dell’acqua con frequenti sedute riabilitative in piscina, che spiegano le funzioni dei vari ausili consigliati, che offrono una speranza non di guarigione, ma di piccoli e duraturi miglioramenti, e questo per un genitore è già un insperato traguardo.
I genitori – quelli coscienti, obiettivi, con i piedi per terra – si impegnano anche a sollecitare le varie ASL per migliorare e proporre nuove metodiche, per collaborare per il bene dei propri figli, ma trovano sempre ostacoli enormi ad essere presi in considerazione. I medici, infine, sono troppo spesso determinati a togliere le speranze di un possibile miglioramento delle condizioni dei nostri bambini, chiedendoci la rassegnazione, assolutamente impensabile.
Ecco dunque la mia opinione – ma sono sempre disponibile a ogni approfondimento – sul perché dei viaggi della speranza: in Italia non ci sono Centri riabilitativi in numero adeguato che veramente si occupino di riabilitazione dell’età evolutiva; si possono contare sulle dita di una mano, hanno liste d’attesa lunghissime e non offrono tutto quello che offrono i Centri stranieri – sia quelli seri che quelli che speculano – e la soluzione per evitare questa “emigrazione” che costa spesso anche molto al nostro Servizio Sanitario Nazionale, non è certamente quella di consigliare ai medici specialisti moderazione nelle prescrizioni. L’unica soluzione, invece, sarebbe quella di offrire a tutti i bambini e agli adulti con disabilità una riabilitazione seria, intensiva e credibile anche in Italia.
In questo momento, poi, in cui le sanità regionali devono far “pareggiare i conti” e limitano quindi ulteriormente la riabilitazione ai bambini e agli adulti con gravissime disabilità, in maniera assurda e inaccettabile, si può criticare chi si rivolge all’estero?
Ma non si dice ovunque che la salute è un diritto? E la riabilitazione non fa parte di questo ?
*Presidente Associazione “Claudia Bottigelli” – Difesa dei Diritti Umani e Aiuto alle Famiglie con Figli Disabili Gravissimi.

inga_madonnada superando.it, di Marina Cometto Presidente Associazione “Claudia Bottigelli” – Difesa dei Diritti Umani e Aiuto alle Famiglie con Figli Disabili Gravissimi.

«Ma da dove nascono i “viaggi della speranza”?»: questo il provocatorio quesito proposto qualche giorno fa in Superando da Giorgio Genta, che nemmeno troppo velatamente aveva anche suggerito la risposta, ovvero dall’inadeguatezza delle proposte terapeutiche offerte dal Servizio Sanitario Nazionale. Oggi la approfondiamo ulteriormente la questione grazie a Marina Cometto, che conferma quella risposta, aggiungendo ulteriori quesiti: «Non si dice ovunque che la salute è un diritto? E la riabilitazione non fa parte di questo?» Read the rest of this entry »

Ma nonostante tutto la Convenzione c’è!

Ma nonostante tutto la Convenzione c’è!
(di Franco Bomprezzi*)
E proprio nei prossimi giorni è passato un anno da quando l’Italia l’ha ratificata. Parliamo naturalmente della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, rispetto alla quale, purtroppo, la sensazione è che nel nostro Paese si sia quasi fermi, per colpa forse della crisi – negata da molti, ma assai reale, specie a livello di Enti Locali, privi di risorse economiche, e quindi costretti a tagliare a raffica sui servizi che fino a qualche anno fa erano considerati di routine – o per colpa del silenzio mediatico, vera barriera architettonica contro la quale si cozza quotidianamente, incapaci di superarla con la forza delle sole parole
31 marzo 2007: l’allora ministro Paolo Ferrero insieme a Giampiero Griffo di DPI (Disabled Peoples’ International), in occasione della firma da parte dell’Italia della Convenzione (foto di Giulio Fazzi)
Il 24 febbraio di un anno fa il Parlamento Italiano ratificava unanime la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Fu una notizia importantissima per questo mondo, ma totalmente snobbata dai media, che parlarono della Convenzione solo quando si seppe che il Vaticano non l’avrebbe approvata – pur avendo lavorato positivamente alla sua stesura in sede di Comitato ONU – per un’interpretazione allarmata di un articolo sulla prevenzione della disabilità (timore di una deriva abortista). Null’altro, che io ricordi, a commento di una legge, perché dopo la ratifica la Convenzione è legge dello Stato [esattamente la Legge 18/09, N.d.R.].
E dunque com’è pensabile che in questi dodici mesi la Convenzione sia entrata nella coscienza civica del nostro Paese, tormentato, peraltro, da guai di ogni genere? Impensabile. E infatti, dodici mesi dopo, se non sbaglio, non è ancora partito, non è funzionante, l’Osservatorio Nazionale previsto dalla legge, che dovrebbe monitorare lo stato di attuazione in Italia dei tanti princìpi contenuti nella splendida normativa.
La Convenzione – vale la pena ricordarlo, o farlo sapere adesso a chi ancora lo ignora – è un documento di grande valore giuridico internazionale, la prima Convenzione ONU del nuovo millennio. Riguarda 650 milioni di cittadini nel mondo, per citare il bel libro di Matteo Schianchi La terza nazione del mondo. Essa stabilisce prima di tutto un nuovo modo di valutare e definire la disabilità, partendo dalla rivoluzione copernicana dell’ICF, la nuova classificazione funzionale ideata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Riporto giusto questa definizione, contenuta nel Preambolo della Convenzione, per il suo carattere rivoluzionario: «La disabilità è un concetto in evoluzione e [...] il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri». Già: la disabilità è un concetto in evoluzione ed è il risultato dell’interazione fra la persona e l’ambiente.
La Convenzione, è bene ricordarlo, è il più grande “grimaldello” a disposizione per smascherare qualsiasi politica o comportamento discriminatorio, anche se in Italia esiste già una legge importante, quanto ancora scarsamente utilizzata, che è la Legge n. 67 del 1° marzo 2006, Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni.
Mi piacerebbe oggi sapere che cosa ne pensano gli attori di questa piccola grande rivoluzione culturale, ma anche coloro che si erano impegnati a parole a portare avanti nel concreto i contenuti della Convenzione. La sensazione è che siamo quasi fermi, per colpa forse della crisi (negata da molti, ma assai reale, specie a livello di Enti Locali, privi di risorse economiche, e quindi costretti a tagliare a raffica sui servizi che fino a qualche anno fa erano considerati di routine). O per colpa del silenzio mediatico, vera barriera architettonica contro la quale si cozza quotidianamente, incapaci di superarla con la forza delle sole parole.
Comunque, un anno dopo, possiamo almeno dire: la Convenzione c’è, viva la Convenzione.

handicap_3(di Franco Bomprezzi*) da superando.it

E proprio nei prossimi giorni è passato un anno da quando l’Italia l’ha ratificata. Parliamo naturalmente della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, rispetto alla quale, purtroppo, la sensazione è che nel nostro Paese si sia quasi fermi, per colpa forse della crisi – negata da molti, ma assai reale, specie a livello di Enti Locali, privi di risorse economiche, e quindi costretti a tagliare a raffica sui servizi che fino a qualche anno fa erano considerati di routine – o per colpa del silenzio mediatico, vera barriera architettonica contro la quale si cozza quotidianamente, incapaci di superarla con la forza delle sole parole

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I morti sul lavoro e di lavoro non sono una fatalità

Conferenza Regionale Amianto del Lazio non governativa
26-27 febbraio 2010 Auditorium Comunale di Bassiano
Relazione di Michele Michelino
I MORTI SUL LAVORO E DI LAVORO NON SONO MAI UNA FATALITÀ
Gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali sono quasi sempre il risultato di una intensificazione dello sfruttamento, di ritmi di lavoro inumani che provocano condizioni di vita e di lavoro insicuro in ambienti insalubri, a contatto con sostanze nocive e cancerogene senza adeguate protezioni per i lavoratori.
In mancanza di serie e certe sanzioni, molti datori di lavoro, che si arricchiscono attraverso lo sfruttamento degli esseri umani, quando si verificano infortuni mortali parlano dei morti sul lavoro come di “tragedie imprevedibili”. Le chiamano “morti bianche”, come se i lavoratori assassinati fossero morti per caso, senza responsabilità di nessuno, arrivando in alcuni casi a sostenere che la colpa degli infortuni sarebbe la causa della disattenzione degli operai stessi.
In Italia ci sono più di 800 mila invalidi del lavoro e 130 mila sono le vedove e gli orfani.
I datori di lavoro responsabili di questi assassini – dopo aver sfruttato fino alla morte i lavoratori risparmiando sui costi della sicurezza – da buoni “filantropi” hanno istituito la “Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro” per ricordare alle potenziali vittime (i lavoratori) di stare più attenti, e mentre piangono lacrime di coccodrillo continuano a fare profitti risparmiando anche sulla sicurezza. La vita e l’umanità di certi industriali non è dettata dai battiti del cuore, ma dalla velocità con cui si accumula il capitale – sfruttando i lavoratori – e si riempie il loro portafoglio. Per alcuni la perdita di vite umane nel processo produttivo è considerato fisiologica, al massimo un aumento dei costi dell’assicurazione INAIL. Ciò che interessa non è eliminare questa mattanza, ma di contenere il “fenomeno degli incidenti” sul lavoro, che si traduce per loro in una perdita economica.
Secondo l’ILO (l’International Labour Office), ogni giorno muoiono nel mondo più di seimila persone per infortuni e malattie professionali.
Nonostante le campagne pubblicitarie, a livello mondiale il numero dei lavoratori morti per infortuni sul lavoro e malattie professionali è sempre da bollettino di guerra.
Le malattie professionali diluiscono le morti nel tempo: per esposizione o contatto con sostanze nocive e cancerogene nel processo di produzione l’ILO stima che ogni anno perdano la vita circa 438.000 lavoratori, cifra senz’altro in difetto rispetto alla realtà.
L’amianto, in particolare, è responsabile della morte di 100.000 persone l’anno (più di 4.000 nella sola Italia), mentre la silicosi continua a colpire milioni di lavoratori e pensionati nel mondo.
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Esiste una guerra non dichiarata fra sfruttati e sfruttatori in cui i morti, i feriti e gli invalidi si contano da una parte sola; gli operai, i lavoratori che producono ricchezza da cui sono esclusi. Così scriveva G. Berlinguer in (Medicina del lavoro in La salute nella fabbrica, edizioni Italia – URSS, Roma 1972, pag, 32):
“Nel ventennio1946–1966 si sono verificate in Italia 22.860.964 casi di infortunio e di malattia professionale, con 82.557 morti e con 966.880 invalidi. Quasi un milione di invalidi, il doppio di quelli causati in Italia dalle due guerre mondiali, che furono circa mezzo milione. Mentre la media degli infortuni e malattie professionali nel ventennio 1946–1966 è stata lievemente superiore ad 1 milione di casi annui, negli anni dal 1967 al 1969 la cifra è salita ad oltre 1,5 milioni di casi e nel 1970 ad 1.650.000 casi”.
Sono passati molti anni da questo studio ma la condizione della classe operaia italiana è in continuo peggioramento.
Nella crisi si riducono i posti di lavoro, ci sono meno lavoratori occupati, diminuiscono lievemente i morti, ma in percentuale aumentano gli infortuni.
Gli incidenti sul lavoro in Italia hanno fatto più morti fra i lavoratori che fra i soldati della coalizione occidentale della 2° guerra del Golfo. L’Eurispes ha calcolato che dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252 e l’età media di chi perde la vita è intorno ai 37 anni. Secondo dati Eurostat (del 2005) ogni anno 5.700 persone muoiono a causa di incidenti sul lavoro.
L’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) stima che altri 159.500 lavoratori perdano la vita a causa di malattie professionali. Sommando i dati si stima che ogni 3 minuti e mezzo nell’UE ci sia un decesso per cause legate all’attività lavorativa.
Anche le malattie professionali non tabellate sono in aumento: nel 2002 erano il 71%, nel 2006 sono arrivate all’83%, mentre l’istituto calcola in 200mila gli incidenti sommersi e non denunciati.
Di lavoro si continua a morire.
Nel 2008 – per la prima volta dal dopoguerra – i dati dicono che sono diminuiti gli incidenti sul lavoro. Ci sono stati 1.120 morti sul lavoro (-7,2% rispetto ai 1.207 del 2007), ma i casi di malattia professionale denunciati sono stati 29.700 (+ 11%) rispetto all’anno precedente, 9.300 quelli riconosciuti, 5.400 malattie professionali con esiti di inabilità permanente, 280 quelli con esiti mortali. Si stima che, dove c’è lavoro “nero”, 1 su 3 incidenti non vengano denunciati, e la percentuale sale ancor più fra gli immigrati.
Questi dati ci dicono che avremmo bisogno di prevenire gli “incidenti” con leggi, sanzioni e una medicina preventiva in grado di rintracciare le cause che producono malattie e morte e di eliminarli. Purtroppo questo non succede perché non è interesse della società del profitto. In questa società gli esseri umani sono trattati come merce, come cose e la natura ridotta a qualcosa da saccheggiare selvaggiamente; da qui la causa delle “catastrofi naturali” che di naturale non hanno niente.
Una società che ha il suo fondamento nella Costituzione Repubblicana, che all’art. 32 recita “La Repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e della collettività”, arrivando a dichiarare che la stessa iniziativa privata – pur essendo libera
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- “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art. 41 II comma cost.) richiederebbe delle leggi, un sistema sociale e una medicina veramente al servizio degli esseri umani per prevenire.
L’amianto come tutte le sostanze cancerogene provoca danni che sono all’origine di numerosi tumori. Non esistono soglie di sicurezza o di tolleranza alle sostanze cancerogene. Anche per le altre sostanze cancerogene, sebbene sia necessario, non basta predisporre dispositivi di protezione individuali o collettivi per la riduzione del rischio, ma bisogna adoperarsi affinché il rischio sia ridotto a zero.  L’esposizione alle fibre di amianto riduce l’aspettativa di vita di chi è stato esposto facendo vivere lui e la sua famiglia nel terrore di ammalarsi.
L’esposizione alle sostanze cancerogene nei luoghi di lavoro e nella società colpisce generalmente gli strati più sfruttati. Infatti, sono i più poveri che non possono pagarsi il grande clinico che rassicura e toglie almeno l’ansia di ammalarsi.
Il movimento operaio e popolare si deve battere per  il rischio zero. Deve lottare per imporlo alle associazioni padronali e allo stato. Non possiamo accettare, sotto il ricatto del posto di lavoro, di rimetterci la salute e la vita, e ipotecare il futuro alle nuove generazioni inquinando il pianeta.
Le lotte del movimento operaio, dei lavoratori e cittadini organizzati in Comitati e Associazioni hanno contribuito a rompere il muro di omertà e complicità con i responsabili di questi assassinii, facendo pressione sulle istituzioni, “costringendole” a perseguire i responsabili.
In questi anni abbiamo visto una giustizia che, spesso, difendeva solo una parte dei cittadini, quella degli industriali.
Quasi sempre vediamo governi e istituzioni (di qualsiasi colore politico) che – mentre proclamano di essere al di sopra delle parti – riconoscono come legittimo il profitto e legalizzano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, arrivando nella migliore delle ipotesi a punire con una semplice ammenda gli omicidi e i morti sul lavoro e di lavoro.
Nel nostro paese i diritti sanciti nella Costituzione sono tuttora subordinati ai poteri forti e applicati solo se compatibili con essi. Non si può subordinare la salute e la vita umana alla logica del profitto, ai costi economici aziendali o ai bilanci dello stato. Senza rispetto per la vita umana, gli operai, i lavoratori continueranno a morire sul lavoro e di lavoro e le sostanze cancerogene presenti sul territorio, se non si eliminano, continueranno ad uccidere gli esseri umani e la natura.
“Libertà, legalità, giustizia per tutti” rimangono parole astratte, principi vuoti di significato se le classi sottomesse non hanno i mezzi economici e politici per farli rispettare.
I limiti legali imposti per legge alle sostanze cancerogene non danno nessuna garanzia alla tutela della salute. La salute è continuamente esposta a rischi. Lo vediamo con il continuo aumento dell’ inquinamento per polveri sottili e altre sostanze nelle nostre città e con il continuo superamento delle soglie.
Anni fa in Lombardia, in alcuni paesi, la soglia di atrazina nelle falde acquifere da cui si estraeva l’acqua potabile era di molto superiore ai limiti legali imposti dalla legge europea. Dato che non si poteva (o non si voleva) riportarla sotto la soglia di sicurezza e nei limiti previsti dalla legge, il legislatore ha pensato bene di risolvere il problema alzando tali limiti di legge previsti per l’atrazina nell’acqua, “legalizzando” così l’inquinamento, facendo diventare legale l’acqua inquinata.
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La lotta per pretendere e imporre condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e nella società riguarda tutti.
Lottare per ambienti salubri e un mondo pulito significa lottare contro chi – pur di fare soldi sulla pelle dei lavoratori e cittadini – condanna a morte migliaia di esseri umani, anteponendo i suoi interessi privati a quelli collettivi della società.
In una società civile la salute viene prima di tutto.
Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio
Michele Michelino
Bassiano,  26/27 febbraio 2010
e-mail:michele.mi@inwind.it
Per contatti:  cell. 3357850799
via Magenta 88 / 20099 Sesto S. Giovanni  MI / tel+fax 0226224099
c/o Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”
e-mail: cip.mi@tiscalinet.it
Sito Internet del Comitato:              http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

balleriniConferenza Regionale Amianto del Lazio non governativa 26-27 febbraio 2010 Auditorium Comunale di Bassiano Relazione di Michele Michelino

Gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali sono quasi sempre il risultato di una intensificazione dello sfruttamento, di ritmi di lavoro inumani che provocano condizioni di vita e di lavoro insicuro in ambienti insalubri, a contatto con sostanze nocive e cancerogene senza adeguate protezioni per i lavoratori.

In mancanza di serie e certe sanzioni, molti datori di lavoro, che si arricchiscono attraverso lo sfruttamento degli esseri umani, quando si verificano infortuni mortali parlano dei morti sul lavoro come di “tragedie imprevedibili”. Le chiamano “morti bianche”, come se i lavoratori assassinati fossero morti per caso, senza responsabilità di nessuno, arrivando in alcuni casi a sostenere che la colpa degli infortuni sarebbe la causa della disattenzione degli operai stessi.

In Italia ci sono più di 800 mila invalidi del lavoro e 130 mila sono le vedove e gli orfani. Read the rest of this entry »

L’attuale periodo storico

inga_gattodi Emir Sader www.guerrepace.org

L’America latina scenario privilegiato dell’alternativa postneoliberista

L’attuale periodo storico ha preso il via dal convergere di tre cambiamenti di carattere regressivo: il passaggio da un mondo bipolare a uno unipolare, sotto l’egemonia imperiale statunitense; il passaggio da un ciclo lungo espansivo del capitalismo a uno lungo di carattere recessivo; il passaggio dall’egemonia di un modello regolatore (keynesiano, del benessere sociale o come lo si voglia chiamare) al modello neoliberista, deregolatore, del libero mercato.

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Gandhi, localismo e decrescita

6. RIFLESSIONE. ELENA LIOTTA: GANDHI, LOCALISMO E DECRESCITA
[Ringraziamo Elena Liotta (per contatti: e_liotta@yahoo.it) per averci messo a disposizione il testo della seguente conferenza comemmorativa di Gandhi tenuta a Orvieto nel gennaio 2010 nell'ambito del "Laboratorio sugli stili di vita" (che include decrescita, localismo e nonviolenza).
Elena Liotta, nata a Buenos Aires il 25 settembre 1950, risiede a Orvieto, in Umbria; e' psicoterapeuta e psicologa analista, membro dell'Ordine degli Psicologi dell'Umbria, membro dell'Apa (American Psychological Association), socia fondatrice del Pari Center for New Learning; oltre all'attivita' psicoterapica, svolta prevalentemente con pazienti adulti, in setting individuale, di coppia e di gruppo, ha svolto e svolge altre attivita' culturali e organizzative sempre nel campo della psicologia e della psicoanalisi; tra le sue esperienze didattiche: professoressa di Psicologia presso la "American University of Rome"; docente in corsi di formazione, e coordinatrice-organizzatrice di corsi di formazione a carattere psicologico, per servizi pubblici e istituzioni pubbliche e private; didatta presso l'Aipa, societa' analitica accreditata come scuola di specializzazione post-laurea, per la formazione in psicoterapia e per la formazione di psicologi analisti; tra le altre esperienze parallele alla professione psicoterapica e didattica: attualmente svolge il ruolo di Coordinatrice psicopedagogica e consulente dei servizi sociali per il Comune di Orvieto, e di Coordinatrice tecnico-organizzativa di ambito territoriale per la Regione Umbria nell'Ambito n. 12 di Orvieto (dodici Comuni), per la ex- Legge 285, sul sostegno all'infanzia e adolescenza e alle famiglie, occupandosi anche della formazione e monitoraggio dei nuovi servizi; e' stata assessore alle politiche sociali presso il Comune di Orvieto; dopo la prima laurea ha anche lavorato per alcuni anni in campo editoriale, redazionale e bibliografico-biblioteconomico (per "L'Espresso", "Reporter", Treccani, Istituti di ricerca e biblioteche). Autrice anche di molti saggi apparsi in riviste specializzate e in volumi collettanei, tra le opere di Elena Liotta segnaliamo particolarmente Educare al Se', Edizioni Scientifiche Magi, Roma 2001; Le solitudini nella societa' globale, La Piccola Editrice, Celleno (Vt) 2003; con L. Dottarelli e L. Sebastiani, Le ragioni della speranza in tempi di caos, La Piccola Editrice, Celleno (Vt) 2004; Su Anima e Terra. Il valore psichico del luogo, Edizioni Scientifiche Magi, Roma 2005; La maschera trasparente, La Piccola Editrice, Celleno (Vt) 2006; A modo mio. Donne tra creativita' e potere, Magi, Roma 2007.
Mohandas K. Gandhi e' stato della nonviolenza il piu' grande e profondo pensatore e operatore, cercatore e scopritore; e il fondatore della nonviolenza come proposta d'intervento politico e sociale e principio d'organizzazione sociale e politica, come progetto di liberazione e di convivenza. Nato a Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra, avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne il leader della lotta contro la discriminazione degli immigrati indiani ed elaboro' le tecniche della nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne uno dei leader del Partito del Congresso che si batteva per la liberazione dal colonialismo britannico. Guido' grandi lotte politiche e sociali affinando sempre piu' la teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte di organizzazione economica e sociale in direzione solidale ed egualitaria. Fu assassinato il 30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed e' tale la grandezza di quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare che non va  mitizzato, e che quindi non vanno occultati limiti, contraddizioni, ed alcuni aspetti discutibili - che pure vi sono - della sua figura, della sua riflessione, della sua opera. Opere di Gandhi:  essendo Gandhi un organizzatore, un giornalista, un politico, un avvocato, un uomo d'azione, oltre che una natura profondamente religiosa, i suoi scritti devono sempre essere contestualizzati per non fraintenderli; Gandhi considerava la sua riflessione in continuo sviluppo, e alla sua autobiografia diede significativamente il titolo Storia dei miei esperimenti con la verita'. In italiano l'antologia migliore e' Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi; si vedano anche: La forza della verita', vol. I, Sonda; Villaggio e autonomia, Lef; l'autobiografia tradotta col titolo La mia vita per la liberta', Newton Compton; La resistenza nonviolenta, Newton Compton; Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Movimento Nonviolento (traduzione del fondamentale libro di Gandhi: Hind Swaraj; ora disponibile anche in nuova traduzione col titolo Vi spiego i mali della civilta' moderna, Gandhi Edizioni); La cura della natura, Lef; Una guerra senza violenza, Lef (traduzione del primo, e fondamentale, libro di Gandhi: Satyagraha in South Africa). Altri volumi sono stati pubblicati da Comunita': la nota e discutibile raccolta di frammenti Antiche come le montagne; da Sellerio: Tempio di verita'; da Newton Compton: e tra essi segnaliamo particolarmente Il mio credo, il mio pensiero, e La voce della verita'; Feltrinelli ha recentemente pubblicato l'antologia Per la pace, curata e introdotta da Thomas Merton. Altri volumi ancora sono stati pubblicati dagli stessi e da altri editori. I materiali della drammatica polemica tra Gandhi, Martin Buber e Judah L. Magnes sono stati pubblicati sotto il titolo complessivo Devono gli ebrei farsi massacrare?, in "Micromega" n. 2 del 1991 (e per un acuto commento si veda il saggio in proposito nel libro di Giuliano Pontara, Guerre, disobbedienza civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996). Opere su Gandhi: tra le biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il mahatma, Mondadori; il recente accurato lavoro di Judith M. Brown, Gandhi, Il Mulino; il recentissimo libro di Yogesh Chadha, Gandhi, Mondadori, e quello di Christine Jordis, Gandhi, Feltrinelli. Tra gli studi cfr. Johan Galtung, Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele; Icilio Vecchiotti, Che cosa ha veramente detto Gandhi, Ubaldini; ed i volumi di Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il Mulino (in collaborazione con Pier Cesare Bori); Gandhi in Italia, Il Mulino; Gandhi e l'India, Giunti. Cfr. inoltre: Dennis Dalton, Gandhi, il Mahatma. Il potere della nonviolenza, Ecig. Una importante testimonianza e' quella di Vinoba, Gandhi, la via del maestro, Paoline. Per la bibliografia cfr. anche Gabriele Rossi (a cura di), Mahatma Gandhi; materiali esistenti nelle biblioteche di Bologna, Comune di Bologna. Altri libri particolarmente utili disponibili in italiano sono quelli di Lanza del Vasto, William L. Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock, Giorgio Borsa, Enrica Collotti Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione e' quella di Ernesto Balducci, Gandhi, Edizioni cultura della pace. Una interessante sintesi e' quella di Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi, Anterem, Roma 1999; tra le piu' recenti pubblicazioni segnaliamo le seguenti: Antonio Vigilante, Il pensiero nonviolento. Una introduzione, Edizioni del Rosone, Foggia 2004; Mark Juergensmeyer, Come Gandhi, Laterza, Roma-Bari 2004; Roberto Mancini, L'amore politico, Cittadella, Assisi 2005; Enrico Peyretti, Esperimenti con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; Fulvio Cesare Manara, Una forza che da' vita. Ricominciare con Gandhi in un'eta' di terrorismi, Unicopli, Milano 2006; Giuliano Pontara, L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ega, Torino 2006]
“La disposizione a soffrire, invece di far soffrire gli altri, e’ l’essenza della non-violenza”
(Mohandas K. Gandhi)
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La frase di Gandhi non e’ un invito al masochismo. Si tratta di coltivare lo spirito di base per sopportare rinunce, che pur creandoci disagio, vanno a favore di altri esseri umani in condizioni peggiori delle nostre. E per poter sperare che in caso di bisogno qualcuno lo faccia anche per noi. Un atteggiamento di questo tipo costituisce il nucleo della fratellanza umana, predicata da tutti i maestri spirituali del mondo fino ai giorni nostri e funzionerebbe da salvaguardia nei confronti di tutte le guerre.
Non c’e’ bisogno di essere, o voler diventare, monaci e santi per capire che in situazioni particolari e’ la vita stessa a chiederci di rinunciare, ridimensionarci, fare un passo indietro, per il bene comune e per evitare la distruzione di tutti.
Gandhi sostiene che le pratiche nonviolente di resistenza passiva hanno addirittura bisogno della poverta’ per poter vincere davvero. Non la poverta’ concreta, subita, che non puo’ dare garanzie di liberta’. Ma quella interiore, la determinazione del non-attaccamento, di chi non teme di perdere nulla, essendo indifferente al possesso, anche della vita stessa. Suona quasi eroico. O forse meglio sobrio, austero. Comunque insolito oggi.
Le parole dei grandi pensatori sono spesso affascinanti e tremende, per chi vive nell’odierna societa’ dei consumi ed e’ purtroppo dipendente da strati di possedimenti materiali, anche i piu’ banali e inutili.
Oltre che della poverta’, la nonviolenza avrebbe bisogno per affermarsi come lotta, anche della verita’, altra potenziale fonte di sofferenza. Dire e ascoltare la verita’ fa spesso male. E’ una sua caratteristica. Io credo che la verita’ faccia proprio salute, per quanto procuri a volte dolore, come molte terapie, soprattutto all’inizio, a seconda di quanto si e’ intossicati. Si sa pero’ che il medico pietoso non aiuta la guarigione!
Ma vediamo ancora la posizione di Gandhi: la ricerca della verita’ non ammette l’uso della violenza nei confronti dell’avversario che puo’ avere idee diverse dalle nostre. La verita’, al contrario, ha bisogno di pazienza e comprensione, soprattutto quando si cerca di distogliere l’altro da un presupposto errore. Ma, tornando a un punto nevralgico: la pazienza e’ sofferenza, dice Gandhi. E tutti lo sanno per esperienza. Per questo la difesa della verita’ avviene primariamente attraverso la nostra sofferenza e non quella dell’avversario (di cui non possiamo controllare il grado di pazienza).
Spostiamoci di livello. La democrazia e la civilta’ ci chiedono la sospensione della violenza bruta, della sopraffazione, dell’autoritarismo.
L’ avversario non deve essere distrutto, ne’ concretamente ne’ simbolicamente. Tenere a bada gli impulsi di predazione e annientamento dell’altro, produce negli esseri umani iscritti nella legge del piu’ forte, quella sofferenza gia’ identificata da Freud come “il disagio della civilta’”. Vivere in societa’ umane comporta, in qualche misura, la rinuncia al personale egoismo. Purtroppo la storia ci mostra come la bestia crudele sia pronta a riaffacciarsi non appena fiuta l’opportunita’ per affondare gli artigli. Gli addomesticamenti sono sempre temporanei e non bisogna abbassare la guardia nell’educazione.
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Nonviolenza, solidarieta’ e processi educativi
Sempre Gandhi: “L’educazione alla resistenza passiva e’ la migliore e piu’ nobile educazione. Non si vorra’ negare infatti che un bambino, prima di iniziare a scrivere e a conoscere il mondo, debba sapere che cosa e’ l’anima, che cosa e’ la verita’, che cosa e’ l’amore, e quali forze siano latenti nell’anima. Dovrebbe essere essenziale per una vera educazione, che un bambino imparasse che nella lotta della vita si puo’ facilmente sconfiggere l’odio con l’amore, il falso con la verita’ e la violenza con la sofferenza”.
Accidenti! Solo retorica idealizzante, illusioni impossibili da realizzare? Eppure l’empatia, i “neuroni specchio”, la solidarieta’, l’alterita’, il rispetto per la diversita’… tutte parole che circolano sempre piu’ spesso a ricordarci – mentre stiamo diventando “globali”, “planetari” – la comune origine e natura di esseri umani. Il lato buono, quello naturalmente sociale e cooperativo degli esseri umani. C’e’ anche quello, si’.
Consideriamo il pensiero di Gandhi intorno alla crescita delle nuove generazioni sullo sfondo delle festivita’ natalizie da poco trascorse, momento in cui l’orgia consumistica dell’Occidente trova la sua piena espressione. Mentre disastri naturali o provocati dall’uomo, riducono se possibile in maggiore poverta’ chi e’ gia’ povero. Guardiamola, la nave da crociera delle vacanze ricche, mentre solca i Caraibi dopo il terremoto di Haiti…
Senza un radicale ritorno alla fratellanza umana, qualsiasi discorso che alluda al “cambiamento di stile di vita” rimane lettera morta. Figuriamoci quando neanche si pensa alla necessita’ di un cambiamento e addirittura si spera e si lavora per il ripristino dello stato precedente alla crisi economica.
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Da Gandhi all’Europa in guerra
Nel 1941, in un’intervista, Carl Gustav Jung parla del ritorno forzato a una vita semplice, a causa della guerra, usando parole come “colpo di fortuna”. Benche’ non intrapreso volontariamente e anche sofferto, questo ritorno gli appare come un’occasione per la rinascita dell’interiorita’.
“La maggiore facilita’ nelle comunicazioni e le sensazioni a buon mercato offerte dal cinema, dalla radio, dai giornali e da mille altre ‘occasioni’ di ogni sorta, hanno in questi ultimi anni fatto avvicinare piu’ a grandi passi la vita umana alla frenesia della vita americana. Quanto a divorzi, Zurigo ha perfino gia’ uguagliato i record americani. Tutti i mezzi che dovrebbero servire a far risparmiare tempo, come la facilita’ nelle comunicazioni e altre comodita’, paradossalmente non servono affatto a questo scopo ma solo a riempire talmente il tempo a disposizione che poi non ne rimane piu’ per nulla. E’ inevitabile allora che ne derivino fretta convulsa, superficialita’ e affaticamento nervoso, con tutti i sintomi concomitanti, come fame di stimoli, impazienza, irritabilita’ e instabilita’. Un simile stato puo’ portare a tutto fuorche’ a un arricchimento della mente e del cuore”.
Alla domanda: Lei crede a un ritorno ai tesori della nostra civilta’? Jung risponde: “Come mostra l’incremento nelle vendite librarie che si e’ verificato in alcuni paesi, in casi estremi potra’ perfino succedere che si torni a prendere in mano un buon libro… senza uno stato di necessita’ alla massa non verrebbe mai in mente di ritornare ai tesori della civilta’. All’uomo e’ stata cosi’ a lungo inculcata l’illusione di un continuo e progressivo miglioramento della civilta’ che si cerca di dimenticare piu’ in fretta possibile cio’ che e’ vecchio per non perdere la coincidenza con il mondo nuovo e migliore, la cui immagine viene continuamente sbandierata sotto il naso della gente da incorreggibili progressisti. La nostra nevrastenica ricerca della novita’ di domani e’ una malattia e non e’ civilta’. Civilta’ significa essenzialmente continuita’ e prevede un’ampia conservazione dell’antico…”.
E questo nel 1941, che ne direbbe oggi Jung? Anche i “tesori della civilta’” sono visti oggi come merce da vendere, al pari del territorio, dei luoghi sacri, delle memorie, di tutto cio’ che avrebbe valenze altre da quelle commerciali.
Cos’e’ l’anima, cos’e’ la verita’, cos’e’ l’amore. Gli interrogativi di Gandhi per le nuove generazioni, come possono trovare risposte in una cultura che rende materiale e vendibile anche cio’ che materiale non e’, non e’ mai stato e mai sara’?
Lo psicologo analista aggiunge che senza anima, senza verita’, senza amore non si vive o si vive male, si sta sempre peggio. E’ malattia. L’essere umano e’ fatto cosi’.
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Localismo e Decrescita
Due parole che da qualche anno circolano nella cultura contemporanea, attraversando vari ambiti a partire dall’economia per arrivare fino alla psicologia. Priviamo a definire e differenziare.
Localismo. Essere, rimanere vicini alle cose e a se stessi, rispettando la soggettivita’, per vivere un’esistenza di prima mano, diminuendo l’impatto alienante e sempre piu’ esasperato dell’attuale societa’ avanzata. Nella sua radice etimologica di legame con il luogo, Localismo suggerisce una visione spaziale che al centro pone il “qui ed ora”, la consapevolezza, la testimonianza dell’essere umano.
Decrescita, per il suo riferimento antagonista alla crescita, richiama la misura, omeostasi vitale (ricordiamo Piccolo e’ bello, fine anni ’60, di F. Schumacher), ed e’ più fenomenico in generale (tutto cresce e decresce, la vita stessa). In realta’ il termine si puo’ applicare a qualsiasi fenomeno e non sempre in modo appropriato. Ad esempio, diciamo che la luna cresce e decresce (agli occhi degli esseri umani) mentre sappiamo che rimane sempre della stessa misura, e si tratta di movimenti d’ombra e luce. Dato che ogni spostamento compare nel campo in relazione ad altro, attribuire un valore qualitativo univoco risulta pericoloso: e’ meglio o peggio crescere o decrescere? Sara’ meglio o peggio, essere “decrescenti” e “localisti” rispetto a globalizzati e in perenne via di sviluppo? Mah! Chi lo sa? Dipende da cosa, come, quando e perche’!
Parole, come decrescita e localismo, utilizzate con nuovi significati vanno intese come indicazioni, direzioni, per raccogliere fenomeni e dati, situazioni e vissuti, parlando della vita contemporanea e della molteplicita’ di fattori che influenzano la nostra quotidianita’. Che sorgano discussioni e diverse interpretazioni rispetto alla loro utilita’ e’ il minimo che possa accadere. Soprattutto quando la parola “crescere” e l’idea di grandezza sono state caricate di positivita’ – si veda la gara mondiale dei costosissimi grattacieli – nel mito dell’andare oltre, superare limiti, uscire da ristrettezze e frustrazioni, in ogni senso e dimensione.
Le due parole denotano anche raggruppamenti umani, associazioni, movimenti di idee e di pratiche che si propongono di trasformare gli stili di vita della societa’ contemporanea occidentale, ritenendo che alcune conseguenze a lungo e breve termine dell’attuale sistema produttivo e consumistico, siano realmente minacciose per la salute umana e del pianeta, quindi non piu’ sostenibili a causa di una rottura di equilibri dovuta al “troppo”.
Alcune discipline umanistiche come la psicologia, la sociologia, l’antropologia, che utilizzano il metodo scientifico dell’osservazione, cioe’ l’universale capacita’ di guardare con attenzione, resa sofisticata grazie a tecniche di misurazione ed elaborazione di dati, continuano ad analizzare i comportamenti umani e le loro motivazioni. Emerge che oggi, pur vivendo con fatica i disagi connessi a un certo stile di vita, pur percependo la crisi generale e l’esistenza di un “resto del mondo” che sopravvive in condizioni spesso inaccettabili, pur auspicando urgenti cambiamenti… sono pochissimi gli abitanti delle societa’ avanzate che mettono concretamente  in discussione il proprio stile di vita e l’influenza che esso sta avendo sulle altre culture. Si dice che occorre farlo, lo si scrive, lo si proclama anche dalla politica internazionale con specifici documenti, ma le resistenze e le dipendenze rimangono feroci. Questo nucleo di menzogna collettiva e diffusa si aggrava con il tempo. Si aiutano i poveri, soprattutto in disgrazia, ma non si mette in collegamento la nostra ricchezza con la loro poverta’. Non ci si puo’ permettere neanche di immaginare che la nostra ricchezza sia, anzi e’, la loro poverta’.
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Tecnologia e scienza: una supremazia piena di ombre
Perche’ la scienza, luogo di tanta creativita’ ed intelligenza umana, non riesce a trovare le soluzioni a questi problemi, si domandano alcuni con molta semplicita’?
Senza la verita’, direbbe Gandhi, quale che sia, e l’ammissione della difficolta’, non si va avanti. Si sta fermi e si torna anche malamente indietro.
Eppure, tanto la psicoanalisi quanto la scienza hanno ormai ricondotto oggetto e soggetto nello stesso campo: neanche il semplice osservatore e’ staccato dalla cosa osservata e la sua presenza non e’ mai neutrale. E allora, non basterebbe gia’ questo? Siamo tutt’uno con il mondo che stiamo consumando. Anzi ci stiamo autoconsumando.
Nel senso comune, invece, la parola scienza evoca ancora l’attendibilita’ di dati e risultati “oggettivi” da collezionare, interpretare e poi applicare strumentalmente, nella generale fantasia di controllo onnipotente sulla realta’. Verita’ opinabili sono imposte come fatti “scientifici” definitivi,  laddove tutta la conoscenza e’ per principio, per onesta’ intellettuale, provvisoria. Troppi inneggiano ancora all’intelligenza umana che ha prodotto la tecnologia, la quale “funziona”, perche’ copia e sostituisce la natura, anzi di piu’: manda l’uomo sulla luna, produce virus e armi efficienti, oltre che alimenti, medicine e strumenti di guarigione, commercializzando il tutto, indifferentemente, a vantaggio di pochi. Ma che dire dell’idiozia della scienza? dei suoi fallimenti, della sua incapacita’ a prevedere e prevenire conseguenze letali per la specie umana?  La scienza – e le sue filiazioni in perpetuo aggiornamento – non va disgiunta dalla conoscenza dei processi mentali che la sostanziano dalla sua origine fino all’applicazione, e poi alla ricezione da parte di chi la utilizza o subisce. La storia del vaccino antinfluenzale e’ un esempio lampante. Tutto un lavoro di “influenzamento” psicologico. La governabilita’ dei gruppi umani nasce dalla paura per la sopravvivenza e si appoggia ai bisogni di appartenenza e alla competizione per le risorse. La scienza tecnologica ha inoltre fornito il grandioso strumento dei mass-media a chi detiene il potere/controllo. In tutto questo, potremmo dire parafrasando James Hillman, che si riferisce alla psicoanalisi: “Cento anni di scienza (o duecento, trecento, quel che e’) e il mondo va sempre peggio…”.
Credo che anche Gandhi abbia tentato questo richiamo al buon senso di fronte alla tecnologia applicata alla vita quotidiana, quando nella sua rivoluzione nonviolenta invitava a non abbandonare la tradizionale tessitura a mano, di fronte al dilagare dell’industria tessile in India.
Sorge inevitabile un dubbio: sembra che a partire dalla rivoluzione industriale ci abbiano spacciato per scienza e per tecnologia, come strumenti oggettivi e quindi “veri”, solo l’ennesimo mito, l’ennesima narrazione collettiva che l’uomo si autopropone per tollerare la sua ignoranza e la sua angoscia esistenziale. Non siamo, purtroppo, piu’ felici che in passato, la scienza ci ha dato pochissimo su questo piano, insieme a tantissime complicazioni e una vita intasata e soffocante. Di certo ci ha dato solo un po’ di longevita’, non sempre ben vissuta, e poi tante comodita’, ma solo a noi “fortunati”, invischiati peraltro in nuove dipendenze.
L’illusione governa sempre la mente umana finche’ c’e’ vita, ma quella della scienza e’ davvero micidiale, puntando come fa, a tutti i costi, verso l’immortalita’ e l’onnipotenza, e trascurando nel frattempo la vita dell’anima. Il concreto quotidiano? L’ipertrofia tecnologica ci sta stritolando, corpo e mente, ci inonda di rifiuti, ci succhia denaro (la tecnologia comunicativa e informatica e’ al top dei consumi, insieme a quella farmaceutica).
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Quando il buon senso si trasforma in novita’
La Decrescita, ora intesa come movimento di idee e di pratiche, ritiene che si possa vivere decorosamente e rispettare l’ambiente naturale e sociale che ci circonda, diminuendo alcuni eccessi che caratterizzano lo stile di vita della societa’ tecnologicamente avanzata. La diminuzione non e’ sempre un male, anzi a volte e’ una liberazione, un togliere carichi inutili, un salutare snellimento della vita, un recupero di abitudini, modi di fare ed essere, troppo velocemente spazzati via da induzioni massmediatiche e manipolative, legate al sistema produttivo consumistico, dilagate dal secondo dopoguerra in poi. Si parla di poche decine di anni, in fondo. Correggere la rotta si puo’, su questi piani, per ora, con scelte individuali, di piccoli gruppi che non scalfiscono piu’ di tanto la macroeconomia, anche se le clamorose crisi del sistema finanziario dovrebbero far riflettere. Molti pensatori del dopoguerra, critici della societa’ dei consumi, e altri odierni dicono: bisogna arrivare alla crisi totale, alla catastrofe, solo cosi’ le cose cambieranno. Oltre che triste, questa visione appare come il rovescio dell’onnipotenza: cioe’ impotenza distruttiva. “Che tutto collassi, muoia Sansone con tutti i filistei!”. Non e’ molto intelligente. Basterebbe fermarsi a pensare… Troppo semplice? C’e’ il fascino lugubre di ricostruire ex novo sulle macerie che incalza sempre.
La Decrescita non vuole la catastrofe e non pensa di poter cambiare il mondo senza fatica e pazienza. Comincia invece a cercare di cambiare realta’ prossime, possibili, vicine, umanamente sostenibili. Ecco qui l’aggancio diretto al Localismo. La convergenza tra Localismo e Decrescita e’ un fatto intrinseco e non deve trasformarsi in una questione di lana caprina o di priorita’ enunciative. Entrambi i vertici di osservazione si puntano sulla stessa realta’ e fanno riferimento a simili fonti e oggetti di approfondimento.
Il Localismo raggruppa in modo meno formalizzato diverse correnti che scelgono una sintonia nella spazialita’ oltre che nella “misura” cui allude la Decrescita. In un certo senso, stando alle parole, Localismo potrebbe contenere Decrescita: in una dimensione di maggiore “vicinanza” si puo’ realizzare la decrescita (ad esempio dei km di trasporto per gli alimenti, quindi delle risorse energetiche, dell’inquinamento, ecc.). Pero’, si potrebbe anche dire il contrario: una visione di decrescita spinge verso un atteggiamento localista (stare vicini, organizzarsi, con le risorse disponibili). Non c’e’ dubbio che lo sviluppo incontrollato dei trasporti e l’ampliarsi dell’orizzonte fino alla globalizzazione, abbiano accelerato la diffusione del sistema capitalistico e del consumo con tutti i problemi che ora stanno esplodendo, nell’ambiente naturale e sociale del pianeta.
Se Gandhi fosse vivo oggi, lancerebbe forse una campagna di boicottaggio del trasporto aereo, per impedire la costruzione di nuovi aeroporti. Se i viaggiatori si rifiutassero di prendere l’aereo il sistema, forse,  capirebbe. Ma lui, per quanto possibile, si spostava gia’ allora sempre a piedi, un passo dopo l’altro, la marcia…
Sono i consumatori a poter mettere in scacco i produttori, soprattutto di beni non vitali. Pero’, se chi e’ convinto di un’idea non riesce ad applicarla neanche nel suo piccolo, in cui e’ sovrano, perche’ dovrebbero riuscirci coloro che ne dubitano o quelli che neppure ci pensano?
Il Localismo alimenta un atteggiamento interno di maggiore prossimita’ e consapevolezza verso se stessi e gli altri. Perche’ si realizzi una decrescita convinta e convincente, non basta il discorso puramente economico, sul Pil o altro che sia, non bastano neanche le pratiche, si tratti di raccolta differenziata, energia solare, eolica, altra, oppure la diffusione dei Gruppi di acquisto solidale e altre iniziative elencate in opportuni manuali, se tutto questo non fa contemporaneamente nascere modi nuovi di esistere nel tempo e nello spazio e relazioni qualitativamente diverse tra gli esseri umani.
Lascio chiudere a Jung, che si riferiva, sempre nel 1941 alla Svizzera (!): “Piu’ che gli eccitati discorsi di rinnovamento e gli isterici tentativi di creare un nuovo orientamento politico, trovo salutari per la nostra patria l’imparziale scetticismo nei confronti degli sproloqui della propaganda, cosi’ legati alle mode, la piu’ istintiva prossimita’ alla natura e il riconoscimento dei propri limiti. Tra qualche tempo si scoprira’ che nella storia del mondo non e’ mai accaduto niente di realmente ‘nuovo’. Si potrebbe parlare di una vera novita’ solo nel caso in cui si verificasse l’inimmaginabile: che ragione, umanita’ e amore riportassero una vittoria perenne”.
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Nota. Alcuni riferimenti per l’approfondimento
Sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta@sis.it. Altre fonti: Centro di ricerca per la pace di Viterbo, foglio “La nonviolenza e’ in cammino” (redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it, sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/ ).Per ricevere questo foglio e’ sufficiente cliccare su: nonviolenza-request@peacelink.it?subject=subscribe
La lettura del Manifesto del Localismo (www.localismus.com) esplicita per sommi capi alcune specificita’ che si possono articolare ulteriormente in discussioni laboratoriali, con riguardo alle pratiche, punto per punto, usufruendo dell’esperienza reale quotidiana e dell’autosservazione dei partecipanti. Iniziative culturali di taglio piu’ ampio (economia, ambiente, ecologia, politica, grandi eventi mondiali e altro) sensibilizzano un pubblico piu’ generale. Si veda a questo proposito anche il sito www.ambientescienze  e le relative attivita’.
Per la Decrescita si veda il sito www.decrescita.it

inga_campanelledi  Elena Liotta: testo della seguente conferenza commemorativa di Gandhi tenuta a Orvieto nel gennaio 2010 nell’ambito del “Laboratorio sugli stili di vita” (che include decrescita, localismo e nonviolenza).

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Per i migranti la casa rimane un sogno

inga_composizione

da www.dirittisociali.org, Roma 24 febbraio 2010

Per i 300mila migranti della capitale possedere una casa è un miraggio. A dirlo sono i dati ufficiali dell’Ater capitolina. Nell’ultimo censimento (risalente al 2008) si riscontra infatti che poco più di un alloggio su cento aveva come titolare un inquilino nato all’estero. Read the rest of this entry »

Acqua: Hasta la victoria!

acqua20 Marzo 2010, Manifestazione nazionale a Roma
Per la ripubblicizzazione dell’acqua, per la tutela di beni comuni, biodiversità e clima, per la democrazia partecipativa – Appello di Padre Alex Zanotelli da
www.acquabenecomune.org

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Lettera aperta ai lavoratori della Viceocon

mac2LETTERA APERTA AI LAVORATORI DELLA VIDEOCON: se condividete il contenuto e le proposte della lettera allegata, fate pervenire adesione e/o vostre ossevazioni a notafranc31@libero.it
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Cineforum Moviemente

L’Associazione Mnemosine lavora per la salute mentale presenta per il 20 marzo il film “Briciole”

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