«Appunti
per un pensiero comunitario»
Prefazione
Padre Alex Zanotelli
Africa usa e getta: condizioni
economico-sociali dell'Africa e consumismo occidentale
1. I volti dell'Africa
2. Il sistema dell'apartheid economica
3. Che fare?
Alberto Castagnola
Prospettive dell'economia
internazionale
1. Il mito dello sviluppo
2. Vecchi e nuovi meccanismi del sottosviluppo
3. Le prospettive dell'economia internazionale
APPENDICE
Giovanni Mazzetti
Oltre il Welfare: analisi
della crisi della società capitalistica contemporanea
1. La crisi e la sua natura
2. La Grande Crisi degli anni '30 e lo Stato
Sociale
3. La redistribuzione del lavoro
APPENDICE
Paolo Palazzi
Criteri di misurazione e prospettive
dello sviluppo
1. Sviluppo e crescita
2. Come misurare davvero lo sviluppo
3. Il rapporto fra popolazione e sviluppo
APPENDICE
Bruno Morandi
Ipotesi per un'alternativa
Premessa
1. Le scelte produttive alternative
2. Come lavorare?
3. Redistribuzione del lavoro
4. Nesso tra le trasformazioni su grande scala
e le trasformazioni su piccola scala
5. Come incidere su larga scala: la crisi delle
istituzioni pubbliche
Fabio Petri
Teorie economiche alternative: implicazioni per
la politica economica
Premessa
1. Le linee fondamentali della teoria classica
e della teoria marginalista
2. Le differenze: due diverse visioni della società
3. La solidità scientifica delle due teorie economiche
4. Le risposte ai problemi del debito pubblico
e della disoccupazione
Mario Pianta
Riconversione industriale e modelli di sviluppo
1. La guerra fredda: i tre mondi
2. Il muro Nord-Sud
APPENDICE
Augusto Graziani
La teoria della moneta: teoria dei mercati o
teoria del potere?
1. Le teorie della moneta
2. La creazione e la distribuzione iniziale della
moneta
3. La sovranità delle imprese
APPENDICE
Antonino Colajanni
La cooperazione Internazionale
1. Gli interessi che stanno dietro la cooperazione
2. Lo scricchiolio dell'ideologia dello sviluppo
3. L'analisi a livello delle comunità
APPENDICE
Daniele Archibugi
Democrazia alle Nazioni Unite
1. La democrazia: le ipocrisie del sistema delle
Nazioni Unite
2. Per la riforma delle Nazioni Unite
Questo volume è il risultato di un lavoro che ha impegnato
l'associazione Oltre
l'Occidente per un periodo
di quasi tre anni, nel corso dei quali abbiamo tentato di tenere
viva l'attenzione e di comprendere meglio i temi più scottanti
che la nostra epoca, quella del predominio dell'economia su ogni
cosa, ci ha in qualche misura imposto.
Tuttavia ci pare di essere sfuggiti al rischio che l'attenzione
ai temi dell'economia si tramutasse nella formulazione di un pensare,
sia pure alternativo, che comunque considerasse la sfera dell'economico
come materia tecnica, in qualche modo autonoma, con sue regole
date e inviolabili, neutrali. Crediamo invece che l'approccio
risultante da questo volume sia interessante proprio perché riapre
la discussione su tutta una serie di aspetti che sono spesso assunti
come dati: chi decide che cosa produrre, chi determina quali bisogni
soddisfare, quali sono i soggetti che concretamente determinano
le scelte di fondo sulle prospettive di una società, in che modo
una ideologia - quella del pensiero
unico - è stata capace di
strutturare la nostra identità sociale, di farci percepire come
naturali e immodificabili una serie di rapporti e di forme delle
relazioni sociali. Abbiamo dunque impostato il lavoro con l'idea
che il sistema capitalistico, per dirla con Pietro Barcellona
, non sia soltanto un modo di produrre, ma sia soprattutto un modo di
pensare.
Dal 1994 l'associazione Oltre
l'Occidente, presso il proprio
Centro per la Pace, la Solidarietà, i Diritti Umani,
ha promosso degli incontri-seminario con studiosi, economisti,
sociologi, antropologi, che contribuissero ad aprire lo sguardo
sulla realtà, che avessero dimostrato il desiderio di analizzare
la realtà con altri occhi rispetto a quelli che la società mediatizzata
ci fornisce, che si fossero sforzati di diffondere un pensiero
critico. Questo libro comprende dunque gli atti di questi incontri-seminario,
che l'associazione ha accuratamente registrato, filmato, trascritto
- senza che i testi finali fossero rivisti dagli autori. Per correttezza
verso gli autori, va detto che in molti casi si è stabilito di
suddividere l'esposizione in paragrafi, per rendere più facile
la lettura nel passaggio da una forma colloquiale a quella scritta,
ma tale suddivisione è quasi completamente nostra: i titoli dei
paragrafi sono desunti dal contenuto, ma non vanno presi alla
lettera (anche se ad ogni relatore era stato indicato uno schema
generale dell'intervento da svolgere; in questo modo si è evitato
che ogni relatore dovesse rispiegare da zero una serie di argomenti,
magari affrontati diffusamente da altri, e si è permesso ad ogni
relatore di andare più in profondità sul tema da lui affrontato,
sapendo di non dover parlare di ogni cosa). In alcuni casi si
è ritenuto importante riportare - sotto la dicitura Appendice
- anche alcuni stralci della discussione con il pubblico, soprattutto
quando le domande rivolte coglievano dei punti chiave permettendo
al relatore un ulteriore approfondimento. E' evidente, comunque,
che qualsiasi errore è da imputare ai redattori.
Il lettore non troverà una visione unica della realtà:
su alcuni punti, anche di un certo rilievo, i relatori hanno esposto
posizioni differenti, o differenti interpretazioni dei fenomeni.
Riteniamo che questo sia un punto di forza del volume, che vuole
proseguire criticamente una discussione ed una analisi, senza
cadere nel «soluzionismo».
Gli interventi sono pubblicati nell'ordine cronologico
con cui si sono svolti gli incontri-seminario, con l'unica eccezione
di quello di Padre Alex Zanotelli. Alex è stato fra noi durante
un breve periodo di permanenza in Italia, prima di tornare nelle
baracche della periferia di Nairobi, dove vive. Il suo intervento,
per la carica di umanità, per la forza, per il coraggio, per la
passione e l'amore che ha trasmesso ai presenti all'incontro con
lui - e siamo sicuri anche oggi al lettore - è stato collocato
all'inizio di questo libro. Non si tratta del prologo ad una discesa
agli inferi. E' solo la testimonianza della forza di un uomo,
che ci vuol suggerire la forza dell'uomo.
Missionario comboniano
17/03/1996
Una delle cose più
difficili della mia vita è stata la fede: il tentare di credere.
Gli incontri mi sembrano paradossali. Nella mia vita gli incontri
mi hanno segnato sempre molto. Dagli incontri ho imparato molto.
Il titolo che avete scelto, «Usa
e getta», mi ha impressionato. E' solo per l'Africa che vale
questa espressione usa e
getta? In fondo anche noi siamo merce per la società. Sono
qui per ricordare i volti, i vostri, ma anche quelli delle vittime
di questo impero usa e getta.
A Korogocho, nei pressi
di Nairobi, su una collina a schiena d'asino della larghezza di
due chilometri e per una lunghezza di un chilometro e mezzo, sono
ammassati 100.000 abitanti. Le statistiche non servono a nulla:
un volto forse può darvi l'impressione di tutto. Il volto di una
ragazzina che si chiama Vangoi, per esempio, che ho conosciuto
quando assistevo la sorella malata di AIDS. Due sorelle in due
baracche da sole con una mamma alcolizzata. Ho aiutato la sorella
di Vangoi soprattutto spiritualmente, si è fatta anche battezzare.
Il penultimo giorno, quando abbiamo pregato insieme, c'era anche
il suo bimbo. Non ho mai sentito pregare così un bimbo il suo
"papà" perché salvi la sua mamma. E' morta mentre tentavano
di portarla in ospedale. Decisi quel giorno di andarla a seppellire:
non lo faccio mai, altrimenti dovrei fare solo quello per tutto
il giorno. L'ho fatto per un gesto di solidarietà per la sorella
di Vangoi.
C'è uno spaventoso
commercio a Nairobi sui morti. Ricordo che sono andato al cimitero
dei poveri a seppellire Guerim. Quel giorno Vangoi piangeva come
una bambina. A 16 anni lei era rimasta sola con cinque bambini
a carico - tre della sorella e due suoi - senza nessuno, da sola.
Piangeva. Guardate che i poveri non piangono, è raro, perché è
inutile che piangano. Questa ragazzina è tornata alla sua baracca
ed è andata avanti vendendo liquore, un liquore che è proibito
dal governo. La polizia l'ha dissanguata: volevano soldi, c'è
una corruzione totale. La conseguenza era facile da immaginare:
le sue bimbe scappavano in città ad elemosinare. Un giorno mi
vidi Vangoi arrivare nella mia baracca, piangeva come una bambina,
e mi diceva: «Alex, anche
oggi i miei bambini sono scappati di casa. Sono andati ad elemosinare
in città. Lungo la strada hanno incontrato una donna che gli ha
regalato 100 scellini, però ha chiesto di lasciare il bimbo più
piccolo con lei fino a sera. L'hanno lasciato. Quando son tornati
non hanno trovato nessuno. Né donna, né bimbo». E' chiaro,
c'è un grosso mercato di bambini a Nairobi. Vangoi diceva:
«Alex aiutami a recuperare
il mio bambino». Abbiamo tentato con la polizia, ma è inutile.
Vangoi tentava di sopravvivere
recuperando pezzi di carta. Li otteneva in città e li vendeva
a Korogocho, nei negozietti. Dopo un po' era difficile trovare
anche la carta e le era rimasta solo una cosa da fare: prostituirsi.
Vangoi non aveva mai voluto farlo, però non c'era altra via. Noi
facilmente giudichiamo queste persone come delle ragazzine immorali.
A Korogocho mi è crollato anche il mito della moralità. Guardate
che spesso la nostra è una moralità borghese. Noi additiamo queste
ragazzine come prostitute, ma siamo noi che le obblighiamo a prostituirsi,
perché non lasciamo loro altra strada. Noi no, noi invece siamo
a posto, noi siamo i puri. Vangoi è andata a prostituirsi nei
locali della città. Io venni a saperlo e quando passò per la mia
baracca le dissi: «Vangoi
perché vai a prostituirti in città?». E lei, molto dura con
me, piccolina, con un volto molto bello ma sempre triste, mi rispose:
«Alex, ma dimmi te come posso vivere, dimmelo».
A volte parlo con queste
ragazze del pericolo enorme dell'AIDS. Loro dicono: «Guarda
Alex, prendi un pezzo di carta, scrivici sopra 'morte per fame'
e 'morte per AIDS': l'una vale l'altra».
Ricordo che Vangoi
tornò dopo qualche mese incinta. Mi diceva: «Alex,
voglio abortire; se non posso mantenere i tre bambini che ho,
figuriamoci se posso permettermene un altro». Notate che dei
cinque bambini ne aveva ormai solo tre perché uno l'aveva perso,
mentre un altro era morto di AIDS. A volte Korogocho mi macera
dentro, non so che cosa fare, sono troppi i casi disperati come
questo. Poi un giorno mi sono precipitato nella sua baracca e
lei mi ha detto: «Benvenuto,
siediti». Mi sono seduto. Non sapevo se avesse poi abortito,
che cosa avesse fatto. Mi ha sorriso, e quando lei sorride mi
ricorda la Monna Lisa, ha un viso molto bello. E' andata a letto
a prendere un batuffolino e me l'ha portato. Era il suo bambino.
Un bimbo bellissimo; l'ho guardato, l'ho cullato: era il bambino
di un turista bianco. Mentre lo cullavo mi venivano in mente i
versetti di Tagore, poeta indiano: «Finché
nasce un bimbo, è segno che Dio non si è ancora stancato di noi
uomini«. Ho tentato di farle riprendere il lavoro della carta.
Non so se ce l'ha fatta. Non credo. Sono venuto via da Korogocho
e ricordo che due sere prima della mia partenza, nella notte,
mentre andavo a pregare per un malato, ho sentito dietro di me
una voce che mi diceva: «Alex,
te ne vai». Era Vangoi.
«Ritornerò»; «Ma tu
te ne vai!» ed io incautamente:
«Vangoi ti ho detto che ritorno». Lei ha tagliato giù per
le baracche e mi ha lanciato nella notte questo messaggio:
«Tu te ne vai ed io muoio». E' tutto qui. E' un volto: non
sono numeri, non sono statistiche.
Sono volti che mi toccano
dentro perché - vedete - è la mia gente. E' gente che mi tocca
dentro, che mi vuol bene, che mi ama, con la quale cammino. Con
la quale sbatto la testa contro i muri... non ci sono soluzioni.
Non potete far niente. Il dramma è tutto qui. Sono volti come
i nostri.
Korogocho è una delle
tante baraccopoli di Nairobi, capitale del Kenya, bellissima nazione
nell'Africa Orientale. Il Kenya è davvero bello, con questi laghi;
e Nairobi è altrettanto bella. E' stata costruita dagli inglesi
a 100 metri sulle colline. Una bellezza tutta sua, come una città
del sole, con un'eterna primavera. Per
chi sta bene Nairobi è un paradiso terrestre.
Io non ho bisogno di
venire qui da voi a puntare il dito sul Nord: sono balle. Il Nord
io me lo trovo a tre chilometri di distanza da Korogocho. Dobbiamo
purificare il nostro vocabolario. Penso che essenzialmente c'è
un solo vocabolo che regge. Nord
e Sud sono ormai vocaboli che non hanno più senso. C'è un'unica terra
e c'è una forbice che si divide sempre più tra ricchi e impoveriti
- non semplicemente poveri . C'è un unico linguaggio per guarire.
Cooperazione ormai è
solo una parola oscena e
solidarietà, usata dalle destre sempre più, non è molto simpatica.
Penso
che ormai si possa parlare solo di giustizia, o meglio,
con un termine usato anche dal Papa prima del sinodo africano
- e ne sono rimasto sorpreso - di
restituzione.
E' forse l'unico vocabolo che tiene.
Nairobi è una città
ricca, è la città dei volti neri al potere, legati da totale corruzione
al mondo indiano che controlla ormai l'80% del commercio di Nairobi,
è una città che vive in un lusso sfrenato, e di fianco, accanto
a questo lusso, ha dei veri e propri inferni umani. Vi darò delle
statistiche: non sono statistiche né mie né del governo kenyano,
sono statistiche attendibili perché vengono dall'ambasciata americana.
Sono state ottenute fotografando Nairobi pezzo per pezzo con un
elicottero e sono state pubblicate.
Queste statistiche
dicono che il 60% della popolazione di Nairobi vive in baracche.
Pensate, il sindaco di Nairobi ammette che ci sono circa 3 milioni
di persone a Nairobi. Provate a pensare che tra 20 anni si raggiungeranno
i 18 milioni di abitanti. Capite l'Africa dove sta andando? Il
60 % significa che 1 milione e 800.000 persone vivono in baracche.
La cosa incredibile è che le baracche sono accatastate nell'1%
della terra disponibile a Nairobi, e di terra Nairobi ne ha a
non finire.
Questo 1% di terra
non appartiene ai baraccati, magari fosse così! Quando il governo
vuole, arriva con 24 ore di preavviso, con le ruspe - che montano
le mitragliatrici dietro - e spiana. E butta i poveri più in là.
Un'altra cosa, ancora
più sconcertante, è che l'80% di chi vive in baracca non la possiede
nemmeno: paga l'affitto per la baracca. La baracca costa: calcoliamo
che almeno 1/4 dell'entrata familiare va via per pagare la baracca.
Questo è il vero problema: è una situazione di degrado totale.
Provate a pensare al
problema dell'AIDS. Oggi tutti riconoscono che nelle baraccopoli
di Nairobi già il 50% della popolazione è sieropositiva. Si tratta
di gironi danteschi. Il più grande giornale del Kenya, di proprietà
dei ricchi, ha definito Nairobi un sistema di apartheid economica. E' forse l'unica definizione azzeccata. Guardate
che in piccolo Nairobi è il paradigma dell'apartheid economica
mondiale: non c'è nessuna differenza.
A livello globale avete
il 20% del mondo che detiene l'80% delle risorse della terra,
che le sperpera in barba ai 2/3 dell'umanità (che diventa sempre
più povera). E' un sistema di apartheid economica, la peggiore
che esista, peggiore di quella razzista.
In fondo Korogocho
è l'emblema di questa Africa usa
e getta, l'emblema di una situazione incredibile: dell'Africa
non interessa più a nessuno. E' difficile trovare una notizia
di questo continente sui vostri giornali. L'Africa rappresenta
il 2% dell'economia mondiale, cioè del prodotto globale lordo.
La cosa importante
forse è che da queste macerie sta sorgendo una economia che guarda
più ai bisogni della gente che a quelli del mercato. Nigeria,
Zaire, sul piano internazionale sono crollate e ormai la loro
economia si rivolge di più alle esigenze della popolazione. E
forse questo fa ben sperare per il futuro perché è
proprio questo essere inseriti in un mercato globale che porta
alla rovina e uccide moltissime realtà.
La situazione politica
è facilmente immaginabile se pensate a che cosa è successo in
Ruanda, Somalia, Burundi, Liberia: è una situazione da guerra,
disastrosa.
E pensate alle armi
che l'Italia ha esportato in questo continente. La politica italiana
pensava di fare cooperazione con 1900 miliardi all'anno e nello
stesso tempo esportava 5000 miliardi all'anno in armi. Si cercava
di curare con 1900 miliardi la fame che era provocata dalla stessa
esportazione delle armi. Bisogna essere ipocriti.
Fino
a ieri i poveri servivano almeno per essere sfruttati: oggi non
servono neanche più a quello. Quest'Africa non è neanche 'usa
e getta': 'usa' si può anche togliere.
Voi sapete che io sono
un missionario silurato dalla redazione di Nigrizia
per quello che ho detto e fatto, ma questo non è importante, perché
io da sempre ho sognato un'immersione radicale tra la gente che
soffre, ne sentivo il bisogno, per diventare prima di tutto io
un uomo; un battesimo tra i poveri, un'immersione con i poveri.
Abbiamo anche noi una baracca, mangiamo quello che mangiano loro,
beviamo quello che bevono, siamo esposti alla violenza. E' solo
quando vivo queste cose che sento qualcosa dentro. Siamo un gruppo
che tenta di camminare con questa gente, che solo così può vedere
il volto di Vangoi.
C'è una discarica dinanzi
a Korogocho e qui ogni giorno centinaia di camion vengono a scaricare
ed ogni giorno centinaia di migliaia di persone vanno lì a cercare
tappi di bottiglia, carta, plastica, per rivenderli. Questa gente
emarginata, è presa a calci dai poveri stessi. Per favore non
dite che i poveri sono solidali tra di loro. E' stato il marxismo
a dire che i poveri sono buoni e i ricchi cattivi: non è vero.
Se c'è questo Dio è il loro Dio, non perché i poveri sono più
buoni, ma perché Dio è Dio.
Un altro dramma di
Nairobi sono i ragazzi di strada: a Nairobi sono minimo 30mila.
Sono disprezzati, presi in giro, con le loro bottigliette di colla
che usano per tirar via gli stimoli della fame. Sapete che la
colla rovina le cellule del cervello e quindi ci sono bambini
di 7-8 anni totalmente ebeti.
Se nascete donna a
Korogocho avete una sola via per sopravvivere: quella della prostituzione.
Con tutto quello che ciò comporta per queste ragazze: disprezzo,
violenza, turbe psichiche.
I malati di AIDS: se
considerate che per il 60-70% i nuclei familiari sono formati
da donne senza marito, provate a pensare che cosa succede se sono
anche malate di AIDS. Ecco, a questo gruppo di emarginati siamo
stati particolarmente vicini, facendo quasi nulla, ma dando dei
piccoli segni di speranza alla gente della discarica. Estrema
ricchezza ed estrema povertà portano ad estremo individualismo,
per questo a Korogocho non esiste una vera comunità.
Quello che riusciamo
a fare è grazie ad una piccola comunità cristiana. Abbiamo cominciato
con 40 uomini (le donne erano indesiderate), tutti ubriachi, a
leggere il Vangelo e a commentarlo. Oggi si sono costituiti in
cooperativa e riescono a fare un'economia alternativa lavorando
sul riciclato. La cooperativa fa lavorare la gente del posto,
i prodotti sono venduti ad un prezzo maggiorato e i profitti vengono
ripartiti tra tante persone. Soprattutto riescono a capire il
valore sociale del denaro.
Abbiamo insistito per
far specializzare una ragazza che ora lavora nella cooperativa
come infermiera. Gli ospedali di Nairobi infatti non fanno una
raccolta differenziata dei rifiuti, quindi alla discarica arrivano
siringhe sporche di sangue che possono infettare quelli che lavorano
nella cooperativa.
Ecco i piccoli passi
che stiamo facendo: le ragazze prostitute si sono costituite in
comunità (cosa difficilissima da fare per la violenza e la rabbia
che si portano dentro). Sono 50-60 ragazze che vendono collane,
per cercare di uscire dal giro della prostituzione. Alcune hanno
cercato adesso di vendere patate. Ci sono insomma vari tentativi.
Infine i malati: ai
malati di AIDS va la maggior parte del nostro tempo, cosa che
può sembrare strana in una società come la nostra dove tu vali
per quanto produci. Vuole
essere un gesto di tenerezza: se Dio c'è è il Dio di questa gente.
Alla sera ad esempio celebriamo la messa in una baracca, assieme
a 20-30 persone della comunità cristiana. Ed io con la mia fede
sento il mistero quando celebro: queste persone non sono oggetto
di carità, sono il soggetto. E' sconvolgente, non lo capisci.
Ricordo che Florence, una ragazzina che aveva 16 anni quando è
morta di AIDS, aveva iniziato a prostituirsi a 11 sui marciapiedi
di Nairobi e a 15 anni aveva già l'AIDS. Pochi giorni prima di
morire andai a parlarle. L'aveva abbandonata anche la madre pochi
giorni prima; era sola e le portai la mia compagnia. Aveva il
volto tutto scarnificato, le chiesi: «Florence
ma chi è il volto di Dio per te oggi?». Dopo un momento di
silenzio il suo viso si aprì in un sorriso e mi disse: «Sono
io il volto di Dio». Ecco il mistero.
I poveri sono schiacciati
da un mondo economico che sfavorisce sempre di più i 2/3 dell'umanità.
E' come una forbice che si allarga sempre più, c'è un muro che
divide sempre più nettamente i ricchi dai poveri.... anzi dagli
impoveriti. Saprete che la Banca Mondiale (dora
in poi BM
, N.d.R.) dice che al mondo ci sono 1 miliardo e 150 milioni di Vangoi
che non hanno futuro. Né lavoro, né assistenza medica, nulla:
sono arretrati. Di questi,
40 milioni all'anno muoiono di fame. Non c'è nulla da fare, non
sono più neanche buoni per essere sfruttati.
Capite come io senta l'obbligo di dire che questo è un sistema immorale
ed ingiusto.
Siccome mi colloco
nella categoria dei credenti che appartengono alla tradizione
biblica del Dio di Mosè, dei profeti, di Gesù, che dice che Dio
sta con gli oppressi, con gli schiavi, coi diseredati, io mi sento
obbligato a dire che questo sistema è immorale, di peccato. San
Paolo diceva che il peccato porta alla morte: più morte di così
dove la trovate?
Qualche giorno fa parlavo
con il giudice Caselli
e gli ho chiesto: «Voi
vi battete ogni giorno per arrestare i malviventi, combattete
la mafia. Benissimo. Ma chi porterà in tribunale i responsabili
di questo crimine all'umanità, del sistema economico? Chi? In
nome di quale legge? Chi fa le leggi a questo mondo?». Sono
domande che rimangono aperte.
Per me il sistema,
questo apartheid del sistema economico è costituito da 3 poli fondamentali:
il polo economico (dire finanziario è meglio), il polo militare,
il polo dei mass-media. Ed io, se permettete, questi fatti li
osservo dalla prospettiva di Korogocho e non voglio essere neutrale.
Non si può essere neutrali nell'analizzare qualcosa. Lo stesso
Vangelo: se io lo leggo a Korogocho ha un senso, se lo leggo in
un bel salotto ne ha un altro. Io voglio essere di parte nel commentare
questi fenomeni.
Il polo economico
- finanziario.
Se voi credete, andando
a votare il 21 aprile [siamo nel 1996, l'anno dell'Ulivo
N.d.R.], di eleggere
coloro che decideranno il vostro futuro siete degli emeriti illusi.
Non sono i politici a decidere il futuro di tutti, ma l'economia.
Ormai parliamo di primato dell'economia, la quale decide tutto,
ma proprio tutto. Meno male che è caduto il marxismo altrimenti
qualcuno sarebbe qui a dire che Zanotelli è marxista. Bisogna
essere ciechi per non vedere quello che accade. I politici sono
i burattini di turno che servono per farci digerire ora la stangata,
ora la stangatina dell'economia. Lo Stato non riesce a controllare
più questo mondo virtuale fatto di carta: i miliardi si spostano
da una parte all'altra e decidono tutto.
Il polo militare.
Dopo il crollo del
muro di Berlino sembra quasi che ci sia una ricaduta di attenzione
sul mondo militare. State attenti, non è uno scherzo. Se voi pensate
che le armi e l'esercito italiano servano per difendere il territorio
nazionale, siete degli emeriti illusi. Le armi servono solo per
mantenere sfruttamento e ricchezza, punto. L'economia è strettamente
legata al militare: oggi è difficile persino separarli. Pensate
che il 50% di tutta la ricerca, anche nelle università, è la ricerca
militare. E da qui capite alcune cose.
State attenti in chiave
italiana, per favore: è questo il vero governo di questo Paese.
Riflettete: in questi ultimi venti anni di storia italiana, chi
è che ha comandato? I governi che avete eletto? Anche in Italia
c'è un connubio fra economia, forze economiche, forze militari
coperte dai Servizi segreti, coperte dalle logge. Noi a Nigrizia
avevamo già intravisto qualcosa di Mani Pulite nell'85-'86, guardando
semplicemente la cooperazione. Ma c'è anche un'altra cosa: io
avevo affermato che il minimo che andava ai partiti in tangenti
sulle armi era il 10%. Non avete idea di quanti soldi ha fatto
l'Italia dall'80 al '90 sul traffico di armi. I soldi usati per
fare politica in questo Paese venivano dai proventi delle armi.
E tutto questo è coperto dai servizi segreti.
Io vedo pochissima
gente che reagisce a questo livello. Perché non protestate sul
fatto che hanno tagliato le vostre spese sociali, che hanno aumentato
il bilancio della difesa? Sapete che è passato da 25.000 miliardi
a 31.000 miliardi? Per fare che cosa?
Vi faranno ingoiare
il nuovo modello di difesa, per cui arriverete ad avere un esercito
di professionisti, ed in un momento in cui si parla di uomini
forti in questo Paese. E voi sapete che tipo di combinazione danno
un esercito di professionisti e uomini forti. Non prendetevi in
giro per favore. Tenete su la guardia sul fattore militare.
Il polo dei mass
media.
Il sistema economico
militare non si reggerebbe in piedi se non si desse quella facciata
bellissima che si dà con i mass media, che in Italia sono tutti
controllati da due grossi complessi economici. Negli USA, dove
si parla tanto di libertà, tutto è controllato da circa 10 grossi
complessi industriali.
I mass media servono
principalmente a due scopi:
1. Crearci l'ideologia
che questo è l'unico sistema possibile. Tenete presente che nessun
impero sta in piedi senza un'ideologia.
2. Renderci dei tubi
digerenti: produciamo, dobbiamo consumare e ci fanno consumare.
Ho comprato l'altro
giorno ad Assisi questo testo bellissimo, «Cristiani
in una società consumistica». Ascoltate quello che dice sulla
televisione: «Si calcola
che l'americano medio guardi la televisione almeno 26 ore alla
settimana, pari a 13 anni continui della nostra vita media, 13
anni passati davanti al televisore. Dato che la pubblicità occupa
circa il 27% della fascia oraria di maggiore ascolto, potenzialmente
potremmo trascorrere l'equivalente di tre interi anni della nostra
vita guardando unicamente pubblicità. Il suo implacabile messaggio
aggredisce l'autostima e la percezione di milioni di persone».
Qui capite quanto sia importante per il sistema la comunicazione
attraverso i mass media. «La
costrizione al consumo è diventata per noi tanto profonda quanto
il bisogno di sopravvivere, perché il modello consumistico rivela
che il nostro stesso essere è valutabile unicamente in termini
di ciò che possediamo».
Noi siamo solo finché
possediamo, siamo ciò che
possediamo. Di conseguenza siamo posseduti da ciò che possediamo,
prodotti dei nostri prodotti,
fatti a immagine e somiglianza della nostra stessa merce,
come dei veri e propri beni di consumo. L'idolatria esige da noi
il suo pieno prezzo, siamo derubati della nostra stessa umanità.
L'espressione "Usa e getta" non è solo per l'Africa,
è per noi. Questo
sistema ci rende merce. Siamo rifatti a immagine e somiglianza
non più del mistero, ma della nostra merce. Diventiamo cose, perché
adoriamo la cosa. E allora capite tutto il degrado sociale, umanitario,
personale. E' un sistema che ci deruba della nostra umanità, e
tutto il resto poi in conseguenza, fino alle assurdità che vedete:
mi hanno detto che in Emilia Romagna stanno spendendo miliardi
per comprare ansiolitici. E' follia collettiva la nostra.
Stiamo andando verso
la morte caotica. Gli scienziati americani dicono che se non cambieremo
direzione in 50-60 anni avremo già inquinate le falde ecologiche,
in maniera tale che le future generazioni non potranno più sopravvivere.
Il 20% del mondo ha fatto questo scempio. Provate a pensare se
l'altro 80% del mondo dovesse vivere come viviamo noi che cosa
succederebbe. La FIAT sta aprendo le sue fabbriche in Cina: pensate
che cosa succederà se tra qualche anno invece di un miliardo di
biciclette avremo un miliardo di macchine FIAT.
Questo sistema non
è più esportabile, non ha futuro. Gandhi
l'aveva espresso in una frase
lapidaria nel '38, prima dell'indipendenza dell'India, quando
un giornalista inglese gli aveva chiesto: «Mahatma,
quando avrai ottenuto l'indipendenza dell'India riuscirai a portare
l'India allo stesso livello economico dell'Inghilterra?»,
e Gandhi gli aveva risposto: «Se
ci son volute metà delle risorse di questo mondo per fare arrivare
l'Inghilterra lì dove è arrivata, di quanti mondi avrà bisogno
l'India per arrivare lì dove è arrivata l'Inghilterra?». Il
problema è tutto qui.
Questo
sistema deve essere radicalmente rimesso in discussione. Basta
ragionare un attimo, aprire gli occhi, guardarsi attorno. Voi
mi chiederete: «Che cos'è che posso fare?». Permettetemi alcune osservazioni.
Ritorno ai vostri volti,
sono partito dai volti, vi ho descritto il volto di una vittima
del sistema, ora ritorno ai vostri volti. Ognuno di voi è unico
e irripetibile. Per favore smettetela di andare in giro a dire:
«E' colpa di Dini
, è colpa di Maccanico
...». E'
colpa nostra, di ognuno di noi, di ognuno di voi. Se abbiamo il
sistema che abbiamo è perché noi lo vogliamo e se avete i partiti
che avete è perché voi li volete, voi li votate. E' inutile che
ci prendiamo in giro, che piangiamo lacrime.
Ognuno di voi ha una
potenzialità immensa, proprio perché è unico e irripetibile. Io
non dimenticherò mai la frase di Martin Niemöller
, uno dei grandi della Resistenza contro il nazismo, il quale, uscito
dal campo di concentramento di Dakau, rispose in questo modo ai giornalisti che gli chiedevano che cosa pensasse dei
tedeschi: «Siamo tutti colpevoli,
tutti». Era lo stesso Martin che aveva detto: «Quando
la GESTAPO è arrivata per arrestare i sindacalisti io non ho parlato,
perché non ero un sindacalista; quando la GESTAPO è arrivata per
arrestare i comunisti io non ho parlato, perché non ero comunista;
quando sono arrivati per arrestare i cattolici io non ho parlato,
perché non ero cattolico; quando infine sono arrivati per arrestare
me non era rimasto più nessuno che potesse parlare». E' tutto
qui.
Mi appello ad ognuno
di voi. Io davvero credo che il più grande peccato, dopo l'idolatria,
in questa società, sia quello dell'impotenza e del sistema che
vi rende impotenti. Smettiamola di dire che non possiamo farci
nulla, perché possiamo far tutto, è questione di rimetterci in
piedi e di sentire che abbiamo una potenzialità fra le mani. Gandhi
la chiamava la
forza della verità, Gesù la chiamava la
forza dell'amore: è la stessa cosa.
Prima di tutto vorrei
chiedervi una cosa. Sia che siate non credenti o che siate credenti,
coniugate
i vostri valori - o i valori del Vangelo per i credenti
- con
le vostre scelte economiche. Trovo incredibile trovarmi
ancora davanti ad una Chiesa che non sia capace di aiutare la
gente a coniugare il Vangelo con l'economia.
Vorrei attirare la
vostra attenzione su alcuni importanti elementi di speranza e
di cambiamento che si stanno diffondendo in Italia.
In questi giorni
è nata la Banca Etica
, è importante. Io penso che sarebbe importantissimo diffonderla. La Banca
Etica vi permette per la prima volta di coniugare banca ed etica.
Voi non sapete come vengono utilizzati i vostri risparmi. Smettetela
di dire che non potete farci nulla, non è vero. La Banca Etica
vi offre la possibilità di depositare dei soldi e di scegliere
il campo in cui devono essere investiti. E' una banca come qualsiasi
altra, non rompe con la logica del sistema, ma offre la possibilità
del controllo dei propri risparmi. E' già un primo passo importantissimo,
guai se fallisce.
C'è il commercio
equo e solidale, che
permette di coniugare i valori con il commercio, che oggi schiaccia
i poveri.
C'è poi un testo
che è uscito in questi giorni, Guida
al consumo critico. Lo stavamo aspettando da lungo tempo.
E qui avete per la prima volta in Italia notizie precise su tutti
i prodotti: pane, crackers, prodotti per la colazione, prodotti
conservati ecc. In Italia mangiamo ogni anno 12 chili di biscotti
a testa e consumiamo più merendine d'Europa, con 60 pezzi all'anno
pro capite, pari a quasi 2 chili e mezzo. Questo libro vi indica,
per ogni prodotto, tutte le notizie sulle compagnie che lo producono.
Voi saprete, quando andrete a comprare un prodotto, quale compagnia
produce il prodotto, chi ne è il proprietario, come paga gli operai,
se accetta l'esistenza dei sindacati, se non la accetta e così
via. Alla fine arrivate alla possibilità di formulare un giudizio
critico su quello che comprate. Oggi bisogna dire 'Consumatori,
unitevi'. I consumatori hanno una forza incredibile. Il colosso
contro cui combattiamo, io lo chiamo il Golia
imperiale, ha i piedi d'argilla.
Sta uscendo
in questi giorni il testo degli scienziati di Wuppertal
, che
hanno prodotto un rapporto in cui chiedono al popolo tedesco,
se vuole sopravvivere, di ridurre i propri consumi di energia
nei prossimi 50 anni...del 90%.
I
beati costruttori di pace hanno lanciato la campagna 'Bilanci
di giustizia', che è fatto per le famiglie che vogliano controllare
i propri consumi.
Questo dovrebbe portarvi
ormai ad un ragionamento su quello che potete fare. Questi discorsi
devono entrare nei consigli comunali, devono essere fatti nel
concreto della vita, ormai è questione di vita o di morte. Vedete
quante possibilità avete di incominciare a creare una mentalità
nuova. Si tratta davvero di una mentalità radicalmente nuova che
dobbiamo assumere, non si può più andare avanti in questa maniera.
Vi ho sottolineato
il primato dell'economico e del militare. Noi abbiamo ceduto sul
militare. Io rimango esterrefatto perché le chiese non sono ancora
riuscite a ritornare al principio fondante del Vangelo, che è
la nonviolenza. La violenza potrebbe diventare apocalittica ormai,
il gene della violenza ci è sfuggito dalla bottiglia. E' assurdo
che ci siano ancora ragazzi che vadano a fare il servizio militare:
dovrebbe diventare dovere di tutti, ragazzi e ragazze, fare un
anno a favore della comunità. Il Lazio è una regione in cui l'anno
di volontariato sociale non è decollato per nulla. Perché? Sono
queste le iniziative che devono decollare.
I mass media. C'è ancora
parecchia stampa alternativa in Italia: leggetela, fate girare
informazioni alternative, intervenite ovunque dove potete, diffondere
queste informazioni, sulle vostre radio locali, scrivendo ai giornali,
protestando. Rendetevi soggetti attivi.
E' incredibile la potenza
del mezzo televisivo: voi votate anche con il telecomando. E'
molto importante il digiuno televisivo. Avete delle possibilità
enormi.
Permettetemi una parola,
data l'importanza del momento politico che viviamo, sulla politica.
Guardate che il momento che viviamo è un momento molto grave,
e si potrebbe andare in tutte le direzioni. Ho parlato con molta
gente in Italia e davvero sembra che la situazione sia molto delicata,
per cui, per favore, state attenti. Proprio perché vi ho detto
che l'economico predomina, decide quasi tutto, questo non vuol
dire che dovete lasciare la politica. Vuol
dire che dobbiamo inventare una nuova maniera di fare politica.
Dobbiamo guardare in avanti: questo richiederà un grosso sforzo.
L'intervento del cardinale
Martini
per S.Ambrogio era ottimo,
soprattutto quando
affermava: «non è in gioco
la libertà della chiesa, è in gioco la libertà dell'uomo, in Italia
non è in gioco il futuro della chiesa, è in gioco il futuro della
democrazia» E' vero: c'è un tempo per tacere e un tempo per
parlare. E' giunto il tempo per parlare, per tutti. Dobbiamo tutti
costituirci in soggetti politici, l'uomo è essenzialmente un animale
politico, per cui ognuno deve dire quello che pensa.
Permettetemi due parole
sul giro che sto facendo in Italia: girando mi sto rendendo conto
di una cosa molto bella, e cioè che ovunque in questo Paese trovo
gente sana, tanta. E' una minoranza, ma è una minoranza consistente.
C'è della gente, anche nel cuore del potere, che sta ripensando
un po' a tutto. Poi c'è una realtà di base veramente bella in
Italia: la tragedia di tutta questa bellezza che sta alla base
è che nulla di tutto questo viene a galla, è tutto sommerso. In
chiave regionale bisogna cercare una via per far emergere quello
che c'è alla base. Questo tipo di sistema non è uno scherzo, da
soli non resistete più. Se voi pensate di fare resistenza dentro
questo sistema da soli dimenticatelo. Se siete non credenti costituitevi
in un gruppetto che rifletta; se siete credenti, vi collocate
entro l'alveo ecclesiale, costituitevi in piccole comunità di
base, con il primato della parola. La parola fa la comunità. Abbiamo
bisogno tutti di relazioni umane vere, autentiche, che potete
avere solo in una comunità. La parola vi porta all'analisi sociale
e vi porta all'impegno. Anche l'impegno per favore non disperdetelo
su tutti i fronti: ogni piccolo gruppo dovrebbe lavorare su un
piccolo impegno e poi connettersi. E' la lezione che viene dal
Nord America, dalle comunità di resistenza nel cuore dell'impero.
Un
aspetto fondamentale è legare il personale con il sociale.
I credenti hanno gioito quando è caduto l'Est. Il marxismo ha
sempre affermato che sono le strutture, è la società che fa l'uomo;
cambiate le strutture l'uomo cambia. All'Est hanno provato a cambiare
le strutture, ma l'uomo non è cambiato. I credenti hanno sempre
detto invece che cambia l'uomo e cambia la società. E' avvenuto?
No. Secondo me sta qui il cuore del problema: a livello cristiano
l'importanza non si dà alla persona, e qui penso che c'è una grossa
intuizione. Mi ricordo il mio dialogo con Curcio quando era in
carcere nel '91. Nel colloquio mi disse una frase bellissima:
«Lo sbaglio che noi abbiamo
fatto è quello di credere alla verità di Machiavelli
, che il fine giustifica i mezzi. Oggi sono arrivato ad una sola conclusione:
che ogni uomo, ogni donna è fine a se stesso e che io non posso
usare nessuno per qualsiasi altra cosa, per quanto nobile possa
essere».
E questa è l'intuizione di fondo cristiana: il volto, unico e
irripetibile. Nessuno può essere usato per qualcosa d'altro, per
cui se dobbiamo cambiare, è la persona che deve cambiare. Quindi
l'appello va alla persona.
Il Cristianesimo in
venti secoli ha cambiato profondamente gli uomini, però l'esperienza
cristiana non è stata capace in venti secoli di trasformare una
società con la logica del Vangelo, mai. Queste due intuizioni
hanno due grosse verità: la conversione deve avvenire in chiave
personale, è la persona che deve convertirsi, ma man mano che
la persona si converte dovrà capire che se non trasforma la struttura
sociale, politica, economica che gli sta attorno, la struttura
economica lo riporterà ad essere quel 'pagano' che era prima.
Guardate che queste due dinamiche sono fondamentali se volete
lavorare. Se non riusciamo a coniugarle non c'è nulla da fare.
Molta della spiritualità presente oggi nella Chiesa è una spiritualità
intimistica e schizofrenica.
Un altro invito è rivolto
al mondo femminile. Questo sistema di morte è un sistema maschilista,
legato al militarismo, legato all'economicismo che ci porta alla
morte. A voi donne chiedo di non vendervi a questo sistema. Voi
donne avete tre grossi valori: l'amore per la vita, la nonviolenza
e la tenerezza. Fate che questi principi, queste realtà fondamentali
diventino maggioritarie. E allora capite Balducci
, quando diceva che doveva nascere un uomo geneticamente nuovo, l'uomo
planetario. Quest'uomo planetario doveva essere in buona parte
più donna che maschio. Voi donne avete fra le mani qualcosa di
estremamente importante da portare avanti e vi chiedo davvero
che abbiate il coraggio di farlo, perché questa è la vera rivoluzione.
Concluderò con le parole
di un padre gesuita, ucciso in Salvador: «In
El Salvador anche l'estrema destra è arrivata nel suo complesso
a riconoscere che il problema principale del Paese non è la povertà,
ma la miseria, la quale colpisce più del 60% della popolazione.
Questo accade oggi a soli pochi chilometri da quello che è il
cuore stesso del capitalismo internazionale, gli USA». A ben
pensarci si tratta di una delle migliori constatazioni di che
cosa sia capace di offrire la civiltà del capitale. «Per
quanto possa continuare a concepire se stessa come civiltà cristiana
dell'occidente e modello di vita democratica, in realtà la verità
è tutto il contrario: non è civiltà cristiana, dal momento che
non si limita a convivere in maniera tranquilla con una molteplicità
di forme di povertà e di sfruttamento degli altri, ma ne è addirittura
la stessa causa. E non è un modello di vita democratica, dal momento
che non rispetta la volontà maggioritaria dell'umanità, né la
sovranità delle altre nazioni, né i dettami largamente maggioritari
delle Nazioni Unite o le sentenze del tribunale dell'Aia. E' a
partire da questa situazione che noi vogliamo contribuire, con
il nostro iter insieme a molti altri uomini della terra e a molti
altri popoli, all'edificazione di una civiltà realmente universale
e questa, lo comprendiamo assai chiaramente, non può essere altro
che la civiltà del lavoro».
Non la civiltà del
virtuale, ma la civiltà del lavoro, una civiltà della povertà,
che si contrapponga a quella civiltà della ricchezza che sta portando
il mondo alla propria consunzione, senza peraltro conseguire lo
scopo di dare agli uomini la felicità che loro spetta. Magari
il 20% del mondo fosse felice. Se la felicità è quella che vedo
in giro per l'Italia...Io affido a voi e ai vostri volti questo
impegno; io ritornerò nei sotterranei dell'impero a fare due cose:
ad aiutare la gente a morire e ad iniziare la lotta per la terra.
Voi sapete che chi tocca l'idolo poi muore: o ci sbatteranno fuori
o ci spareranno dentro.
Non ci si guarda mai
per caso in volto. Vi chiedo di portare il mio volto dentro il
vostro e io porterò i vostri volti nei sotterranei della vita.
Datevi da fare perché davvero in questo mondo possa vincere la
vita.
Ricercatore presso
l'Istituto Superiore per la Programmazione Economica
10/11/1994
Il punto dal quale
si può partire è questo: nel 1949 in un famoso discorso dell'allora
presidente americano Truman
(in particolare nel punto
4 di questo discorso) c'era un'affermazione molto importante:
abbiamo già oggi a disposizione tutte le conoscenze scientifiche
e i mezzi finanziari per permettere ai paesi arretrati di uscire
dalla loro situazione. Quindi c'era un'orgogliosa affermazione
di possibilità/capacità di lotta a quello che poi verrà chiamato
sottosviluppo. E stiamo
parlando del 1949. Dal 1950 in poi cominciarono una serie di iniziative
(l'attività del'ONU
- con tutte le sue agenzie, quindi ONU, FAO
, UNESCO
, UNICEF
, ecc. - è per oltre il 95% fatta di aiuti allo sviluppo; quindi in sostanza
il grosso dell'attività dell'ONU, con tutti i limiti che può avere
e le critiche che si possono fare, è diretta a realizzare iniziative
a favore dello sviluppo).
In realtà la situazione di oggi qual è? Dal 1990-91, cioè
con i dati che abbiamo cominciato ad analizzare in questi ultimissimi
anni, ci stiamo rendendo conto che la situazione di questi paesi
è per alcuni aspetti migliorata, mentre per altri è peggiorata
notevolmente; in ogni caso l'ipotesi di Truman
non si è verificata, cioè
il divario, la distanza tra i paesi industrializzati e i paesi
poveri, sottosviluppati, anziché ridursi sta aumentando. Quindi
un primo punto estremamente importante da tener presente è che
mentre noi ci riempiamo la bocca con tutte le valutazioni sugli
aiuti che inviamo, le collaborazioni, le iniziative ecc., poi
la realtà è che le due situazioni, cioè le situazioni dei paesi
già industrializzati e di quelli che stanno tentando di evolvere
in una maniera un po' più sana, continuano a divaricarsi, continuano
cioè a non andare insieme. Allora questa prima constatazione esige
che ci si renda conto di che cosa è successo in questi ultimi
50 anni.
Il primo punto da tenere
presente è il seguente: una delle acquisizioni culturali è che
ad esempio la stessa espressione «paesi arretrati» implicava una
valutazione importante. In sostanza si pensava: questi paesi sono
rimasti indietro su una certa strada in cima alla quale
ci sono i paesi industrializzati; noi dobbiamo aiutarli ad accelerare
il passo e a farci raggiungere. Quindi si pensava che fosse possibile
farsi raggiungere, cioè che questi paesi potessero recuperare
il tempo perduto, i passaggi non fatti, e che potessero avere
un modello di sviluppo
analogo a quello dei paesi industrializzati. Ed i passi in avanti
vennero fatti: nei primi anni '50 iniziarono ad essere pubblicati
libri molto interessanti sui problemi dello sviluppo, nei quali
si "facevano i calcoli", cioè si arrivava a prevedere
esattamente quanti miliardi di dollari si dovevano investire per
permettere a questi paesi di raggiungere i paesi industrializzati.
Dopo una decina - forse
una quindicina - di anni si è iniziato a comprendere che il problema
era molto più complicato, che i meccanismi in atto erano completamente
diversi da quelli che sarebbero dovuti essere e che molte delle
cose che si facevano per questi paesi erano sostanzialmente controproducenti,
cioè peggioravano la situazione e non la miglioravano. In più
c'è una seconda constatazione (e questa presa di coscienza è più
recente): molte delle analisi che venivano fatte negli anni '60
erano legate al concetto di colonialismo, cioè in sostanza si
diceva: «la situazione di arretratezza dipende dal fatto
che per oltre 150 anni questi paesi sono stati sotto il giogo
coloniale di paesi come la Francia, l'Inghilterra ecc. Il solo
fatto che fossero delle colonie ha fatto sì che le loro economie
fossero orientate in maniera non corretta dal punto di vista delle
loro popolazioni e quindi se riusciamo ad eliminare il colonialismo
possiamo passare ad un modello di evoluzione più libero, più indipendente».
Negli anni '60 molti dei paesi africani arrivarono all'indipendenza
politica, nel senso che sembravano aver intrapreso un percorso
di liberazione del loro sistema politico-economico dal rapporto
coloniale, in modo da iniziare una rincorsa per superare l'arretratezza.
Questa idea di collegare
quello che poi verrà chiamato
sottosviluppo al colonialismo ha però un difetto fondamentale:
se anche sono vere tutta una serie di analisi che fanno questo
collegamento, però c'è un difetto: queste interpretazioni fanno
sì che la situazione di sottosviluppo venga considerata come una
condizione storica, cioè "vecchia" di 100/150 anni.
Anche il lavoro che è stato fatto per esempio l'anno scorso e
due anni fa sul cinquecentenario della conquista dell'America
Latina ha fatto capire che alcuni meccanismi fondamentali del
sottosviluppo possono essere fatti risalire a 500 anni fa. Su
questo non c'è niente da dire: come sappiamo tutti, qualcuno avrà
letto le lettere di Cristoforo Colombo
, era
molto chiaro che si cercavano delle materie prime preziose, che
allora erano spezie,
oro, argento e manodopera.
La descrizione delle popolazioni locali era fatta in chiave di
manodopera, cioè gli indigeni erano visti come capaci di lavorare
per un lungo periodo di tempo mangiando poco e producendo delle
cose. Vi era, in sostanza, la manifestazione di una economia di
rapina, poiché nessuno pensava di fare degli impianti nei paesi
dell'America Latina per produrre qualcosa: si prendevano l'oro,
l'argento, le spezie per portarli nei paesi occidentali. Quindi
è fin dall'inizio che il rapporto venne concepito in
termini di sopraffazione, sfruttamento.
Ma
qual è il limite di questo discorso? E' che se noi ci fermiamo
a considerare la condizione dei paesi sottosviluppati soltanto
in termini proiettati nel passato, quindi storici, succede qualcosa
di molto pesante: da un lato pensiamo che i meccanismi siano noti
e basti solo aumentare gli sforzi, aumentare le conoscenze per
poterli eliminare, per poterli ridurre; dall'altro che la soluzione
sia solo quella di insistere nel tentare di modificare certi meccanismi.
In realtà il sottosviluppo è una bestia molto più complicata: ci sono dei meccanismi di sottosviluppo
"nuovi". Il meccanismo del debito estero dei paesi sottosviluppati
è iniziato negli anni '73-'74 ed è diventato potentissimo: non
sappiamo ancora come modificarlo, ma sappiamo che non ha nulla
a che fare con il sistema coloniale. L'uso delle biotecnologie
può già essere considerato
un inizio del meccanismo di sottosviluppo per molti paesi,
dal momento che essi sono esclusi dal loro utilizzo. Allora occorre
assumere una visione molto più dinamica del concetto di sottosviluppo
e parlare di sviluppo del
sottosviluppo (se volete giocare un po' con le parole), per
capire che esso è il risultato di un meccanismo che si rinnova
continuamente.
Proviamo una sensazione
abbastanza drammatica: alcuni fenomeni ormai li vediamo nascere,
cioè siamo diventati abbastanza preparati per capirli e per
modificarli, ma poi in realtà non ci sono forze politiche
pronte: questi fenomeni li vediamo passare davanti agli occhi
e non sappiamo come intervenire. O, per lo meno, sapremmo come
intervenire, ma non esistono le forze per farlo. Questa è già
una visione molto più dinamica, molto più stimolante per certi
aspetti, nel senso che richiede un approccio più "divertente":
bisogna studiare, bisogna leggere, bisogna capire. D'altra parte
ogni avvenimento che si verifica, dalla crisi in Somalia fino
al Ruanda ecc., fa parte di una stessa logica. Quindi, se volete,
guardare la televisione o leggere il giornale diventa più interessante
se si pensa a questo schema di analisi dei rapporti Nord-Sud.
Questa è la premessa:
farò ora alcuni esempi. Se si parla del sottosviluppo, sarebbe
necessario parlare di 70-80 diversi meccanismi: io parlerò solo
di 2 o 3 di questi meccanismi e quindi gli altri bisognerà immaginarli,
cercando di capire quale logica seguano.
Le
materie prime
Partiamo da un esempio
classico, un meccanismo tradizionale che conosciamo tutti benissimo
e che negli anni '50 era l'elemento principe nella descrizione
dei paesi sottosviluppati: la famosa storia delle materie prime.
Questi paesi sono sostanzialmente produttori di materie prime,
intendendo come materie prime delle sostanze agricole o industriali
che servono ai paesi industrializzati.
Quindi con l'espressione
"materie prime" già si identifica qualcosa che gli altri
paesi trasformeranno. Molte volte queste espressioni sono pesanti
e dobbiamo fare attenzione al loro significato per non usarle
senza rendercene conto. In sostanza, alcuni dei prodotti sono
situati nei paesi sottosviluppati perché geograficamente nascono
lì e sono il rame, i minerali per l'alluminio, la bauxite ecc.;
gli altri sono molte volte delle materie prime che noi
abbiamo deciso che venissero coltivate nei paesi sottosviluppati
(cacao, caffè, cotone, arachidi, ecc.). Sono tutti prodotti che
si producono con facilità in questi paesi, ma siamo stati noi
che li abbiamo sviluppati, siamo stati noi che abbiamo deciso
che la specializzazione internazionale di questi paesi fosse su
queste materie prime.
In sostanza il problema
qual è? Mentre in un Paese come l'Italia, che esporta 100-150
prodotti in misura consistente, se uno di questi
sul mercato internazionale va male non succede niente,
quando va male il prezzo del rame, che costituisce l'80,
l'85, il 90% delle esportazioni di 2, 3, 4 paesi, è l'intera economia
di questi paesi che viene travolta. Se va male un raccolto - le
famose gelate sul caffè - in paesi come il Brasile, è l'intera
economia di quell'anno che viene sconvolta. Già questo crea una
distinzione fondamentale, poiché questi paesi sono fortemente
esposti alle crisi dipendenti dal clima e dal controllo del prezzo
internazionale di questi prodotti, in quanto una minima variazione
di questo prezzo internazionale può creare dei disastri paurosi
all'interno del Paese. Questo per gli altri paesi, cioè per paesi
come l'Italia, la Francia, la Germania, gli Stati Uniti ecc.,
non succede. Quindi ci troviamo di fronte a due gruppi di paesi
che rispondono a delle logiche economiche diverse.
C'è un altro problema,
anch'esso legato a queste materie prime: questi prodotti possono
talvolta essere sostituiti. Si potrebbe fare una storia dei paesi
sottosviluppati raccontando come il cosiddetto progresso tecnologico
dei paesi industrializzati abbia causato la sostituzione di questi
prodotti. Un esempio: la produzione delle gomme per automobili
fatta con mezzi chimici ha causato la "sparizione economica",
cioè la perdita di valore economico, di tutte le piantagioni degli
alberi della gomma ecc. C'è una ripresa dei prodotti di questi
paesi in questo momento, negli ultimi 2/3 anni, per la produzione
di preservativi. Questo è un dato positivo, ma purtroppo è l'AIDS
la fonte di modifica del rapporto economico. Un altro di questi
meccanismi si verifica, per esempio, con il rame: da alcuni anni
sono in funzione e hanno superato la fase sperimentale le cosiddette
fibre ottiche, che hanno una portata, cioè una capacità di trasmissione
di informazioni, dati, elettricità ecc., di gran lunga maggiore
dei fili di rame; il valore economico del rame sta decrescendo.
Con le biotecnologie si stanno studiando dei prodotti che sono
mille volte più dolci dello zucchero a parità di peso; appena
entreranno nel mercato, alla Pepsi-Cola e alla Coca-Cola saranno
felicissimi, perché potranno dolcificare le loro bevande con un
quantitativo molto ridotto. Di conseguenza ci saranno decine di
milioni di posti di lavoro perduti nel Terzo Mondo perché quel
prodotto non sarà più necessario.
Questo fa già capire
che tipo di collegamenti pesanti
ci siano tra i meccanismi
che hanno specializzato questi paesi e il resto del problema del
sottosviluppo. C'è inoltre un altro aspetto del discorso, più
economico: storicamente si è visto che il valore di queste materie
prime tende ad abbassarsi, nel senso che i prezzi che vengono
pagati per queste materie prime sono sempre più bassi. I prezzi
che vengono pagati dai paesi sottosviluppati per acquistare i
nostri prodotti industriali, quindi le automobili, i trattori
ecc., tendono invece ad aumentare. Questa tendenza non è, secondo
me, una tendenza di mercato. Se si ha una posizione liberista
si ritiene che sia il mercato che determina questi livelli.
La mia posizione non
è questa: la mia sensazione è che invece questa tendenza dipende
dal meccanismo di controllo su questi paesi, poiché per ognuna
delle materie prime c'è la possibilità di controllare il prezzo
internazionale da parte di un numero molto ristretto di imprese
multinazionali. Dall'altra parte le grandi imprese italiane, francesi,
tedesche ecc., che esportano questi prodotti industriali, sono
in grado di imporre un certo prezzo. Quindi in pratica c'è questo
meccanismo di andamento diverso che tecnicamente è espresso attraverso
quelli che si chiamano i termini di scambio e che vede i
rapporti di scambio tendenti al peggioramento per i produttori
di materie prime. Negli ultimi 10 anni, cioè negli anni '80 -
questi sono dati ufficiali dell'ONU
- il prezzo delle materie prime complessivamente è diminuito
del 40% ; il caffè è diminuito del 50%.
Allora cominciamo già
a vedere come queste economie siano basate su prodotti che
tendono nel lungo periodo a diminuire di prezzo: questi
paesi devono produrre sempre maggiori quantitativi
di questi prodotti ottenendo però sempre meno. Può sembrare
molto complicato, oppure banale, però in realtà questi sono i
meccanismi. Il problema è che questo tipo di meccanismi sono nati
negli anni ' 50, li conosciamo benissimo.
Nel 1962 c'è stata
una grande riunione, una grande assemblea del cosiddetto gruppo
dei 77 che chiedeva
già allora la stabilizzazione del prezzo delle materie prime:
fate attenzione, non chiedevano un prezzo giusto o un prezzo in
aumento o di garantire certi livelli, chiedevano la stabilizzazione,
cioè chiedevano che il prezzo internazionale fosse calibrato,
fosse tenuto sempre, o per lo meno per lunghi periodi di tempo,
a livelli conosciuti in anticipo. Questo comportava
una certa tranquillità nell'utilizzazione delle risorse
naturali. Dovevano essere creati 40 gruppi a livello internazionale
relativi a 40 diverse materie prime, ne sono stati creati 4, hanno
effettivamente funzionato solo 2 di questi gruppi: uno dei due
gruppi che ha funzionato è quello sul grano (nel quale sono presenti
anche gli USA che sono i maggiori produttori di grano) che ha
orientato l'andamento
dei lavori in favore
dell'economia americana. E' inutile andare a spiegare il motivo,
però non è casuale che questo gruppo abbia funzionato. Dunque
per questo settore abbiamo una situazione analoga a quella degli
anni '50: chiedersi perché questi paesi sono ancora sottosviluppati
mi sembra abbastanza superfluo.
Il debito estero
Vediamo un altro problema,
un altro meccanismo: in questo momento i paesi sottosviluppati
hanno un debito con l'estero di oltre 1350 miliardi di dollari
ancora da pagare. Praticamente, tanto per darvi un'idea, tutte
le spese militari fatte negli anni '80, quando USA e URSS si confrontavano,
erano dell'ordine di 900 miliardi di dollari in un anno. Se facessimo
un confronto, anche qui con una cifra annuale, quella degli aiuti
che mandiamo ai paesi sottosviluppati, scopriremmo che questa
è dell'ordine di 48 miliardi di dollari all'anno; se poi andassimo
a vedere l'ammontare del pagamento
degli interessi e della quota di capitale, vedremmo che negli
ultimi 5 anni sta succedendo una cosa molto banale: l'ammontare
degli interessi e delle quote di capitale da pagare in un anno
supera i 120 miliardi di dollari, cifra superiore ai nuovi finanziamenti
che vengono concessi ai paesi sottosviluppati. In sostanza i soldi
che escono sono molto più dei soldi che entrano in questi paesi.
Il
meccanismo reale che sta dietro a queste cifre qual è? Se si considera
come prendono i soldi questi paesi per pagare le loro quote semestrali
di interessi, si scopre che più del 60% del risparmio accumulato,
per esempio, dai paesi dell'America Latina va a pagamento della
quota di interessi. Il meccanismo è ancora più drammatico di un
semplice esborso di denaro, perché se un Paese o un gruppo di
paesi deve destinare gran parte del risparmio a pagare il vecchio
debito, non può fare nuovi investimenti. Queste economie sono
quindi tenute basse.
E' drammatico il fatto che vengano drenate delle risorse finanziarie
essenziali per lo sviluppo, il che frena moltissimo ogni tentativo
di svilupparsi .
Come è nato questo
processo? L'inizio è molto semplice: c'è stata la cosiddetta
"crisi energetica" del '73/'74. Uso il termine cosiddetta perché all'epoca, questo anche da sinistra, si parlò di
crisi come se non ci fosse più petrolio, o ce ne fosse molto poco,
e le riserve stessero esaurendosi. La realtà era molto diversa:
era un'operazione economica fatta dagli USA e dalle imprese multinazionali
in accordo con i paesi produttori, per innalzare il prezzo internazionale
del petrolio. C'era un problema strategico degli USA che si trovavano
a ricevere troppo petrolio proveniente dal Golfo: la guerra ha
dimostrato che la preoccupazione degli USA era fondata in questo
senso.
Con questa operazione,
che quadruplicò il prezzo del petrolio nell'arco di circa
sei mesi, i paesi produttori e le multinazionali che controllano
il settore si sono trovati a disporre di una quantità notevole
di liquidità. Questi soldi vennero versati in banche americane
e inglesi che furono costrette a cominciare a fare prestiti. Incominciò
quella che viene definita una politica del denaro facile: i paesi sottosviluppati avevano bisogno
di soldi e ricevettero questi prestiti.
Il primo punto da considerare
è: a quali condizioni? Le condizioni sono drammatiche. Il
tasso di interesse per i prestiti concessi ai Paesi in
via di sviluppo [d'ora in poi PVS, N.d.R.]
è molto spesso uguale, se non superiore, a quello imposto ai paesi
industrializzati. Io
vorrei che non fosse dato un giudizio sull'entità del tasso, come
se il 18% fosse meglio del 10%. Imporre un tasso uguale o superiore
a quello in vigore nei paesi industrializzati, significa
non rendere possibile un rendimento adeguato per i PVS
e quindi non permettere un ripagamento. Sto cercando di chiarire
questo aspetto piuttosto che il fatto che questi tassi di interesse
siano troppo alti.
Il secondo passaggio
è che gran parte di questi prestiti sono a breve termine: alcune
volte questi paesi devono restituire i soldi entro un anno; poi
eventualmente li richiedono e vengono concessi un'altra volta.
Facendo però in questo modo, succede che non funziona quello splendido
meccanismo del sistema economico predominante, ossia quello dei
vantaggi dell'inflazione sull'indebitamento di lungo periodo.
Ogni volta che si contrae un mutuo, si sposta in avanti il pagamento:
il primo anno incide molto sullo stipendio, al dodicesimo o ventesimo
anno la quota del pagamento diventa molto piccola, perché gli
stipendi sono man mano lievitati, mentre lievitavano i prezzi;
per questo si ha la sensazione di pagare molto di meno.
Questo meccanismo non
ha funzionato in favore dei paesi sottosviluppati, ha funzionato
in favore delle banche, che ogni volta hanno ridefinito le condizioni
del prestito e i tassi di interesse in base all'andamento dell'inflazione.
Ci sono stati altri
fenomeni: tra il 1979-'80 e per 5/6 anni, gli USA hanno tenuto
alto il prezzo del dollaro per loro motivi interni. I paesi sottosviluppati
si sono trovati a dover pagare il debito e gli interessi sulle
quote di capitale con un dollaro che costava molto di più di quando
loro l'avevano ricevuto. Questa cosa è stata sconvolgente; in
quegli anni c'è stata un'impennata del meccanismo di accumulazione,
cioè questi paesi si sono trovati improvvisamente nella condizione
di non poter pagare. Non casualmente il primo Paese che denunciò
l'impossibilità di pagare fu il Messico nell'agosto '82.
Vorrei però chiarire
altre due cose. Quello descritto fino ad ora è il meccanismo finanziario.
Vorrei invece farvi cogliere anche l'aspetto di economia reale
sottostante: e cioè che cosa hanno fatto con questi soldi i paesi
sottosviluppati. Questo lo dico anche perché c'è un obiettivo
preciso nelle mie parole; noi siamo in un Paese in cui ancora
oggi l'idea di avere dei soldi in prestito e doverli ripagare
è un fatto abbastanza normale. Per questo, qualche volta, all'idea
di cancellare il debito dei paesi sottosviluppati, c'è una specie
di riluttanza psicologica: malgrado tutto i soldi li hanno avuti. Io fornirò qualche informazione
sugli usi dei fondi ricevuti da parte di questi paesi nella speranza
di far cambiare questo atteggiamento.
Per oltre un terzo
i prestiti sono stati concessi a paesi sottosviluppati affinché
acquistassero armi nei paesi industrializzati. Non casualmente
i paesi più indebitati erano l'Iran, l'Iraq, l'Argentina. Il punto
fondamentale qual è? A parte la repulsione verso le armi, manteniamoci
sul piano puramente economico: capirete che le armi non possono
essere usate a fini di sviluppo. Gli interessi, però, vengono
pagati come se questi soldi fossero usati per costruire degli
impianti, o delle strade o degli ospedali.
Capite immediatamente
perché questi paesi hanno avuto e continuano ad avere difficoltà
a pagare: grossa parte di questi fondi non sono stati utilizzati
a fini economici, cioè per avere un rendimento. Dall'altra parte
questi fondi sono serviti ad alimentare produzione ed esportazione
delle industrie di armamenti italiane, francesi, statunitensi.
Diamo ora una seconda
cifra: da una stima del FMI
(Fondo Monetario Internazionale, N.d.R.) sappiamo che tra il 10% ed
il 20% del debito estero dei PVS è costituito da tangenti, mazzette, pizzi. L'ordine di grandezza di questa
cifra è di circa 250 miliardi di dollari. A questo punto si impone
una riflessione. Una prima interpretazione di questo fenomeno
può essere: le classi dirigenti di questi paesi sono corrotte.
Il passaggio successivo in genere è: finché non cambiano le classi
dirigenti non c'è niente da fare, dal momento che in questi paesi
c'è una corruzione così diffusa che continueranno a rimanere sottosviluppati.
Il passaggio successivo è razzista: sono talmente corrotti, sono
così per natura, non cambieranno mai. L'altro ordine di riflessione
che si può fare invece è: l'ammontare del debito è talmente rilevante
che può essere meglio concepito come finanziamento
di una classe dirigente. In sostanza abbiamo finanziato i
governi dittatoriali, i governi militari; abbiamo fatto delle
operazioni di controllo a livello internazionale tramite questo
meccanismo del debito. Questo non significa che i singoli funzionari
o ministri fossero degli stinchi
di santo. Il problema, però, non è risolvibile, secondo me,
semplicemente in termini di giudizio morale, cioè di condanna
morale della corruzione.
Permettetemi una parentesi
sulla situazione italiana, cioè su Tangentopoli: gran parte degli
investimenti pubblici è stata fatta per dei motivi che non sono
economici; sono state emanate numerose leggi con stanziamenti
di centinaia di miliardi, che sono stati canalizzati in tempi,
modi, e secondo logiche che con l'economia in senso stretto non
avevano nulla a che fare. Dato cioè per scontato che i politici
hanno rubato dei soldi, andiamo a vedere come sta l'economia,
cioè quali scelte sono state fatte e come. Siccome si parla di
interventi pubblici di alcune decine di anni, ci sarebbe da rifare
tutta la storia dell'intervento dello Stato nell'economia. Rende,
per esempio, molto di più una bella autostrada piuttosto che un
argine costruito su un fiumiciattolo alpino, magari per evitare
allagamenti e piene.
Tornando ai paesi sottosviluppati,
c'è un'altra componente da analizzare: quella di tutti gli interventi
che sono stati finanziati e
che non avevano una base economica. Sto parlando ad esempio
dell'impianto nucleare che si doveva costruire nelle Filippine
alle pendici di un vulcano. Non è stato poi costruito
perché qualcuno si è opposto a questa iniziativa, ma l'attuale governo delle
Filippine sta pagando quote di capitale e tassi di interesse su
quel prestito, a fronte del quale non c'è niente.
Fatta questa considerazione
si può tranquillamente dire che i 2/3 dei prestiti elargiti ai
paesi sottosviluppati non davano rendimento. Se accettiamo questo
ordine di grandezza (60% circa) possiamo dire che la impossibilità
a pagare non è una impossibilità derivante da sprechi, follia
ecc. I motivi sono economici, è stato cioè innescato un meccanismo
che non permette il ripagamento. E' per questo che l'ipotesi di
un'eventuale cancellazione del debito, idea che ci disturba un
pochino, è concepibile nella misura in cui i prestiti non avevano
base economica. In sostanza si è trattato di un matrimonio non
consumato, poiché non è stato consumato l'atto economico sottostante.
Allora la cancellazione dovrebbe essere un atto amministrativo,
neanche di giustizia. Se mi si permettete una battuta, anche quando
il Papa dice che non possiamo esigere il pagamento perché ciò
costerebbe lacrime, sangue e miseria, è ancora una forzatura in
questo senso e non è accettabile, perché non è questo il problema.
Va bene che il Papa abbia chiesto la cancellazione del debito,
ma questa scelta è qualcosa di più, e cioè il riconoscimento del
meccanismo negativo messo in piedi, ed ovviamente per questo motivo
è molto difficile da ottenere. Quello che sto dicendo, ovviamente,
non deve essere preso per oro colato: sto cercando semplicemente
di rendere più complessa la valutazione del problema fornendo
degli elementi di riflessione sui quali ciascuno potrà fare le
proprie valutazioni. E' importante però cominciare a vedere che
cosa c'è dietro i
problemi, le statistiche, i meccanismi di questo genere.
Le politiche delle
istituzioni economiche internazionali
Altro passaggio da
analizzare: quando si parla dell'ipotesi della cancellazione del
debito, FMI
, N.d.R.] e BM
gli contrappongono quelle
che si definiscono politiche
di aggiustamento strutturale. Queste politiche consistono
essenzialmente in questo: si offre al singolo Paese di non pagare
subito e di pagare con delle scadenze diverse. Si tratta di riscadenzamenti,
termine tecnico che si usa proprio per queste situazioni. Essi
consistono nello spostamento in avanti del pagamento. Descritto
così il fenomeno potrebbe sembrare positivo; il problema però
deriva dal fatto che FMI
e BM
impongono delle strategie
economiche ben precise a questi paesi, affinché si mettano in
condizione di pagare alle scadenze stabilite. Queste politiche
sono di austerità, di contenimento della spesa pubblica: «non
spendete troppo per i vostri investimenti interni, ma mettete
da parte per pagare fra 3-4 anni».
Un'altra imposizione
che viene fatta è l'apertura agli investimenti esteri, alle importazioni
e alle esportazioni del mercato: questi paesi devono cioè aprirsi
il più possibile in base alla impostazione liberista della politica
del Fondo. Le politiche di aggiustamento appaiono sempre molto
complicate, ma in realtà sono procedure che vengono attuate normalmente
anche in Italia: non casualmente i funzionari del Fondo vengono
due volte l'anno anche in Italia.
C'è però un particolare:
una diminuzione delle pensioni, un aumento delle tasse o dei ticket
sanitari in una situazione come quella italiana è poco tollerabile
politicamente, anche
se fisicamente non muore nessuno. Nei paesi sottosviluppati, invece,
un intervento di questo tenore incide immediatamente sui livelli
di sopravvivenza. Qualche anno fa, quando venne proposta una politica
di aggiustamento in Venezuela, Paese produttore di petrolio, quindi
apparentemente ricco, il prezzo del pane quadruplicò immediatamente.
Ci furono quasi 200 morti perché la gente scese in piazza, dal
momento che non riusciva a sopravvivere. Normalmente noi non teniamo
conto della distanza, della divaricazione, che significa proprio
questo: le misure di politica economica hanno una incidenza diversa
data la diversità della situazione.
Altro elemento da considerare
è che queste politiche di aggiustamento del FMI
. sarebbero accettabili se per questi paesi fosse realizzabile un aumento
consistente del reddito e di tutti i parametri positivi del sistema
economico. In sostanza, per questi paesi si dovrebbe ottenere
una crescita del reddito del 5-6% all'anno. Se questi paesi fossero
in grado di avere uno sviluppo di questo genere, sarebbero in
grado di pagare il debito secondo le norme del FMI
. Peccato che negli anni '80 il reddito dei paesi dell'America Latina
sia diminuito del 20% e il reddito pro-capite nei paesi africani
sia tornato ai livelli degli anni '50. In questa situazione ipotizzare
che nei prossimi anni ci possa essere un aumento del 5 o 6% annuo
(deve essere così alto per compensare anche l'aumento della popolazione)
è folle, è inadeguato, è irreale. Il FMI
può continuare a dire e sostenere queste cose, però è irreale.
Questo significa che non sono d'accordo con la politica del FMI
., e questo non per motivi ideologici, politici (liberismo-sì, liberismo-no), ma perché è irrealistica.
Su queste politiche
di aggiustamento si può aggiungere ancora una cosa: negli ultimi
anni la BM
ha destinato il 25% delle
sue risorse a quei paesi che hanno politiche di aggiustamento
in atto. Questo dato può essere letto in questo modo: un quarto
dei fondi destinati a sostenere infrastrutture per lo sviluppo
[la funzione istituzionale dei fondi della BM
, N.d.R.), è stato destinato
ad altri scopi, a favorire il ripagamento del debito. Proprio
nel momento in cui molti paesi avrebbero avuto bisogno di un aumento
ingente di risorse, un quarto delle risorse stanziate dalla BM
è stato destinato ad altri
scopi e quindi c'è stata una sostanziale diminuzione delle risorse
destinate ai meccanismi di sviluppo reale. E' su questo dunque
che si innestano tutti i meccanismi di valutazione negativa, di
opposizione alle politiche del FMI
. e della BM
..
Un ultimo punto di
cui è necessario tenere conto: quando prima ho parlato della possibilità
di cancellazione del debito estero, qualcuno può aver pensato
alla richiesta di cancellazione totale fatta da Fidel Castro
circa dieci anni fa. Vorrei
ricordare una cosa: due anni fa, ed è ancora una proposta aperta,
è stato Major
, primo ministro inglese, a proporre - sostanzialmente - di cancellare
tutti i debiti dei paesi al di sotto di un certo livello di reddito,
per salvare almeno una sessantina di paesi sottosviluppati. I
contenuti di questa proposta sono noti come i Termini
di Trinidad
, perché
la proposta è stata elaborata a Trinidad in una riunione della
BM
e del FMI
. Ancora l'anno scorso la BM
nel suo rapporto annuale
sul debito diceva: «vi presentiamo
la proposta, vi indichiamo i costi e le conseguenze». Possiamo
affermare - sulla base dei precedenti - che questa proposta non
sarà accettata.
Si può quindi dire
che un meccanismo che ha avuto inizio negli anni '73-'74 è a tutt'oggi
ancora operante e non c'è nessun tentativo a livello internazionale
di modificarlo, tranne quei riscadenzamenti di cui si parlava in precedenza. Questa è la cosa
più grave, poiché il meccanismo dopo vent'anni è ancora intatto
e nessuno manifesta seriamente l'intenzione di modificarlo. Gli
unici spostamenti che ci sono stati consistono in alcune cancellazioni
che ha fatto la Svezia nei confronti di alcuni paesi africani
disastrati e la cancellazione di 120 milioni dell'Istituto S.Paolo
di Torino. Si tratta di reazioni estremamente modeste di fronte
alla cifra totale del debito.
Le interdipendenze
Si potrebbe continuare
a parlare per ore di questi ed altri problemi quali il ruolo delle
multinazionali, la politica della ricerca scientifica, la politica
degli investimenti esteri e tutti i problemi ambientali. In particolare
questi problemi ambientali sono sempre più connessi tra loro:
noi siamo abituati a vedere i problemi ambientali come danni in
sé. Nessuno si rende pienamente conto, per esempio, che per pagare
gli interessi sul debito ogni sei mesi, paesi come il Brasile
sono costretti ad esportare il più possibile, quindi a tagliare
foreste più in fretta possibile, ad estrarre materie prime il
più velocemente possibile. Non si tratta quindi di danni ambientali
casuali o derivanti da stupidità o malvagità umana: ci sono dei
meccanismi economici che portano in direzione negativa. Quindi,
dal punto di vista verde,
ogni volta che si fanno denunce solo dicendo che i boschi sono
belli, gli uccellini sono carini ecc,
non si tocca l'anima del sistema, sembra non ci si renda
conto del fatto che ci sono dei meccanismi economici che spingono
nella direzione della distruzione ambientale.
Quando si parla del
disboscamento nelle foreste del Terzo Mondo, in genere si pensa
ai contadini che hanno fame, non sanno bene che cosa fare, tagliano
gli alberi per seminare qualcosa. Ma i danni arrecati dai contadini
alle foreste sono meno del 2% del totale, e a loro volta i contadini
non lavorano da soli: fino a due anni fa il Brasile aveva previsto
degli incentivi per i contadini che disboscavano. Per il resto
si tratta o di grosse imprese o di meccanismi pubblici. Non capire
che ci sono dei meccanismi economici di grosso spessore da smontare,
significa proprio non affrontare la questione e quindi non risolverla.
L'altro elemento importante
è che abbiamo cominciato a tracciare uno schema nel quale non
si parla più di meccanismi Sud , cioè di mero sfruttamento del Nord sul Sud; cominciano
a prevalere i meccanismi
a circuito. Tutto il discorso sull'ozono o sui pesticidi è
un discorso complessivo sul sistema-mondo, come anche quello sul
debito. Non c'è più il Nord tranquillo che sfrutta il Sud. Ci
sono il Nord ed il Sud coinvolti in un numero sempre crescente
di meccanismi comuni. In questa ottica, considerate come vere
le cose di cui stiamo discutendo, non ci possiamo più permettere
il lusso di difendere l'ambiente solo da
noi o di difenderlo solo da
loro. Il problema è che bisognerebbe attaccare il meccanismo
da tutte le parti: bisognerebbe colpirlo lì,
ma bisognerebbe colpirlo anche qui.
Penso di poter dire che nell'arcipelago verde, al di là delle
posizioni politiche, questo passaggio non sia stato ancora fatto.
Si continuano a fare delle denunce complessive, ma non si denuncia
il meccanismo in quanto tale: le azioni che proponiamo sono ancora
delle azioni di tamponamento. Lo smontamento del meccanismo, la
negazione della tecnologia che non va bene, ancora non la stiamo
chiedendo.
Ultimo punto è quello
delle prospettive: il quadro fin qui proposto è piuttosto negativo;
le prospettive sono ancora peggiori. C'è una previsione demografica,
elaborata dall'ONU
con dati piuttosto sicuri,
che prevede da oggi al 2005 il raddoppio della popolazione mondiale.
L'87 % di questa popolazione sarà concentrata in zona urbana,
quindi un altro fenomeno molto importante è che alla fine del
decennio metà del Terzo Mondo sarà in area urbana. Io parlo di
area urbana, perché
non si può più usare il termine città, che per noi ha un significato
positivo, indica un posto dove ci sono cose belle, c'è una produzione
culturale, si fa cinema, si fa teatro,
ci sono i mezzi di comunicazione, tanti negozi. Se si va
nel centro di San Paolo, con 15 milioni di abitanti e 4 milioni
di favelas, il quadro cambia in maniera rilevante; e la San Paolo
di oggi sarà una piccola città tra dieci anni.
Un altro fatto da valutare
è che solo per questi motivi, riguardanti l'incremento demografico,
la popolazione in zona fame dovrebbe triplicare. Fermo restando che aumenterà la produzione
agricola, l'aumento demografico supera però le previsioni dell'introduzione
di alimenti e quindi la popolazione in zona fame dovrebbe triplicare in rapporto alla cifra più bassa della
stima della FAO
(500 milioni) sulle persone che oggi sono in situazione di fame.
Un dato del genere per un economista è pauroso perché significa
che si può fare un programma oggi e mentre lo si progetta la popolazione
su cui si deve agire è triplicata.
Ultimo dato: l'ONU
parla di 900 milioni di posti
di lavoro da creare nel Terzo Mondo, cifra che per le dimensioni
è difficile da concepire. Comunque è evidente che dietro al fenomeno
dell'immigrazione, dietro alle analisi e alle proposte che si
fanno, c'è una pressione crescente della popolazione del Terzo
Mondo, ed è una pressione molto più forte di quanto noi riusciamo
ad immaginare. Questo
avviene anche a sinistra: chi parla in favore degli immigrati
e della società multiculturale, sottovaluta il fenomeno, non si
rende conto che l'Italia nei primi 10 mesi di applicazione della
legge Martelli
ha espulso 18.000 persone
e ne ha fermate alla frontiera 75.000: il ritmo con cui arrivano sembra crescente.
Nel
1990 la BM
ha pubblicato il rapporto
Povertà con copertina
nera e scritta color oro, in cui si afferma che ci sono nel Terzo
Mondo un miliardo
e 350 milioni di persone al di sotto della soglia della povertà
(con circa 400 lire al giorno di reddito pro capite). La BM
dice anche che per queste
persone si possono prevedere solo interventi di assistenza e di
istruzione, cosa quest'ultima molto importante perché le donne
istruite fanno meno bambini (in effetti è vero che nella storia
dei paesi occidentali c'è una correlazone tra il grado di istruzione
e il numero dei bambini che nascono,
ma non si può sottovalutare che nei paesi occidentali è
aumentato anche il reddito); se ciò avverrà si spera di poter
stabilizzare la popolazione del Terzo Mondo nel 2040. La BM
forza un po' la mano, ma
anche dando per buone le sue affermazioni, ciò che preoccupa è
la stabilizzazione al 2040, che significa l'impossibilità di intervenire
sul meccanismo demografico. Ma la cosa più grave è che la BM
, che sostiene la necessità di prendere una serie di misure molto impegnative,
prevede che se esse saranno attuate con successo ciò farà
uscire dalla soglia di povertà circa 300 milioni di persone.
La BM
non dice che cosa succede
agli altri 850 milioni di persone.
Gli altri rapporti
degli organismi Internazionali non toccano questo tema e la BM
, nel 1990, per la prima volta ha messo in discussione un'idea guida fondamentale:
che ci sarà lo sviluppo per tutti (cfr. discorso di Truman
). La BM
- sostanzialmente - afferma
che oggi sappiamo che lo sviluppo non ci sarà per tutti. Viene
messo in discussione tutto il concetto del recupero:
per 1/5 della popolazione dei paesi sottosviluppati non sappiamo
che cosa fare; questa è una cifra preoccupante perché indica che
il sistema internazionale nel suo complesso non sarà interessato
a questa fascia di popolazione.
Fino ad oggi abbiamo
ragionato nell'ipotesi che il sistema controllasse tutto, che
fosse in fase di espansione, che dovunque un
po' di Coca-Cola qualcuno la comprava. Secondo i dati della
BM
questa fascia di popolazione
non sarà in grado né di consumare né di produrre.
Tutti gli schemi su
cui si è discusso finora prevedevano la copertura teorica per
tutti, anche se non era mai chiaro a che livello; anche il concetto
di economia sostenibile continua a basarsi sull'idea che tutti
saranno nel gioco, anche con ruoli diversi; l'ultima analisi della
BM
mette in dubbio questi schemi.
1.
Distinzione tra FMI
e BM
La parte delle politiche
d'aggiustamento e controllo sulle politiche economiche dei singoli
paesi è fatta dal FMI
; la BM
si dovrebbe occupare di creare
infrastrutture nei paesi sottosviluppati. La BM
è composta da azionisti:
il 25% delle azioni appartengono agli USA, gli altri paesi industrializzati
hanno quote in proporzione alla loro economia, i paesi del Terzo
Mondo hanno piccole quote. Il controllo
dei flussi di finanziamento della BM
è praticamente in mano ai
paesi industrializzati. La stessa cosa avviene per la FAO
e l'UNICEF
; con l'UNESCO
ci sono stati dei problemi, perché nel suo statuto era previsto
che all'Assemblea Generale ogni Paese avesse un voto, mentre negli
altri organismi esso è in funzione delle quote di capitale detenute.
Dunque c'era una maggioranza di paesi del Terzo Mondo. Gli USA
hanno quindi tagliato i fondi e la stessa cosa è avvenuta per
l'ILO
(l'Organizzazione Internazionale
del Lavoro), poiché essa si è autonomizzata dal punto di vista
politico, però le sono stati tagliati i fondi. Quando la FAO due
anni fa fece la proposta di finanziare due piccoli progetti agricoli
nei Territori Occupati in Palestina, gli Usa minacciarono di ritirarsi
dalla FAO; questi organismi non sono da considerare come sovranazionali
in senso reale, perché
di fatto essi risentono delle logiche di potere di cui abbiamo
parlato.
In ogni missione di
15 esperti della BM
ci sono tre americani, due
inglesi, due francesi e poi in proporzione tutti gli altri: è
una lottizzazione tipo Manuale
Cencelli in proporzione delle quote. Queste cose non sono
casuali perché il singolo esperto controlla i suggerimenti sulle
commesse che saranno date alle imprese del proprio Paese donatore
in funzione della sua quota; tutto ciò è esplicito. Se un organismo
così largamente controllato incomincia
a dire che non ci sarà lo sviluppo per tutti, io mi preoccupo.
2.
Le politiche di aggiustamento e l'Italia
Queste politiche vengono
applicate ai paesi indebitati verso l'estero: in Italia non vengono
adottate perché l'Italia non è particolarmente indebitata verso
l'estero. Due volte l'anno arriva la missione del FMI
, con gli economisti di settore che si occupano dell'Italia. In genere
c'è almeno un economista senior
che si occupa e che conosce la situazione dell'Italia meglio del
Primo Ministro. Certe volte ci sono delle critiche che spesso
servono a sostenere la linea del governo in quel momento. Le misure
consigliate in caso d'inflazione per l'Italia e l'Algeria sono
dello stesso tipo perché la logica del Fondo è la stessa: liberista.
A noi tolgono il 3% delle pensioni, in Algeria le pensioni non
ci sono, per cui raddoppiano il prezzo del pane; la misura in
termini economici è la stessa (tendente a ridurre la spesa pubblica),
ma gli effetti sono diversi. I singoli paesi sottosviluppati non
riescono ad opporsi alle politiche di aggiustamento perché dovrebbero
mettersi d'accordo tutti quanti, coalizzarsi.
Le
alternative esistono dal 1975: si sa ciò che si dovrebbe fare
e ciò che si dovrebbe evitare, ma non ci sono forze che lavorino
in questa direzione. Spesso basterebbe sottrarre la nostra presenza
dal momento che molti meccanismi del sottosviluppo dipendono dal
fatto che noi occidentali siamo troppo presenti. Alcuni meccanismi
di sottrazione della nostra presenza non si possono però attuare
immediatamente, perché i problemi immediati aumenterebbero, non
essendo ancora operanti sistemi alternativi.
Docente di Economia
Politica, università di Roma "La Sapienza"
23/11/1994
Mi avete chiesto di
parlare di un argomento molto delicato e complesso e cercherò
di fare del mio meglio per evidenziare i molti problemi che sono
collegati con questa questione. Il titolo della conferenza è «Oltre
lo stato sociale, oltre il Welfare State: analisi della crisi
della società capitalistica contemporanea». Per poter parlare
di questo argomento, la prima cosa sulla quale bisognerebbe convenire
è che ci sia una crisi della società capitalistica, o che ci sia
una crisi che non è solo della società capitalistica, ma della
società nel suo insieme, che include lo stato sociale. La società
nella quale viviamo è anche detta società
del benessere perché contemporaneamente si articola attraverso
l'intervento attivo e massiccio dello Stato e, accanto ad esso,
attraverso una forte espansione del settore capitalistico, nel
quale prevale l'accumulazione. Che esista una crisi è una cosa
sulla quale, secondo me, si può abbastanza facilmente convenire,
almeno a livello degli indicatori sociali generali. Dal momento
in cui in tutti i paesi del mondo occidentale abbiamo un tasso
di disoccupazione che si aggira fra l'8 e il 13%, abbiamo una
misura delle difficoltà che si incontrano a far partecipare le
persone all'attività produttiva; e l'attività produttiva è quella
attraverso la quale noi contribuiamo alla vita della società.
Quando noi lavoriamo, noi diamo vita alla società; quando noi,
per esempio, lavoriamo come insegnanti, come infermieri, come
medici, soddisfiamo i bisogni della società, cioè facciamo vivere
la società. Se il 10, l'11, in alcuni paesi il 13%, di quelli
che potrebbero lavorare è condannato a non lavorare, se c'è qualcosa
che lo impedisce, c'è una crisi dell'organismo che non permette
a questi individui di agire attivamente e di contribuire a determinare
la vita della società. Però non sono solo gli indicatori sociali
generali a dirci che è in corso una crisi, ci sono anche altre
cose.
Un altro indicatore
sociale generale, che non riguarda solo l'Italia, è il debito
nel bilancio dello stato: due milioni di miliardi di lire indicano
uno squilibrio che noi percepiamo come manifestazione di una crisi;
lo Stato è intervenuto pesantemente nel sostenere l'economia,
e ora si trova "esposto".
Come fare? Non è solo
questa verifica di alcuni indicatori di tipo generale che ci preoccupa,
perché se la crisi fosse solo a questo livello, la crisi sarebbe
una cosa esterna. Che la nostra società (e quando dico "la
nostra società" non parlo certamente dell'Italia, ma anche
di come viene sperimentata la cosa in Inghilterra, in Germania....
perché c'è un sentimento comune in questa situazione) sia in crisi,
è vissuto nella vita quotidiana delle persone: le persone sperimentano
un disorientamento e non sanno che cosa fare. Quindi noi abbiamo
una situazione nella quale non si riesce ad anticipare il futuro.
Quando avevo 18 anni, ricordo molto bene il sentimento sociale
dominante, un sentimento di fiducia nel futuro: si riusciva in
qualche modo ad anticipare che, nel giro di qualche anno, le condizioni
di relativa povertà nelle quali ci trovavamo all'inizio degli
anni '60 sarebbero state superate. C'era quindi un'anticipazione
del futuro positiva. Ora il sentimento dominante è invece quello
di un'oscurità per quanto riguarda il futuro: non c'è più quel
sentimento che c'era allora. E perché succede questo? Perché la
vita della società nella quale viviamo presenta degli elementi
di notevole incertezza, cioè lascia trasparire i segni di una
crisi. Crisi significa che l'individuo, l'organismo così com'è,
non riesce a riprodursi, c'è qualcosa che glielo impedisce, e
allora il suo modo di essere è messo in discussione.
Direi che sul fatto
che stiamo attraversando una crisi, si può abbastanza facilmente
convenire. Allora bisognerebbe comprendere le ragioni di questa
crisi, ed è qui che le cose cominciano a diventare più difficili,
perché in genere noi abbiamo un atteggiamento semplificatore:
la crisi è sempre colpa di qualcuno, «i disoccupati sono disoccupati
perché i capitalisti non vogliono occuparli, è così chiaro, pensano
solo al profitto e non pensano al benessere della società. A questo
punto è colpa loro».
Questa
analisi coglie in una maniera molto distorta il fenomeno che sottostà
alla crisi, perché se fosse solo una questione di volontà, una
volta eliminata la controparte, le cose dovrebbero cominciare
ad andar bene, dovrebbero cominciare a procedere positivamente,
cioè il senso di frustrazione che proviamo dovrebbe scomparire,
ma non è così. Pensate per esempio a quello che è successo negli
Stati Uniti dopo la vittoria di Clinton
: sembrava che finalmente le cose, dopo 12 anni di oscurantismo tra Reagan
e Bush
, dovessero cominciare ad essere rimesse a posto. Invece, non appena ha
cominciato a procedere nella sua azione concreta, poiché non pensava
in maniera così diversa da coloro i quali lo avevano appena preceduto
- perché leggeva la maggior parte dei fenomeni in maniera sostanzialmente
analoga ai suoi avversari - Clinton
, piano
piano, ha finito col trovarsi in una situazione nella quale non
sa che cosa fare, "non sa che pesci pigliare". Se non
ci fossero state le variazioni congiunturali dell'economia, che
gli hanno dato una mano immediatamente dopo che è diventato presidente,
si sarebbe trovato in una grandissima difficoltà, perché non sa
come far fronte al problema della crisi dello Stato Sociale e
continuamente avanza proposte contrastanti, come per esempio quella
di togliere il sussidio alle madri giovani, non sposate, perché
in quel modo si favoriva una forma di parassitismo (e questa è
una tipica proposta dei repubblicani). Quando Clinton
ha cercato di far fronte
al problema dello Stato Sociale, qual è stata la misura fondamentale
che ha adottato? Quella di prevedere un taglio della spesa pubblica
di svariate centinaia di miliardi nell'arco dei prossimi 5 anni
(altra soluzione tipicamente repubblicana).
Se
noi giriamo ovunque nei paesi capitalisticamente avanzati, troviamo
che le parti sono opposte, si scontrano sul mercato politico per conquistare il potere
in parlamento, ma le differenze
tra di loro sono marginali.
Pensate, per esempio, all'attuale questione delle pensioni [siamo
nel 1994, ancora in carica Berlusconi
, N.d.R.], che è emblematica per quanto ci riguarda: è vero, il governo
ha introdotto il blocco delle pensioni e ha praticamente abolito
le pensioni di anzianità, ha proposto la riduzione del tasso di
rendimento della pensione stessa e questo è ciò contro cui si
sono ribellati in massa i cittadini italiani. Se però andiamo
a vedere le proposte sindacali, sono molto vicine a questi provvedimenti,
soltanto che invece di farli arrivare tutti insieme, cercano di
distribuirli nel tempo, tanto è vero che l'inizio dell'intero
processo risale al governo Amato
. Con quel governo, infatti, i sindacati hanno sottoscritto il primo accordo
di blocco delle pensioni per un certo periodo, di slittamento
delle possibilità di andare in pensione con le pensioni di anzianità
e non con quelle di vecchiaia, insomma il processo era già avviato.
Il contrasto di oggi è sulla gradualità
con la quale questo processo deve essere portato avanti, ma tutte
e due le parti convergono sul fatto che sul piano pensionistico
bisogna andare ad una stretta. La differenza è che uno prende
direttamente il collo e lo stringe, l'altro abbraccia il corpo
e lo blocca; quando qualcuno è preso al collo si ribella immediatamente
come è successo in Italia, però anche nel momento in cui vengo
placcato per le spalle, mi trovo comunque a partecipare ad un
processo di impoverimento.
Questo processo di
impoverimento è necessario, si pensa, perché la crisi è questo:
la crisi assume come manifestazione plateale e immediata la
convinzione diffusa che noi abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità
ed ora dobbiamo rientrare nei ranghi, dobbiamo abbassare il nostro
livello di vita, dobbiamo accettare di limitare le risorse che
utilizziamo nella nostra vita quotidiana.
Lo Stato Sociale c'entra moltissimo con questo problema,
perché una situazione assolutamente analoga era quella che si
impose nel corso degli anni '30: anche allora, in Inghilterra,
c'era una situazione di disoccupazione molto elevata (un milione
e mezzo di disoccupati dal 1921, il 10% della popolazione) e ancora
al momento della crisi non era scesa al di sotto di quel livello.
C'era quindi una situazione stagnante. Nel '29, con la Grande
Crisi, le cose precipitano ulteriormente e la disoccupazione sale
addirittura al 18%, al 21% in alcuni anni. Quindi ci fu un impoverimento
sostanziale della società: la ricetta che veniva suggerita dagli
economisti ortodossi, appartenenti al filone dominante, era: «bisogna
fare sacrifici, bisogna risparmiare, abbiamo consumato troppe
risorse». Lo Stato sociale
emerge dal rovesciamento di questo assunto: «noi, in realtà, siamo
più ricchi di quanto i rapporti sociali non ci consentano di essere;
c'è, cioè, una limitazione artificiale nelle nostre condizioni
di esistenza, che deriva dal fatto che come società ci diamo dei
vincoli che ci impoveriscono, che non ci fanno produrre e consumare
cose che potremmo produrre e consumare». Questa cosa, mi rendo
conto che suona strana; io, dovunque giro, anche nei Consigli
di Facoltà dove dominano gli economisti, sento ripetere il luogo
comune che veniva ripetuto anche nel corso degli anni '30, cioè
che è finito il tempo delle vacche
grasse ed è cominciato il tempo delle vacche
magre, che bisogna fare sacrifici.
Il movente del profitto
Un economista inglese,
diventato poi molto famoso, John Maynard Keynes
, dimostrò
molto semplicemente che le cose stavano esattamente all'opposto,
che non si soddisfacevano bisogni, non si facevano partecipare
i lavoratori all'attività produttiva costruendo case, scuole,
ospedali ecc., perché c'era una condizione che prevaleva nell'occupazione:
le persone potevano lavorare
solo se, nel momento in cui lavoravano, producevano anche un profitto.
Il rapporto sociale dominante attraverso il quale si soddisfacevano
i bisogni era il rapporto capitalistico: l'imprenditore avrebbe
dato lavoro solo se da quell'attività produttiva fosse scaturito
un profitto. Questo è il rapporto capitalistico che, nella storia
dell'umanità, è un rapporto assolutamente rivoluzionario, assolutamente
positivo. Se i capitalisti non avessero acquisito l'egemonia all'interno
della società attraverso un periodo molto lungo di trasformazioni,
che va, nella sua parte più significativa, dal 1500 al 1800, non
saremmo qui a parlare come stiamo parlando oggi. Il movente del
profitto ha rivoluzionato completamente la realtà sociale, ha
sottratto le piccolissime risorse disponibili al consumo corrente
per impiegarle nella produzione di mezzi di produzione su scala
allargata. Il profitto, il capitale, è questa forma della ricchezza,
comporta che tutta la ricchezza sia finalizzata alla produzione
per la produzione: lo scopo è quello della continua crescita della
capacità di produrre.
Questo movente ha consentito,
in qualche modo, che gli uomini superassero le loro condizioni
di miseria. Se andiamo a vedere le condizioni di vita della fase
precapitalistica e della prima fase capitalistica, vediamo che
sono condizioni di assoluta miserevolezza. Nella prima fase il
capitale aggrava queste condizioni, naturalmente, perché sottrae
risorse al consumo corrente per destinarle all'accumulazione,
impoverisce nell'immediato la popolazione lavoratrice, ma attraverso
questo movimento, crea le condizioni per una capacità produttiva
che sarebbe stata impensabile nelle epoche passate. Le altre classi
sociali, contro le quali la borghesia ha combattuto, non avevano
lo scopo di attuare tale cambiamento, poiché, essendo dominanti,
si accontentavano del loro consumo superfluo, del godimento nel
lusso.
Il capitale non persegue più questo scopo, persegue lo
scopo dell'accumulazione della ricchezza e in qualche modo crea
delle condizioni assolutamente nuove. Questo meccanismo di sviluppo
è positivo solo fintanto che domina la miseria, solo fino a che
la condizione umana è in generale una condizione di penuria; ma
se il capitale dà forma
alla struttura della società crescono continuamente
i mezzi di produzione, e questa crescita corrisponde ad
un parziale superamento delle condizioni di penuria, diventa possibile
costruire ferrovie, strade, abitazioni, fabbriche, navi, aeroplani,
mezzi di comunicazione come il telefono, la radio: cambia il mondo.
Non resta più il mondo di prima, dominato da forme di produzione
locali dalle quali l'innovazione tecnica viene considerata con
sospetto e viene ostacolata: nasce un mondo completamente diverso,
e quindi quando la penuria
recede, quel tipo di rapporto,
e il suo dominio, non svolge più la funzione che svolgeva
prima, cominciano ad emergere nuovi problemi.
Se noi siamo in grado
di produrre sempre di più, di creare una ricchezza materiale,
se per un certo periodo possiamo dire "continuiamo su questa
strada" e quindi facciamo ritornare la ricchezza materiale
in questo processo di continua crescita dei mezzi di produzione,
poi c'è un momento in cui la ricchezza monetaria o trova uno sbocco
nel consumo, nella vendita, oppure il capitale stesso è stato
dissipato.
Il
capitale non è una entità sociale che è in grado di sostenersi
al di là del consumo, pretende di riuscirci, crede di riuscirci,
pone la ricchezza nella forma solo del valore
di scambio; ma il problema è che la merce o si trasforma in
valore d'uso e soddisfa
bisogni nel consumo, o la ricchezza monetaria non si realizza.
Infatti in tutto il secolo scorso noi abbiamo continui squilibri
tra l'offerta e la domanda: i prezzi crollano, c'è la disoccupazione
di massa, l'impoverimento di massa, una parte del capitale va
distrutta, e bisogna ricominciare di nuovo, su una scala più ampia.
Questo processo di impoverimento deriva proprio dal fatto che
ad una capacità di produrre non corrisponde una capacità di consumare.
Per tutto il secolo scorso questi squilibri si trascinano, ma
l'espansione continua.
Dal 1920, e soprattutto dal 1929, le cose sono molto diverse.
I tassi di disoccupazione massimi di tutto il XIX secolo sono
dell'11% e del 12 % e durano un anno-due anni; in quei periodi
la crisi manifestava tutta la sua intensità, poi la disoccupazione
scendeva al 4, al 3, al 2%. L'organismo dunque andava avanti in
maniera un po' sussultoria, ma andava avanti. Dal 1929, invece,
le cose mostrano una tendenza al ristagno strutturale:
ancora nell'immediato anteguerra, nel '38, la disoccupazione
in molti paesi superava il 15%; allora, a questo punto, non si
trattava più del normale ciclo, poiché si manifesta una strutturale
tendenza al ristagno. Gli imprenditori, i capitalisti, non erano
in grado di precedere sulla via dello sviluppo, come hanno fatto
per tutto il secolo scorso. Il loro modo di far funzionare la
società non era più in grado di mediare uno sviluppo, ed è qui
che Keynes
dice che se noi pretendiamo di utilizzare le risorse solo in
una continua espansione della capacità produttiva, solo come capitale,
non le usiamo: le sciupiamo, le sprechiamo, le lasciamo giacere
inutilizzate. Invece, visto che le risorse
ci sono, visto che le fabbriche sono lì, chiuse, visto
che i lavoratori esistono e sono disoccupati, visto che le materie
esistono e non vengono utilizzate, se noi le usiamo anche quando
non producono un profitto,
allora saremo in grado di assicurare un nuovo sviluppo: il consumo
deve diventare il volàno
dello sviluppo, bisogna far crescere la propensione
al consumo della società, bisogna insegnare agli uomini a
godere ed avvantaggiarsi di quelle capacità che sono state nel
frattempo prodotte dal capitale, che ci ha condotto alle soglie
dell'abbondanza, ma che ha paura di entrare nelle stanze dell'abbondanza perché l'abbondanza corrisponde alla distruzione
del potere del capitale. Se il capitale continua a produrre anche
quando non c'è un profitto, in realtà nega se stesso, non agisce
più come capitale, quindi deve limitare la produzione.
L'intervento dello
Stato
Ci si domandava: chi
può fare questo? I capitalisti non lo faranno. I capitalisti potranno
far crescere i loro consumi, ma la spinta del capitale è quella
di considerare il consumo come una cosa distruttiva e quindi non
c'è da aspettarsi una forte crescita dei consumi (sto parlando
degli anni '30, non di oggi: la società è cambiata da allora
grazie a Keynes
). Se
i capitalisti non lo faranno, deve farlo lo Stato: lo Stato deve
prendere le risorse e impiegarle nella soddisfazione dei bisogni,
deve dare case ai lavoratori facendo produrre gli edili, deve
dare scuole agli alunni, facendo lavorare i maestri, deve fare
strutture di collegamento
fra le varie città, facendo lavorare i costruttori di ferrovie,
ecc.
In conseguenza di ciò
l'intervento dello Stato, che in quegli anni incideva solo per
l'8%, il 9% sul prodotto
complessivo della società, cominciò a crescere fino ad arrivare
ai giorni nostri al 50% e in alcuni paesi come la Svezia al 60%:
di tutto quello che viene prodotto, la spesa pubblica contribuisce
alla produzione complessiva sociale all'incirca per la metà dell'intero
prodotto. A questo processo corrispose un generale arricchimento
della società. Prima vi ho descritto i miei anni giovanili quando
era facilissimo andare a lavorare in Germania o in qualsiasi altro
Paese d'Europa prendendo il treno la mattina, arrivando là e bussando
ad una qualsiasi porta. In Germania nel corso degli anni '60 -
nel 1964 - c'era una domanda insoddisfatta di 700.000 lavoratori,
cioè non solo c'era la piena occupazione, ma c'era una gravissima
carenza di manodopera (io sono stato a lavorare in Germania per
circa un anno, ho cambiato lavoro 8 o 9 volte trovandolo nell'arco
di una settimana).
Dunque, in conseguenza
del mutamento teorico promosso da Keynes
, il
mondo cambia; la disoccupazione,
che si era presentata ciclicamente per tutto il secolo
XIX, e strutturalmente nel corso degli anni '20 e '30, scompare:
in Inghilterra per 20 anni la disoccupazione non supererà mai
il 3%, in Germania non supererà mai il 2% per 20 anni, cioè un
periodo inimmaginabile in epoche precedenti.
La politica del pieno
impiego, che è tutt'uno con l'affermarsi del Welfare State, per
un periodo storico riesce a garantire un grandissimo arricchimento
della società; questo è il periodo in cui l'Italia passa dall'essere
un Paese con un'industria rilevante, ma ancora per metà agricolo,
ad un Paese pienamente industriale. Non so se voi avete idea di
quello che ci separa dal passato: secondo me oggi una città come
Frosinone consuma tanta energia in un anno quanta ne consumava
tutta l'Italia nel corso degli anni '30. Abbiamo avuto una trasformazione
radicale della società; l'analfabetismo, che ancora nel dopoguerra
era al 38%, crolla al 6%, il 50% dei ragazzi ha tra i 13 e 18
anni, e oggi frequenta le scuole superiori, abbiamo quindi una
situazione completamente nuova. Pensate all'aumento della vita
media, che è cresciuta di vent'anni in un arco di tempo di circa
quarant'anni: questa è una ricchezza, ed essa deriva dal semplice
fatto che le persone hanno potuto, in massa, curarsi.
Nel complesso possiamo
affermare che c'è una ricchezza della società che interviene e
che muta profondamente le condizioni generali. Noi però abbiamo
uno strano comportamento nei confronti della vita sociale: quando
c'è uno sviluppo lo consideriamo vero
sviluppo solo se non crea mai problemi. Questo è un atteggiamento
assolutamente fuorviante poiché qualsiasi
sviluppo conduce ad una condizione nuova, con la quale, come
individui sociali, non sappiamo fare i conti. Poiché la condizione
nuova presenta una serie di problemi, perché è il risultato di
un processo di trasformazione, noi non sappiamo dominarla.
Quando è stata introdotta
la televisione, noi non potevamo sapere quello che avrebbe significato
nella vita comune; quando abbiamo cominciato a produrre le automobili
all'inizio del secolo non sapevamo quello che avrebbero comportato
nella vita comune. Lungo la strada, quindi, sono emersi un insieme
di problemi, e lo sviluppo è un processo di creazione di nuovi
problemi. Noi però ancora dobbiamo imparare ad essere uomini "adattativi",
uomini che si trasformano mentre fanno la società, che seguono
il processo e imparano dal processo che hanno messo in atto. Karl
Marx
nel II volume dei Lineamenti
fondamentali della critica dell'economia politica dice che
il comunismo non è altro
che quel processo attraverso il quale gli uomini imparano a cambiare
se stessi continuamente, in rapporto ai cambiamenti che essi determinano
all'interno della società. Gli uomini che sono cresciuti all'interno
della società capitalistica, e ancor meno gli uomini dei secoli
precedenti, non sanno farlo, perché considerano i loro stessi
meccanismi sociali come un qualcosa di naturale.
Allora, quando emergono dei problemi li considerano come qualcosa
di arbitrario, come
qualcosa che non dovrebbe esserci, e non come una cosa normale:
invece di considerare gli eventi che si sono accumulati in questi
trent'anni - ad es. l'inflazione accanto alla stagnazione che
è esplosa nel corso degli anni '70, il deficit del bilancio dello
Stato, il problema della reale soddisfazione dei bisogni attraverso
l'attività generata dalla spesa pubblica, il problema ambientale,
ecc.- come problemi inevitabilmente connessi con lo sviluppo,
li considerano isolatamente. Noi, che siamo individui incapaci
di riconoscere questa realtà, perché mette in discussione le nostre
capacità come individui, vorremmo eliminare questi problemi, e
tutta la crisi deriva proprio da questa opposizione tra il processo
sociale che abbiamo posto in essere e la nostra incapacità di
trasformarci.
La nostra identità
sociale
Sostanzialmente, da
questo contrasto tra una dinamica oggettiva che corrisponde allo
sviluppo dello Stato Sociale,
e un'incapacità soggettiva di cambiare, interviene un
contrasto, un blocco, dunque la situazione di crisi di
cui stiamo parlando. Se noi, invece di opporci ai problemi, cominciassimo
ad approfondirli come problemi, con tutta la sofferenza che implicano,
forse qualcosa potrebbe cambiare. Certo è molto difficile, per
l'individuo singolo, riconoscere di essere una sorta di animale.
Faccio un esempio: tutti noi usiamo continuamente il denaro in
ogni momento della nostra esistenza, ne siamo consapevoli o meno,
sia questa cosa presente alla nostra coscienza o meno: il denaro
media continuamente la nostra vita. Entriamo più nel concreto:
voi di notte dormite in un letto; il letto è stato comprato, le
lenzuola pure, il materasso pure; vi alzate la mattina con una
sveglia che è stata comprata, dopodiché accendete la luce e dovete
pagare la bolletta dell'ENEL;
andate al bagno, aprite l'acqua e pagate la bolletta dell'acqua
(non la pagate subito, non state sempre con i soldi in mano, perché
ormai ci sono delle convenzioni sulle transazioni, ma sono tutti
atti di acquisto), dopodiché accendete il fuoco e pagherete all'ITALGAS
la bolletta; il caffè e la macchinetta li avete comprati; vi mettete
il vestito, l'avete comperato. Quindi noi viviamo di merci, la
nostra vita è continuamente mediata dal denaro.
Ma questo rapporto
(perché il denaro oltre ad essere una cosa che ci portiamo in
tasca è un rapporto),
che noi pratichiamo come un rapporto naturale,
al punto che lo pratichiamo né più né meno come respiriamo, cioè
senza pensarci. Questo rapporto per noi non ha un significato,
non ne conosciamo l'origine, non ne conosciamo i limiti, non ne
conosciamo le implicazioni, non sappiamo a che forma dell'individualità
corrisponda, che cosa è un individuo quando usa il denaro, che
politica sociale pone in essere.
Queste sono tutte cose
che sfuggono completamente alla
nostra percezione, non le sappiamo: accettare queste cose
è come scoprire improvvisamente l'esistenza del cuore quando incomincia
a battere velocemente, e noi sentiamo questa cosa strana che non
è la nostra normalità, della quale ci spaventiamo. Allora che
cosa facciamo? Allontaniamo la cosa perché approfondirla significherebbe
mettere in discussione il nostro stesso essere, e ciò ci spaventa:
è molto più comodo e molto più naturale continuare ad esser come
siamo e ad esteriorizzare i problemi. Fintanto che ci va bene,
fintanto che i soldi arrivano in tasca, il denaro è un rapporto
del tutto ragionevole, molto conveniente, efficacissimo e produttivo
(infatti sul piano della storia dell'umanità, il denaro è un rapporto
assolutamente produttivo). Però il denaro ha i suoi limiti: esso
non consente di per sé la soluzione di molti problemi, tanto è
vero che a un certo punto deve intervenire lo Stato, che interviene
sì sulla base del denaro, ma, per esempio, secondo i suggerimenti
keynesiani, acquisendo un relativo potere di creare moneta; già
questa cosa è del
tutto sconosciuta agli economisti normali,
che hanno letto Keynes
in maniera molto conservatrice.
Allora il fatto di
trovarsi in una situazione nella quale ci sono una serie di problemi
che per essere compresi richiedono una
messa in discussione della nostra identità sociale, è una
cosa che ci fa rifiutare i problemi stessi; se noi però rifiutiamo
i problemi non c'è speranza di uscire fuori dalla situazione di
crisi in cui siamo piombati. E allora qual è la via da percorrere?
Io direi che il bandolo della matassa, oggi come negli anni '30,
sta nel problema della disoccupazione.
La disoccupazione
La
disoccupazione è l'esclusione di una parte della società dalla
vita della società. La vita della società non la facciamo
attraverso il consumo, ma attraverso l'attività produttiva, e
solo chi produce partecipa alla riproduzione della vita della
società. Quindi la disoccupazione è il problema centrale.
Ma come affrontarlo?
Qui c'è il passaggio-chiave di tutto; si sentono spesso ripetere
un sacco di luoghi comuni sulla disoccupazione. Anche dirigenti
sindacali di alto grado, segretari confederali, hanno spesso sostenuto
che il problema della disoccupazione è un problema di volontà,
che se i capitalisti agissero in maniera da occupare le persone
e da non considerare il lavoro come un residuo, il problema della
disoccupazione potrebbe essere affrontato; se il Governo manifestasse
una volontà politica di affrontare il problema della disoccupazione,
esso sarebbe risolvibile. Ma così tutto è semplice, non c'è da
capire nulla: la cattiva volontà è la causa della disoccupazione!
Le cose non stanno così: la disoccupazione ha cominciato a crescere
nuovamente in tutti i paesi quando la Thatcher in Inghilterra,
Reagan
in America, Kohl
in Germania, Amato
da noi e così anche altri,
hanno cominciato a praticare una forte restrizione dell'intervento
dello Stato, quando si è cominciato a dire « basta con lo Stato
Sociale, è andato al di là delle sue previsioni, lo Stato ha assunto
una funzione pervasiva, e siccome è un disastro, il suo intervento
va limitato». Nessuno può negare sostanzialmente che da alcuni
punti di vista lo Stato Sociale sia un disastro, ma io dico anche
che non è un disastro, perché la scolarizzazione di massa è una
cosa realizzata dallo Stato sociale, come l'allungamento della
vita media, che è il risultato delle cure: non dobbiamo usare
misure grossolane e buttare giù lo Stato Sociale, ma riconosciamo
che sono intervenuti una serie di mutamenti
profondi, e che c'è bisogno di altri mutamenti, ma non
neghiamo quei mutamenti.
Comunque, nel corso
degli anni '70, si è passati ad una forte restrizione dell'intervento
dello Stato, e appena è intervenuta questa forte restrizione,
la disoccupazione lentamente ha iniziato a crescere. In Francia,
per esempio, al momento dell'elezione di Mitterrand
c'era una disoccupazione
di circa il 4-4,5% e lentamente
in un anno è passata dal 4,5% al 5,5%. Mitterrand
ha fatto degli interventi
di tipo keynesiano di sostegno della domanda, ma poi c'è stato
il problema del deficit del bilancio dello Stato, quindi ci sono
stati dei tagli, e di conseguenza la disoccupazione ha cominciato
a salire fino ad arrivare a livelli superiori a quella italiana
(la Francia oggi ha più disoccupati di noi, ha il 12,7% di disoccupati).
Allora, lentamente, là dove è stato inibito l'intervento dello
Stato, la disoccupazione è tornata a salire, ed è ovvio che sia
così. Keynes
è stato chiarissimo: la sfera
pubblica sostiene direttamente l'occupazione, perché fa lavorare
le persone, e la sostiene indirettamente perché, dando un salario
ai dipendenti pubblici, consente a questi di comperare altre merci,
e quindi garantisce uno sbocco alla produzione di automobili,
telefoni, televisori ecc. Tagliate la spesa pubblica e ci saranno
disoccupati diretti e disoccupati indiretti, è un'equazione matematica
di una semplicità banale.
Ma che cosa ci dicono
Thatcher e compagni, che cosa ci dicono i conservatori dell'ultima
ondata? Ci dicono: «se noi limitiamo l'attività dello Stato, gli
imprenditori, che sono stati inibiti dall'intervento dello Stato,
torneranno ad investire su scala allargata e il problema di un
nuovo sviluppo sarà risolto e con esso il problema della disoccupazione».
Ma come è possibile, se lo Stato era intervenuto proprio perché
l'accumulazione aveva mostrato tutti i suoi limiti? L'accumulazione
aveva dimostrato quei limiti perché ormai la società era entrata
in uno stadio di relativa abbondanza media (anche se poi c'erano
molti strati sociali che ancora erano poverissimi), e su questa
base lo Stato ha garantito un ulteriore arricchimento della società.
Come potrà mai essere possibile che un nuovo movente accumulativo
guidi un nuovo sviluppo? E' come se dicessimo che si sono create
le condizioni per tornare indietro.
Certo, un problema
esisteva: è vero che all'interno dello Stato si è sviluppata una
forma di parassitismo e di lassismo e dunque si è pensato che
la coercizione, tipica del rapporto interno allimpresa,
potesse garantire un comportamento diverso di una parte dei lavoratori,
costringendoli a fare quello che non facevano. Ma questa è un'illusione,
nel senso che non si riconosce che lo spreco, il parassitismo,
il lassismo, sono elementi che, laddove non si affronta il problema
essenziale, centrale, connesso con le crisi, sono inevitabili.
Keynes
disse addirittura, nel corso degli anni '30: «mettiamo gli uomini a fare delle buche e a riempirle di nuovo». Affermò
questo noi non cogliamo i meccanismi sociali, non comprendiamo
che anche quell'attività, del tutto inutile, sostiene la produzione
attraverso le spese di quelli che scavano buche e le riempiono.
C'è stato, anche grazie a loro, un arricchimento, e quindi noi
abbiamo goduto anche dell'arricchimento che scaturiva indirettamente
da certe forme di parassitismo. Mi rendo conto che le persone
pagano le tasse e dicono: «io pago le tasse e quindi voglio scambio
di equivalenti, non posso pagare allo Stato il 35-40% del mio
reddito e poi avere tutta una serie di attività che sono qualitativamente abbastanza scadenti, non avendo addirittura la soddisfazione
di alcuni bisogni essenziali». Ma in realtà se fosse scomparso
del tutto l'intervento dello Stato, avremmo avuto un'occupazione
e una soddisfazione dei bisogni ancora minore, perché lo spreco
era un elemento funzionale alla continuazione dello sviluppo.
Qual è il problema
che genera questa situazione complessa? Il capitale realizza una
trasformazione fondamentale, positiva, che è alla base dei nostri
problemi attuali, introducendo sistematicamente innovazioni tecnologiche
e innovazioni organizzative: il capitale trasforma continuamente
la produttività del lavoro. Allora accade che per soddisfare i vecchi bisogni è necessario sempre meno lavoro.
Fintanto che si è in
una condizione di povertà, il lavoro che viene reso superfluo
dall'aumento della produttività, può essere impiegato nuovamente
nell'accumulazione: cresce la capacità produttiva, procede l'accumulazione,
quindi l'aumento della produttività del lavoro è la condizione
dello sviluppo e lo sviluppo è mediato da questa continua crescita
della capacità produttiva. Io non so se voi avete la misura di
come cambia la produttività dell'uomo. Il capitale impiega i lavoratori
liberati dall'agricoltura per fare altre cose. Quando arriviamo
agli anni '30, il capitale non riesce più a impiegare i lavoratori
che libera: li rende superflui e rimangono superflui, cresce la
massa delle persone superflue. Allora a questo punto Keynes
dice: «invece di farli stare lì senza far niente facciamogli
fare delle strade, scuole, ospedali, facciamoli insegnare ai ragazzi,
facciamogli costruire delle cose che sono necessarie».
Ci sono i mezzi, c'è
tutto. E nessuno venga a dire che non ci sono, nessuno venga a
dire che non ci sono impianti industriali disponibili. Abbiamo
chiuso lo stabilimento di Bagnoli non appena era stato realizzato
il laminatoio: con una spesa di 1400 miliardi, appena realizzato, il laminatoio è stato chiuso. Perché? Perché in
tutta Europa c'è una sovrapproduzione di acciaio di circa 15 milioni
di tonnellate; la stessa Taranto si dice che debba ridurre significativamente
i propri dipendenti, e tra poco provvederanno a diminuire gli
occupati delle fabbriche di Taranto. Hanno chiuso altre fabbriche
oltre a quella di Bagnoli, quindi noi abbiamo una situazione in
cui tantissime industrie nuove di zecca non hanno mai cominciato
a funzionare. Voi conoscete la situazione di Crotone: hanno fatto
un accordo secondo cui dovevano produrre racchette da tennis in
fibra di carbonio: è stato un imbroglio, hanno rubato una trentina
di miliardi e se ne sono andati. Dopo una lunga trattativa, propongono
dei progetti di riconversione. Uno di questi prevede la creazione
di una grandissima fabbrica di patatine. Notate bene che a non
più di 80 km. c'è una fabbrica di patatine enorme, che può produrre
tonnellate di patatine, che non è mai stata aperta, realizzata
7 anni fa. Adesso vogliono fare una fabbrica di patatine a 80
km dall'altra, che non funzionerà mai, perché tra l'altro c'è
una tale capacità produttiva di patatine in Italia, che onestamente
un'altra fabbrica non serve, anzi sono in corso ristrutturazioni.
Allora, questo è il
quadro: le vacche magre non esistono, ci sono vacche grassissime
che non si sa come mungere, questo è il problema. Allora a questo
punto Keynes
dice: «mettiamoli al lavoro
e procediamo alla soddisfazione dei bisogni senza continuare a
dar prevalenza a questo meccanismo accumulativo». Ma l'accumulazione
prosegue, il capitale non scompare: cresce il peso dello Stato,
ma cresce relativamente mentre cresce la ricchezza complessiva,
e quindi cresce anche il capitale. L'intervento dello Stato non è contro, ma è a sostegno del capitale.
Allora la produttività continua a crescere e raggiunge nella nostra
epoca delle dimensioni tali che l'incremento di produttività sopravanza
la stessa espansione dei bisogni mercantili: la domanda cresce,
ma la crescita della capacità produttiva è maggiore in proporzione
di quanto non cresca la domanda. A questo punto, se si continuasse
a espandere l'occupazione pubblica, avremmo una situazione in
cui bisognerebbe inventarsi lavori totalmente fasulli; ce ne sono
già moltissimi, non solo nell'occupazione pubblica, ma anche in
quella privata. A questo punto lo Stato sociale crollerebbe travolto
dai suoi stessi problemi.
Come si possono immaginare,
senza giungere ad una bancarotta, interventi attivi dello Stato
che realmente facciano fronte al problema della disoccupazione
in Italia considerando che un intervento serio - tale da ridurre
la disoccupazione dall'11% al 6-7% - dovrebbe essere nell'ordine
di 100-150mila miliardi? Immediatamente questo corrisponderebbe
alla catastrofe, perché si pone il problema della liquidità .
Se si seguisse la via non dell'aumento del debito, ma di stampare
cartamoneta, avremmo un'esplosione dell'inflazione ed è una cosa
che non sappiamo comprendere e dominare (e fra l'altro c'è una
disposizione di legge che lo impedisce). Allora la strada è apparentemente
chiusa: certamente non accadrà che il capitale riesca a realizzare
uno sviluppo, anzi la tendenza è quella di ridimensionare l'occupazione.
Certo può aumentare la crescita delle vendite, ma questo non significa
niente: noi stiamo parlando del problema fondamentale della partecipazione
degli individui al processo di produzione, e gli individui sono
in crisi perché non riescono a partecipare alla vita della società,
perché la società sta là come un ammasso di caos, di problemi,
che gli individui non riescono in alcun modo a comprendere e a
dominare. Questa è la radice della crisi.
Lo Stato non può ulteriormente
procedere sulla via sin qui seguita e allora qual è la strada
da percorrere? La strada è quella di procedere ad una generale
redistribuzione del lavoro,
alla riduzione del tempo individuale di lavoro, che si accompagni
alla concomitante redistribuzione del lavoro fra tutti. Questo
che cosa significa? Al di fuori del lavoro, che cosa c'è nella
nostra vita quotidiana? Il consumo. Se andiamo a vedere i conti
economici nazionali, troviamo che la produzione è tale solo ogni
volta che non garantisce direttamente una soddisfazione al soggetto
(ad esempio l'attività della casalinga che cucina dentro casa,
non fa parte del prodotto, della ricchezza nazionale italiana
e questo perché questa attività è svolta per soddisfare i bisogni
dei familiari, è fine a se stessa - non produce denaro - e conseguentemente
non costituisce ricchezza materiale: questa attività non è iscritta
nei conti perché è in contraddizione
con la forma sociale). All'interno della nostra società dominano
un insieme di relazioni che spingono a considerare ricchezza solo
quella che è prodotta all'interno del rapporto di lavoro salariato.
Al di fuori di questa unica forma di produzione c'è solo il consumo.
Per fare un esempio, il volontariato soddisfa bisogni;
allora se la soddisfazione dei bisogni è possibile anche al di
fuori del rapporto di lavoro salariato, certo si pongono tutta
una serie di altri problemi: bisogna cominciare ad affrontare
il problema di come entrare in possesso delle risorse, cioè bisogna
affrontare il problema della proprietà. Io posso produrre al di
fuori del rapporto di lavoro salariato, ma i mezzi e gli strumenti
come li acquisisco? Come entro in possesso delle condizioni per
produrre? I bisogni che cerco di soddisfare come li individuo?
Il volontario semplifica le cose, si guadagna da vivere in qualche
altro modo o ha altri mezzi a disposizione, per questo procede:
qualcun altro gli fornisce i mezzi, magari la parrocchia o un
organismo altro, e lui dà solo la sua attività.
Questo problema emerge, invece, nel momento in cui noi
diciamo: riduciamo il tempo di lavoro perché attraverso il tempo
di lavoro è stato possibile ed è possibile soddisfare un insieme
di bisogni; ma tutti i nuovi bisogni che stanno emergendo richiedono
un rapporto diverso da quello di denaro, richiedono lo sviluppo
di una individualità diversa da quella che corrisponde al lavoro
salariato, presuppongono lo sviluppo di una forma di esperienza
di cui ancora non siamo portatori, che in parte è contenuta embrionalmente
in queste cose come il volontariato, come la famiglia ecc., ma
che nel momento in cui comincia a diventare parte di un processo
generale, richiede mutamenti qualitativi profondi. Allora lì in
qualche modo si insinua il problema di come deve essere il superamento
della crisi dello stato sociale.
Nella pratica finora
noi abbiamo attuato uno sviluppo attraverso un insieme di meccanismi
che devono essere compresi: la forma del denaro, la forma dello
Stato, sono forme dell'essere sociale. Carlo Marx
dice che il superamento della
crisi della società borghese si attuerà soltanto attraverso l'affermarsi
della proprietà individuale, cioè di una forma nella quale il
rapporto di denaro e il rapporto di stato cominciano ad essere
superati: ora qui ovviamente mi fermo perché è come parlare del
mondo futuro.
La disoccupazione:
problema internazionale
Alcuni pensano ancora
che una soluzione al problema della disoccupazione possa venire
dalla possibilità per lo Stato di stampare carta moneta discrezionalmente.
Ma bisogna dire che ogni soluzione semplice, ormai, è da considerare
un imbroglio e lo stampare carta moneta non è una soluzione del
problema: prima di tutto perché non esistono le norme che lo consentano,
e neppure si profilano maggioranze politiche intenzionate a cambiare
queste norme; ed inoltre, la soluzione di stampare carta moneta
poteva andare bene come salvagente, quando comparve, nel dopoguerra.
Questo salvagente ha fatto il suo tempo: il salvagente ti salva
se stai annegando. Ma se poi io riesco a costruire una zattera,
il problema di governare questa zattera è un problema che non
può essere risolto dall'esistenza del salvagente.
Quindi, se al tempo
di Keynes
la proposta poteva essere
utile, oggi non è più così. Ma attenzione: Keynes
avanzava questa proposta
non come la proposta di uno Stato, ma come la proposta della comunità
internazionale. Quando si arrivò agli accordi di Bretton Woods
(1944), Keynes
avanzò la proposta che la
comunità internazionale, per fare fronte alla disoccupazione,
stampasse una carta
moneta che svolgesse la stessa funzione svolta dall'oro, cioè
quella di consentire ai governi di creare moneta. Laddove vi fosse
stato un Paese in difficoltà, esso avrebbe potuto accedere a questo
Bankor (oro delle banche),
la cui quantità sarebbe stata concordata a livello internazionale.
In questo modo, la stampa di carta moneta sarebbe stata del tutto
coerente, perché il problema della disoccupazione veniva già posto
come un problema internazionale.
L'enorme arretramento
sociale di cui soffriamo è testimoniato dal fatto che, a livello
internazionale, al di là di quattro chiacchiere (perché il Summit
di Detroit del 14 marzo u.s. si è risolto in quattro chiacchiere),
sul problema della disoccupazione non si fa assolutamente nulla.
Non si istituiscono organismi di intervento internazionale, anzi,
anche gli organismi sovranazionali che erano stati creati con
gli accordi di Bretton Woods - come il FMI
e la BM
per la Ricostruzione e per
lo Sviluppo - sono organismi che vanno in direzione esattamente
opposta rispetto a quella indicata da Keynes
. Essi
infatti negano qualsiasi possibilità di liberalizzazione dell'intervento
dello Stato attraverso il credito. Essi hanno piuttosto la funzione
opposta, cioè quella di costringere i singoli stati a mantenere
invariato il valore della moneta (puntando solo al controllo dell'inflazione),
qualunque cosa succeda a livello dell'occupazione (gli interventi
del FMI
sono sempre andati in questa
direzione anti-keynesiana).
Allora, nel momento
in cui il problema fondamentale per la comunità internazionale
è quello di salvaguardare il valore del denaro, della moneta,
questo contrasta necessariamente con la soluzione del problema
della disoccupazione. E questo perché il problema della disoccupazione
emerge in conseguenza del fatto che il capitale perde
valore, la ricchezza perde valore, perché essa è più facile
da produrre. Per mantenere invariato il valore della ricchezza
bisogna limitare la produzione, ciò che implica la crescita della
disoccupazione. Quindi gli organismi internazionali operano contro
la soluzione del problema della disoccupazione, e agiscono sui
singoli stati imponendo questa condizione. I singoli stati, dal
canto loro, danno prevalenza alle soluzioni locali, alle soluzioni
nazionali contro gli altri stati (e noi italiani in questo momento siamo prìncipi,
attraverso questa svalutazione
della lira a livelli assolutamente non rispondenti alla
realtà: queste sono forme di concorrenza assolutamente scorretta
che impoveriscono tutti, perché gli altri reagiranno a loro volta
svalutando, cercando di tagliare i costi, innovando tecnologicamente,
noi saremo costretti a rispondere ecc.). Quindi questi sono i
modi peggiori per fare fronte al problema della disoccupazione,
considerandolo come un problema nazionale anziché di tutti.
D. Come si può praticare la via della riduzione dell'orario di lavoro
e come valuta l'innalzamento dell'età pensionabile?
L'innalzamento dell'età
pensionabile è l'esatto opposto della riduzione dell'orario di
lavoro. Infatti ci sono due forme di riduzione dell'orario di
lavoro: una è la riduzione della giornata ed una è la riduzione
della vita lavorativa, nel senso che se coloro i quali devono
andare in pensione vengono trattenuti sul mercato del lavoro,
ovviamente coloro che dovrebbero sostituirli non possono subentrare.
Qui c'è un'occupazione sostitutiva che non ha il normale decorso:
io tra l'altro sono convinto che i circa 800mila disoccupati in
più dello scorso anno sono il risultato del blocco delle pensioni
di Amato
, perché ogni anno vanno in pensione tra i 400 e i 500mila lavoratori:
se si blocca per un anno il pensionamento e si ritarda mediamente
di un anno il pensionamento degli altri, l'effetto che si ha è
quello di avere i 500mila
disoccupati in più. Non c'è niente da fare: o cresce l'invaso,
crescono gli occupati, oppure il blocco in uscita, quando l'invaso
è lo stesso, diventa un blocco in entrata, quindi c'è un aumento
della disoccupazione.
Se si pensa che la
disoccupazione sia l'indice di un impoverimento allora si dice:
bisogna lavorare di più,
tanto è vero che in questo periodo di crisi sono aumentati
gli straordinari anche in quelle aziende che hanno attuato la
cassa integrazione e la messa in mobilità; i lavoratori che continuano
a lavorare vengono fatti lavorare più a lungo con questa storia
delle vacche magre.
Ma come attuare la
redistribuzione del lavoro? Qui dobbiamo essere abbastanza consapevoli
che aldilà di mutamenti marginali (come il passaggio da 40 ore
lavorative a 38 ore che non serve a nessuno perché è un mutamento
talmente marginale che non può avere alcun effetto sull'occupazione,
perché esistono ormai meccanismi tecnici e organizzativi tali
da compensare queste diminuzioni con grande facilità) bisogna
procedere a riduzioni molto più radicali, e cioè una riduzione
ragionevole sarebbe quella di arrivare entro il 2000 a 30 ore
settimanali ed entro il 2005 a 25 ore settimanali.
Solo così possiamo sperare di far fronte al problema, perché
qualsiasi misura al di sotto di questa implica la conservazione
dei disoccupati come disoccupati. Il punto è: se vogliamo far
fronte alla disoccupazione bisogna procedere a continue e drastiche
riduzioni dell'orario di lavoro.
Questa è la misura
astratta: poi si pone il problema di come attuarla. Io sto lavorando
sul problema esattamente da 22 anni: fino a 3 o 4 anni fa non
avrei creduto possibile alcun cambiamento, devo essere sincero.
Adesso vedo che questa idea comincia a diventare una cosa che
si sente più spesso, che circola con più insistenza, appunto perché
sta diventando sempre più chiaro che le imprese come tali non
possono affrontare e risolvere il problema della disoccupazione,
che lo Stato non può continuare a svolgere la funzione che ha
sin qui svolto essendo chiuse le vie tradizionali.
E nessuno dia retta
a questa storia dell'intrapresa personale: la forza lavoro indipendente
in Italia è intorno al 10% e quando cresce tantissimo, sale di
20mila, 30mila, 40mila unità nell'arco di 2 o 3 anni. Qui stiamo
parlando di un ordine che non raggiungerà mai il livello corrispondente
al problema. Quindi dire: si diventi imprenditori di se stessi
significa prendere in giro la gente. L'occupazione imprenditoriale
di tipo autonomo cresce per livelli insignificanti, che non incidono
sul totale.
A questo punto, essendo
tutto chiuso, la cosa che si incomincia a dire, senza sapere bene
ciò che si sta dicendo, è: riduzione dell'orario di lavoro e redistribuzione
del lavoro. Però questo cambiamento investe tutta l'esistenza e in qualche modo rimanda
al bisogno di una profonda trasformazione dell'individualità.
Allora non me la sentirei di affermare che ne risulterà
un'attuazione pratica di qui a breve, cioè che effettivamente
si arriverà entro il 2000 alle 30 ore settimanali ed entro il
2005 alle 25, ma certo sento che cominceranno le discussioni e
le riflessioni più serie e più approfondite.
In alcuni paesi, tra
l'altro, si sta facendo un'operazione che rappresenta il presupposto
negativo di tutto ciò. Ci sono paesi come l'Olanda, nei quali
il 30% di tutti i nuovi lavoratori occupati, anche sostitutivamente,
nell'arco degli ultimi 10 anni, sono a tempo parziale e con paga parziale: allora una riduzione dell'orario
di lavoro c'è, però attuata attraverso la riduzione del salario.
Questo è un processo di impoverimento superfluo: bisogna battersi
per la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario perché
è l'unica condizione che mantiene le condizioni di uno sviluppo,
perché mantiene il sostegno della domanda.
Ci sono poi altri paesi
in cui la lotta è un po' più avanti, per esempio in Germania,
dove tutti i metalmeccanici dall'anno prossimo saranno ad un regime
di 35 ore e cominciano a discutere per un ulteriore abbassamento.
Ma i cambiamenti nella
struttura dei rapporti
sociali sono cambiamenti tali che, se si pretendesse di ottenerli
con una unica decisione, si ragionerebbe da illusi.
Voglio fare una parentesi,
consentitemela perché si tratta di un passaggio fondamentale:
non so se voi vi rendete conto del tempo che c'è voluto affinché
il rapporto di denaro diventasse il rapporto dominante, il rapporto
che muove la società. Quando propongo la riduzione dell'orario
di lavoro, ipotizzo che la società si strutturi attorno a questo
tipo di atteggiamento, perché in qualche modo sostengo che in
questa soluzione c'è l'embrione di una comunità, cioè c'è l'embrione
di una forma socialistica di relazione tra gli uomini. Questi
uomini si spartiscono la partecipazione all'attività produttiva
per spartirsi i godimenti che da essa scaturiscono.
Per fare questo passaggio
ci deve essere un orientamento comunitario, ci
deve essere un mutamento nella struttura dell'individualità:
affinché il rapporto di denaro divenisse il rapporto dominante
nella nostra società sono stati necessari all'incirca 700 anni,
perché, partendo dall'ultima fase dei rapporti feudali e dei rapporti
corporativi nelle città, il rapporto di denaro era visto come
un rapporto negativo, che l'individuo pratica distruttivamente.
Per esempio, ancora nel 1100 i commercianti erano emarginati,
non erano la classe egemone, ciò che diventeranno nel secolo successivo,
e il loro lavoro era considerato come un lavoro che non produceva
alcuna ricchezza. Se essi pretendevano di trarre un guadagno dalle
loro attività, che non fosse immediatamente commisurato allo sforzo
che stavano facendo, erano considerati come biechi individui,
una classe bieca (tanto è vero che molti commercianti, per potere
andare in paradiso, alla loro morte lasciavano molti beni e denaro
alla Chiesa cattolica per riscattare una vita "ignominiosa").
Da quel momento comincia tutto un lavoro teorico molto complesso:
si comincia ad affrontare il problema della natura
del rapporto di scambio; si comincia a dire che nel rapporto di
scambio c'è una forma di soddisfazione dei bisogni e che quindi
il commerciante, spostando la materia da un luogo ad un altro,
contribuisce a partecipare alla produzione della ricchezza; lentamente
comincia ad essere elaborata la partita
doppia, senza la quale molte delle cose che fanno parte della
nostra vita quotidiana non sarebbero state nemmeno immaginabili
(si trattava di una forma di rappresentazione della ricchezza,
ed essa ha richiesto una elaborazione teorica di quasi un secolo!).
Le forme del rapporto di denaro si sviluppano lentamente e giungono
a maturità solo intorno al 1400, con l'introduzione della cambiale,
dei titoli di credito ecc. Il denaro diventa quello che noi conosciamo
solo nel '900, quando viene introdotta la carta moneta a corso
forzoso.
Allora un rapporto
che emerge, viene giustificato, si sviluppa nella sua forma, diviene
un rapporto naturale in un arco di sette secoli!
Ora, questo non vuol
dire che noi dobbiamo conquistare questo passo avanti della riduzione
dell'orario a parità di salario in sette secoli, anche perché
fortunatamente i processi di trasformazione si sono molto accelerati
e noi oggi impariamo molto più celermente di quanto imparassero
i nostri antenati 150 o 200 anni fa. Però è di un processo di
trasformazione sociale che stiamo parlando. La condizione è: 30
ore entro il 2000 e 25 ore entro il 2005. Dobbiamo aspettarci
che questa cosa non accadrà, che la disoccupazione tenderà a crescere
anche notevolmente, che ci sarà un processo di impoverimento e
allora, probabilmente, la forza oggettiva di questa proposta apparirà
più evidente e potremo cominciare a lavorare molto più seriamente
di quanto non si faccia oggi.
D. La crescita enorme della produttività del lavoro genera, dunque, disoccupazione;
è sulla produttività del lavoro che dobbiamo agire, rallentando
i processi di innovazione tecnologica?
Il problema è che noi
abbiamo una situazione di crisi dovuta al fatto che abbiamo una
serie di bisogni insoddisfatti. Se questa situazione di insoddisfazione
dei bisogni non ci fosse, allora potremmo mettere due persone
a lavorare su un trattore (e svolgere in molti dei lavori che
richiedono meno lavoro). Ma la crisi scaturisce dal fatto che
noi vogliamo di più,
vogliamo impiegare le capacità e la forza produttiva per soddisfare
dei bisogni insoddisfatti, in maniera quindi più
produttiva.
D. Ma in un sistema concorrenziale, come attuare da soli la riduzione
dell'orario a parità di salario? Se questo avvenisse soltanto
a livello del singolo Stato i concorrenti non se ne avvantaggerebbero?
Quando un economista
(in genere sono i miei colleghi che fanno questo tipo di passaggi
logici) ragiona in questo modo io dico che è un ignorante profondo.
Facciamo ancora l'esempio del denaro: il denaro è un rapporto
che presuppone una serie di relazioni universali. Infatti se io
ho del denaro e mi incontro con delle persone che non lo accettano,
questo denaro mi è inutile, non rappresenta un potere sociale.
Quindi anche per il denaro si è posto un problema esattamente
uguale a quello che si pone per la riduzione del tempo di lavoro.
Nella Storia ci sono stati alcuni individui i quali hanno cominciato
- con difficoltà - a praticare il rapporto di denaro ed hanno
cercato di trascinare gli altri a praticare questo rapporto. Noi
siamo purtroppo molto fuorviati dal fatto che per noi il denaro
è un rapporto naturale e pensiamo ad esso come ad uno strumento.
Ma il denaro non è affatto uno strumento: il denaro fa l'individuo,
è un modo di essere dell'individuo, è un rapporto, una relazione.
Presso alcuni popoli dell'Africa, ad esempio, se tra membri della
stessa tribù un individuo ne invita un altro a fare un lavoro
e gli offre in cambio del denaro, questa persona si offende; la
persona che ha offerto il denaro viene emarginata perché ha messo
in discussione il modo normale di rapportarsi nella comunità.
Abbiamo detto che il
denaro per imporsi come rapporto ha richiesto un lungo tempo e
ha richiesto che coloro i quali capivano il lato positivo del
rapporto di denaro lottassero contro coloro i quali cercavano
di ostacolare la sua diffusione. Per coloro i quali sono convinti
della produttività della riduzione dell'orario di lavoro c'è lo
stesso problema: bisogna creare le condizioni per la soluzione
del problema, cioè bisogna attuare il processo di trasformazione
che conduce al riconoscimento internazionale della positività
della riduzione dell'orario di lavoro.
D'altra parte, parlando
di competitività si intende affrontare i problemi a livello nazionale
e cercare di risolvere le questioni all'interno del proprio angusto
terreno, dimenticando gli ultimi 80 anni di storia. La disoccupazione
negli ultimi 80 anni si è sempre presentata come un problema generale.
Essa non è solo un problema nazionale e non è un fatto congiunturale,
ma sta invece diventando sempre più un fatto strutturale, perché
ormai si è raggiunto il punto di svolta aldilà del quale la produttività
del lavoro, anche nei servizi, aumenta più di quanto non cresca
la domanda.
E allora dove si mettono
a lavorare le persone? Poiché la soluzione del problema va posta
sul piano internazionale, è evidente che bisogna lavorare affinché
la comunità internazionale persegua lo scopo della riduzione dell'orario
di lavoro, ma il problema è che non si può cominciare tutti insieme:
qualcuno deve cominciare, nel senso che bisogna cominciare delle
lotte localmente per poi generalizzare il discorso. Lungo la strada
si possono scoprire molti marchingegni per neutralizzare coloro
i quali sono ancora molto legati ai vecchi rapporti. Non è vero
che non ci sono spazi. Se noi imboccheremo
la strada, poi si tratterà di trovare soluzioni concrete,
che scaturiscano dalla situazione concreta. La cosa peggiore da
fare è dire: se non esistono soluzioni immediate è inutile provarci.
Si potrà anche perdere qualche battaglia, ma se il problema è
imposto dall'evoluzione
oggettiva dei sistemi economici, bisognerà farci i conti.
Pensare ad una prospettiva
globale significa, dunque, pensare a livello locale (e quindi
riferirsi al particolare), e contemporaneamente a livello generale.
Se non si tengono insieme i due momenti, cioè se noi vediamo il
generale ed eliminiamo il particolare, poiché cancelliamo le differenze,
le articolazioni, non riusciamo mai a cogliere i problemi. Così
avremo sempre forme mistiche di spiegazione dei problemi.
Il punto di fondo è
il passaggio all'individuo comunitario - che diventa tale innanzitutto rivendicando
la redistribuzione del lavoro. Per l'individuo comunitario l'esistenza
della disoccupazione non è un problema astratto: è un problema
concreto, di cui percepisce la distruttività in continuazione.
L'individuo comunitario non può dire «adesso
ho un lavoro, e il problema della disoccupazione lo affrontiamo
indirettamente in via politica generale e siccome in via politica
generale sembra esserci una grande confusione, allora non si fa
niente». Il punto è proprio questo: il bisogno di risolvere
la disoccupazione gli appare come un bisogno che immediatamente
vale nei suoi confronti, che non è astrattamente presente come
qualsiasi altro bisogno, perché la disoccupazione riguarda il
problema della partecipazione alla vita della comunità, e questo
lo muove immediatamente. A questo punto l'individuo comunitario
cerca praticamente e attivamente una soluzione, non si accontenta
di restare merce («Essendo
io andato bene come merce, avendo io un lavoro, quanto mi dispiace
per gli altri - però io come merce sono confermato, il rapporto
di merce mi va bene, mi vendo e, ricevendo un salario, non vedo
in modo così distruttivo questo rapporto». Ma certamente questo
è un rapporto distruttivo per coloro i quali non riescono a vendersi).
E allora compreso il nostro essere
merce, siccome esso è parte del tutto - il mercato è un tutto
- siamo noi, con la nostra accettazione della lunghezza della
giornata lavorativa data, che produciamo la disoccupazione dei
nostri compagni disoccupati. Se noi lottassimo per una durata
della giornata lavorativa che consentisse anche agli altri di
lavorare, creeremmo le condizioni per la loro occupazione.
Non riusciamo a comprendere
la disoccupazione se non comprendiamo il funzionamento della società
nel suo complesso. La disoccupazione non è un fenomeno che si
verifica alla Alenia, alla Fiat ecc. Succede in questi luoghi
fisici, ma ciò è la conseguenza della interazione di tutti gli
elementi del processo di produzione nazionale e internazionale.
E' da questa interazione complessiva del generale, del tutto,
che scaturisce la disoccupazione. Noi invece ci rapportiamo al
problema come se fosse una somma di particolari. Ma pur trattandosi
della manifestazione di un insieme di situazioni particolari,
la disoccupazione scaturisce dall'interazione complessiva dell'organismo.
E allora se non c'è
un rapporto con l'insieme, se non sudiamo e fatichiamo, non comprenderemo
come funziona la società, che cosa c'è nella società che involontariamente
determina la disoccupazione. Il fatto che ad esempio Agnelli
voglia la disoccupazione
è falso, è una illusione che noi utilizziamo per semplificare
il problema, facendolo rientrare in una banale casella: quella
della pura volontà. Se Agnelli
potesse procedere nel processo accumulativo, se potesse impiegare
lavoro, sarebbe ben felice - ciò significherebbe che la società
procede attraverso la sua
mediazione, che il capitale è una forma produttiva delle relazioni
sociali, perché consente uno sviluppo. Il primo a volere una soluzione
del problema della disoccupazione all'interno
dei rapporti capitalistici è il capitalista stesso. Quindi
dire che il capitalista licenzia per cattiva volontà è una scemenza.
Il problema da porsi è: perché non riesce a dare occupazione nonostante
voglia, perché è costretto a licenziare appena scopre di avere
una perdita?
Allora qui cominciamo
a scoprire che noi condividiamo molte delle categorie della classe
dominante, pensiamo come la classe dominante, ed
in questo modo tenderemo sempre a rifiutare i problemi
della società, perché essi ci faranno paura. Se invece cominceremo
a lavorare all'acquisizione della necessaria consapevolezza, cominciando
a comprendere che cosa è il rapporto di denaro, che cosa è il
capitale, che cosa è stato e che cos'è lo Stato Sociale, come
queste cose hanno garantito in passato un enorme sviluppo della
ricchezza e come oggi ostacolino l'allargamento della soddisfazione
dei bisogni, se lavoreremo attentamente su tutto questo, allora
diventeremo esseri sociali.
Una delle cose più belle scritte da Marx
è che, all'interno della società nella quale domina il rapporto di denaro, gli
uomini sono strettamente legati tra loro, ma pretendono di non
esserlo. Il rapporto di denaro è un rapporto nel quale ognuno
agisce in collegamento e dipendendo dagli altri (tanto è vero
che ognuno vende la sua forza lavoro ad altri, riceve un salario
e compera prodotti o altre attività da altri) e questo rapporto,
questo legame che unisce tutti, lega tutti anche se gli uomini
non se ne accorgono (quando compro un bene non vedo la faccia
delle persone che l'hanno prodotto, ma solo una confezione). Dunque
gli uomini sono stretti in un legame generale. Tutto fa la loro
vita (pensate a Chernobyl e al tipo di rapporto che lega gli uomini).
Siamo legati, quello che fa ciascuno di noi determina la vita
di tutti gli altri. Ormai gli uomini hanno creato un sistema universale
di relazioni. Il denaro ci suggerisce: «chi se ne frega! Se anche
c'è questo sistema universale di relazioni, io penso ai fatti
miei, agisco come proprietario privato, e finché mi va bene questo
sistema funziona». Quando invece si viene esclusi, allora ci si
accorge della distruttività del rapporto di denaro, si evoca lo
Stato, il diritto al lavoro: lo Stato per un po' interviene, svolge
un ruolo positivo, ma poi l'individuo deve immediatamente diventare
un individuo sociale, deve capire che cosa succede, per quale
ragione ci sono dei disoccupati, perché c'è l'inquinamento ecc.
Questo passaggio non
è possibile se non c'è una appropriazione dell'insieme della società.
Bisogna cioè imparare a conoscere i meccanismi di funzionamento
dell'insieme della società.
Spesso invece le discussioni
politiche non sono discussioni che servono ad approfondire realmente
la conoscenza della società. Spesso vanno avanti per simpatie
od antipatie, per posizioni a priori, e attraverso generici riferimenti - molto astratti e molto
idealistici - a forze contrapposte che indubbiamente fanno da
punto di riferimento, ma che si rivelano inutili se si risolvono
solo nel dire che si sta da una parte o dall'altra. Dire che si
sta dalla parte dei lavoratori è sacrosanto, ma poi, quando si
sta dalla parte dei lavoratori, oppure si riesce a spuntare una
vittoria alle elezioni, gli uomini non sanno che cosa fare. Io
ho spesso avuto la convinzione che se avessero vinto le elezioni
politiche i Progressisti [siamo nel 1994,
N.d.R.], avrebbe potuto essere un guaio, perché molte delle
cose che sta facendo Berlusconi
avrebbero finito per farle
i Progressisti.
Sulle pensioni, ad
esempio, c'è una gradualità diversa nelle posizioni, ma se andiamo
a vedere le proposte, queste sono analoghe. Gli stessi sindacati
stanno dicendo che non appena interverrà uno squilibrio nei conti
previdenziali, bisognerà ridurre il tasso di rendimento o aumentare
i contributi. Quindi non viene riconosciuto un fatto fondamentale,
cioè il fatto che il problema del continuo aumento della produttività
del lavoro muta i termini della questione. L'aumento della produttività
del lavoro fa sì che mutino le condizioni per la soddisfazione
dei bisogni. Allora se si crede - come purtroppo credono i sindacalisti e molti dei partiti
della sinistra - che ciò
che serve a garantire il futuro è il denaro accantonato e i suoi
frutti, siamo completamente fuori strada. Passare dal sistema
pensionistico a ripartizione al sistema a capitalizzazione significa
che ognuno mette da parte del denaro per riprenderlo, dopo che
ha fruttato, quando sarà vecchio. Ma non sono i soldi che determinano
la garanzia del mantenimento da anziano. Quello che dà la garanzia
del mantenimento dell'anziano è l'incremento della produttività
del lavoro, per cui quando sarò vecchio l'effetto dei lavori che
ho posto in essere durante la mia vita - e che hanno posto in
essere gli altri - farà sì che sarà necessario molto meno lavoro
di quanto non fosse necessario quando ho cominciato a lavorare.
E allora c'è uno scambio
ineguale tra il lavoro passato e il lavoro attuale, per cui io
posso godere dei frutti dell'aumento della produttività. Se
mi si dice: ne godrai solo se hai messo i soldi da parte, si finge
che siano i soldi a produrre i frutti e non il lavoro. Cioè si
ragiona esattamente come ragiona il capitalista, e tra l'altro
un tipo di capitalista che non svolge neppure una funzione produttiva
- i soldi da soli non producono proprio niente, se vengono investiti
c'è qualche speranza che si riescano ad ottenere dei risultati,
e i risultati saranno produttivi solo se quell'investimento è
un investimento produttivo.
Questa diversa analisi
è quello che davvero distingue, ma purtroppo molti dei nostri
compagni di strada, vedono le cose in maniera esattamente uguale
a come le vedono coloro i quali spingono per i tagli alle pensioni:
pensano all'equilibrio dei conti, nel presente e nel tempo: «Riceverete
quello che avete dato». Ma perché? Se il lavoro muta continuamente
la sua capacità produttiva, quanto dato allora serve per ottenere
di più ora. Se muta la produttività del lavoro c'è creazione di
ricchezza senza lavoro, e allora perché non dovrei goderne negli
anni in cui non posso più contribuire all'attività produttiva
(Le cose sono molto più complicate di così. Ci sono almeno altri
cinque o sei passaggi da compiere, sto semplificando per far comprendere
le diverse impostazioni).
Docente di Teoria
e Politica dello sviluppo, università di Roma "La Sapienza"
13/12/1994
Vorrei partire da un tema che può sembrare abbastanza tecnico: quello
della misurazione dello sviluppo. Io credo in realtà, e cercherò
di dimostrarlo, che non si tratti di un problema tecnico, perché
ogniqualvolta si cerca di misurare un fenomeno dobbiamo prima
individuare questo fenomeno, cioè definirlo chiaramente, prima
di misurarlo. Dietro alle diverse definizioni di sviluppo vedremo
che possono esserci visioni alternative sia di tipo teorico, sociologico,
economico o filosofico, sia, a partire da queste diverse visioni,
sulle politiche necessarie per eventualmente favorire questo sviluppo,
per capirlo o condizionarlo.
Che cos'è dunque lo
sviluppo? Dal punto di vista economico tradizionale lo sviluppo
è la capacità di accrescere
la quantità di beni che vengono prodotti all'interno di un'area,
che può essere uno Stato, una regione o una città. L'accrescimento della possibilità di produrre beni materiali e immateriali
è chiamato sviluppo.
In realtà la grossa discussione che è stata messa in atto, soprattutto
da coloro studiano i problemi dei paesi
del Terzo Mondo, ha
portato alcuni a sostenere che questo non è vero sviluppo.
Il fenomeno che risponde
alla definizione data è in realtà una crescita.
Si ritiene quindi che si debba differenziare fra concetto di crescita
e concetto di sviluppo,
dove il concetto di crescita definisce un fenomeno puramente quantitativo
(quanti beni si è in grado di produrre, così da poter confrontare
se si produce di più o di meno rispetto al passato), mentre il
concetto di sviluppo definisce un fenomeno di tipo qualitativo che è indescrivibile
attraverso i semplici dati quantitativi relativi alla crescita.
Infatti ad un aumento del 5% della crescita (di solito identificata
con un aumento del reddito, del PIL, del 5%) non è affatto detto
che corrisponda un miglioramento, uno sviluppo dell'economia del
5%. Ciò avviene perché un aumento del 5% del reddito può risultare
in un determinato Paese da fenomeni molto diversi fra di loro,
e questo può determinare effetti molto differenziati sulle condizioni
di vita: si pensi alla distribuzione del reddito. Un aumento del
5% del reddito nazionale prodotto può risultare da un aumento
del reddito del 10% per il 50% della popolazione, verificatosi
mentre il restante 50% della
popolazione non vede crescere il suo reddito. Due paesi
possono crescere entrambi al 5%, ma in settori diversi
(uno accresce del 5% la produzione di beni materiali, l'altro
accresce del 5% la costruzione di ospedali) e questo è rappresentato
quantitativamente da una stessa cifra, pur risultando da fenomeni
molto diversi.
Quello che ora si sta
scoprendo è non solo la diversità dei due concetti, ma anche la
possibilità che persino il solo dato quantitativo (nel nostro
esempio l'aumento del 5%) possa essere un dato falso, e non solo
espressione di una prospettiva diversa. Anche la possibilità di
misurare l'aumento della produzione implica già delle scelte che
si basano su un modo preciso di affrontare l'analisi della situazione
reale. L'esempio che si può fare è quello abbastanza noto degli
enormi tassi di incremento annuo della produzione che si stanno
registrando in Cina (oltre il 10% annuo). E' reale questo incremento
annuo? Se andiamo a vedere le statistiche sembrerebbe di sì. Questo
incremento abnorme in realtà cosa può nascondere? Nel caso della
Cina sicuramente nasconde il fatto che il prodotto, ciò che è
misurato ed entra nelle statistiche, è la quantità di merci e
servizi che entrano nel mercato, che in qualche modo hanno un
prezzo, e questo prezzo è valutato attraverso il mercato. Ma ci
sono moltissime merci che non passano attraverso il mercato. Queste
merci esistono, vengono prodotte, consumate ed utilizzate, ma
non passano attraverso il mercato.
Ognuno di noi si sarà
cotto un uovo. Nel momento in cui qualcuno trasforma un uovo della
sua gallina da un oggetto rotondo in una frittata, mette in atto
un processo produttivo. Se mangia quest'uovo, in realtà questo
tipo di operazione non incide minimamente sul calcolo del prodotto.
Se invece quest'uovo viene mangiato in un ristorante, il passaggio
da uovo a frittata è calcolato nel prodotto, perché c'è stato
un processo di trasformazione che è passato, col pagamento del
prezzo, attraverso il mercato.
Questo che cosa vuol
dire in un Paese sottosviluppato? Ci sono dei paesi sottosviluppati
in cui, per esempio, il 70-80% del consumo e della produzione
non passa attraverso il mercato, non è rilevato statisticamente,
è consumo familiare, di villaggio, o di piccoli mercatini di villaggio
non rilevati e tutto questo quindi non contribuisce al prodotto
interno lordo (PIL). In Cina - per restare nell'esempio - una
grande quantità di persone svolgeva una attività per il sostentamento
fisico, che era quella di prodursi il necessario dal punto di
vista alimentare e manifatturiero, ed i beni venivano scambiati
attraverso il baratto, senza prezzi, senza rilevazione di questo
tipo di produzione. Poi i villaggi si sono spopolati e si è assistito
a un esodo verso le città e le persone hanno perduto la loro capacità
iniziale, che era quella di produrre per la propria sopravvivenza
e hanno dovuto cercare altre soluzioni. Avranno dovuto svolgere
un'attività che sarà stata remunerata con un salario, con il quale
avranno acquistato ciò che prima producevano per conto loro. Anche
nel caso limite in cui attraverso l'urbanizzazione queste popolazioni
si trovino a guadagnare un salario che li obbliga a ridurre i
loro consumi alimentari rispetto a quelli della loro vita nei
villaggi, nonostante questo peggioramento, questa diminuzione
quantitativa dei beni alimentari da loro consumati, il reddito
risulterà comunque aumentato per effetto dello spostamento da
un reddito non rilevato ad un reddito rilevato, sia pure inferiore.
E questo fenomeno,
per chi viaggia un po' nei paesi
del Terzo Mondo, è un fenomeno evidente, perché uno dei
processi che accomuna un po' tutti i paesi
del Terzo Mondo è questo processo della crescita abnorme
delle città. Questo processo di urbanizzazione, a causa di tutte
le persone che avevano una loro autonomia di produzione e di consumo
non rilevata (il famoso autoconsumo), e che per vari motivi (può
essere una guerra, una carestia o semplicemente il "sogno
di migliorare") si spostano verso le città,
determina il fatto che nel momento in cui si trovano in
città, per effetto del solo spostamento, si produce un aumento
del reddito. Questo problema è molto rilevante perché molto spesso
il tasso di crescita del reddito dei paesi sottosviluppati non è una variabile significativa per capire
cosa succede in questi paesi . O meglio, è una variabile significativa
se non aumenta: se c'è
una diminuzione del reddito, come avviene in molti paesi
dell'Africa, vuol dire senza dubbio che qualcosa di negativo
è successo. Quando ci sono valori positivi, invece, non è possibile
dire molto. Spesso anche in questi casi ci sono stati fenomeni
negativi, e comunque non è affatto pacifico che sia avvenuto qualcosa
di positivo.
Tuttavia il reddito
è considerato dagli economisti una variabile significativa per
la misurazione dello sviluppo, per quanto - come abbiamo visto
- l'uso di tale variabile non sempre sia corretto. C'è una logica,
in realtà, che spinge a misurare in questo modo le performance
dei paesi sottosviluppati:
la logica viene dall'idea che tutti i paesi , ed in particolar modo quelli
sottosviluppati, per crescere debbano seguire il sentiero già
percorso dai paesi occidentali.
Un modo per capire se si sta effettivamente percorrendo questo
sentiero è proprio quello di controllare l'aumento del reddito,
per vedere se aumenta la parte di reddito
"moderno". Tutta l'attività produttiva, di consumo,
autogestita e di autosostentamento, viene considerata come il
passato, il vecchio, l'arretrato, la parte primitiva della società
sottosviluppata. Il passaggio ad un modo di produrre e consumare
rilevabile e moderno, anche se comporta una riduzione del tenore
di vita, di per sé è un fatto di modernizzazione e quindi attesta
l'imbocco del sentiero corretto. Quindi la maggioranza degli economisti
che si interessano di problemi di sviluppo, specialmente in questi
ultimi tempi, hanno questo tipo di concezione e anche tutte le
ricette di politica economica che vengono (con le buone o con
le cattive) "consigliate" ai paesi
sottosviluppati derivano da questa concezione e sono analoghe
per tutti i paesi. Se leggeste le pubblicazioni della BM
o del FMI
, vedreste che il tipo di ricette (i famosi Piani di Aggiustamento Strutturale)
sono applicate in modo analogo in Burundi, in Angola, in Brasile,
in Tailandia, indipendentemente dalla situazione del Paese, perché
ormai la teoria dominante ritiene che questo sia il sentiero dello
sviluppo, che queste siano le variabili economiche importanti
e valide per tutti, l'obiettivo essendo quello di far diventare
tutti i paesi come la Svezia o come gli Stati Uniti - a seconda
delle preferenze.
Ora, la cosa drammatica,
per gli economisti che studiano questi fenomeni, ma soprattutto
per questi paesi , è che in realtà questi tassi di crescita non
sono correlati con quasi nessun indicatore di benessere delle
popolazioni.
Parallelamente a questo
filone di interpretazione economica dei problemi dei paesi
del Terzo Mondo, si sta sviluppando, anche a livello degli
organismi internazionali, un'idea che è quella che gli economisti
debbano fare questo lavoro di valutazione, ma
che questo non sia sufficiente e che si debba misurare
qualcos'altro: lo Sviluppo
Umano. L'obiettivo dello sviluppo dovrebbe essere quello di
far star meglio le persone, quindi si deve cercare di misurare
variabili molto più ampie di quelle relative alla produzione,
per poter individuare qual è lo Sviluppo Umano della popolazione.
Il progetto - secondo me in origine meritorio - è iniziato 4 anni
fa [nel 1990, N.d.R.]
dall'UNDP
[United Nations Development
Program, N.d.R.], un
organismo dell'ONU
, che ha cominciato a calcolare un Indice di Sviluppo Umano (ISU), cercando
di combinare fenomeni di tipo economico con fenomeni di tipo sociale,
con l'ambizione iniziale di introdurre nella valutazione anche
fenomeni di tipo politico, cioè di valutazioni del benessere non
solo materiale, ma anche "spirituale", politico e di
partecipazione delle persone. Purtroppo l'ONU risente, così come
le organizzazioni ad esso collegate, delle difficoltà di accordo
fra gli Stati e molti paesi
hanno molta paura di questo tipo di analisi. Molti paesi
sottosviluppati temono questo tipo di analisi perché tutti
i prestiti e i finanziamenti della BM
o del sistema dell'ONU che
tali paesi richiedono,
vengono concessi in base alle rilevazioni del reddito tradizionale,
che non deve aumentare troppo per continuare a beneficiare degli
aiuti. La variabile del reddito è in genere rilevata da BM
e FMI
, ma anche tutta la struttura delle statistiche di tipo sociale è curata
da questi organismi. Da parte dei paesi
sottosviluppati è abbastanza semplice nascondere reddito
(il suo valore dipende dal modo con cui si calcola l'incidenza
della spesa pubblica o della tassazione sul reddito, dal modo
con cui si calcolano i prezzi e dal tasso di cambio che viene
utilizzato). Se il reddito viene calcolato nel modo
tradizionale i paesi sottosviluppati possono con una certa
facilità nascondere eventuali aumenti di ricchezza, che comprometterebbero
la concessione dei prestiti, mentre le statistiche fondate sullo
sviluppo umano, quelle che riguardano essenzialmente la speranza
di vita alla nascita e il tasso di istruzione (si tratta di un
indice combinato che comprende il grado e il livello di alfabetizzazione),
sono molto più difficili da nascondere, perché basta fare un campionamento
statistico e rilevare in modo molto semplice e affidabile i dati
effettivi. Da queste rilevazioni si vede che molti paesi
del Terzo Mondo hanno avuto un grosso aumento del tasso
di sviluppo umano (della speranza di vita alla nascita e del grado
di istruzione) e la classificazione dei paesi
secondo il reddito è profondamente diversa da quella che
si ottiene utilizzando queste variabili ed inoltre, utilizzando
queste variabili, si apprezza un minore divario fra paesi
sottosviluppati e paesi
sviluppati.
Quindi quello che è
successo all'UNDP
, che era partito da intenzioni nobili - la misurazione dello sviluppo
umano non solo attraverso il reddito, ma anche attraverso la qualità
di vita delle persone - è stato di trovare l'opposizione all'utilizzo
di queste statistiche proprio da quei paesi
che dovevano essere teoricamente i più interessati. Inoltre
non c'è stato appoggio
a questo tipo di rilevazione neppure da parte dei paesi
sviluppati.
Questo è avvenuto per
due ragioni: prima di tutto perché nel primo volume pubblicato
dall'UNDP
sullo Sviluppo Umano c'era
l'infelice idea di fare una classifica sulla "correttezza
politica" dei vari paesi . Si trattava di un indica composto
da varie voci in cui c'erano valutazioni sulla democraticità del
Paese (sulla libertà di stampa, sull'esistenza o meno della pena
di morte, sull'esistenza o meno della carcerazione preventiva,
sui diritti politici e civili, sulla parità fra uomo e donna e
così via). Ed il risultato di queste classifiche era che molti
paesi industrializzati
(ad esempio gli USA, ma anche l'Italia od il Giappone) precipitavano.
Ed i paesi che venivano
indicati come i simboli della possibilità per i paesi
del Terzo Mondo di "modernizzarsi" (Corea del
Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore) andavano proprio nelle parti
basse della classifica (perché si tratta di paesi
in cui c'è una grossa discriminazione politica e così via).
Con l'alibi che si trattasse di una forma di ingerenza negli affari
interni dei singoli paesi, dunque, anche i paesi
industrializzati hanno respinto questi differenti criteri
di misurazione (perché il Paese che prevede la pena di morte dovrebbe
essere valutato come meno corretto politicamente di un altro che
non la prevede?). Questo tipo di "classifiche" implicherebbero
l'esistenza di una possibile eticità mondiale, che - si dice -
non c'è. Non esistono valori assoluti: se si vuole qualificare
lo sviluppo umano si deve tener conto delle situazioni e delle
realtà particolari, che in certe situazioni culturali, di tradizione
secolare, possono rendere necessaria questa o quella scelta politica
ecc. Si tratta dello stesso tipo di argomentazioni che vengono
utilizzate per affrontare il problema della parità uomo-donna
o quello demografico: ogni
Paese ha i suoi valori e quindi dovendo qualificare lo sviluppo
attraverso questi valori tutti i paesi
si chiudono a riccio. Quindi l'UNDP ha incontrato persino
difficoltà ad ottenere i finanziamenti, a causa di questo interesse
combinato a non voler affrontare questi temi.
Lo scontro nella misurazione
dello sviluppo è dunque tra due posizioni: la prima intende misurare
lo sviluppo solamente dal punto di vista economico (la crescita
economica è alla base della crescita complessiva) sulla base del
reddito, della produzione e dello scambio, nella convinzione che
le variabili sociali e umane seguano quelle economiche, non avendo
la possibilità di una crescita indipendente, e quindi l'attenzione
della politica internazionale e della politica economica deve
essere prioritariamente concentrata sulla crescita economica.
La seconda posizione considera la prima errata per due motivi:
innanzitutto per un motivo empirico e cioè che la crescita non
cè (questi paesi rimangono
ancora sottosviluppati: quando nacque l'economia del sottosviluppo
dopo la seconda guerra mondiale, gli economisti scrivevano che
in dieci, quindici o vent'anni, ci sarebbe stata omogeneità tra
paesi industrializzati
e non, che con un miglioramento delle politiche economiche e del
funzionamento del commercio internazionale i paesi
arretrati avrebbero raggiunto gli altri, anche perché i
due blocchi contrapposti USA-URSS avevano entrambi interesse a
far sviluppare tutti i paesi
per dimostrare che il loro sistema era migliore dell'altro.
Questo non solo non è avvenuto, ma tutte le statistiche ci dicono
che le distanze sono aumentate); il secondo motivo per cui si
critica la prima posizione è che specialmente nei paesi
industrializzati, si è visto che molte variabili legate
alla qualità della vita non necessariamente sono legate all'aumento
della quantità di beni prodotti e consumati, che questa relazione
è una relazione che sempre più può essere messa in discussione.
Ci sono dunque alcuni economisti - pochi - e molti sociologi,
antropologi ed ecologisti, che ritengono necessario avere un concetto
diverso di sviluppo: cercare di immaginare la possibilità di tragitti di sviluppo diversi.
La cosa drammatica,
però, è che la stragrande maggioranza degli studiosi che cominciano
ad avere un ottica di questo tipo sono studiosi dei paesi
sviluppati, che trovano una enorme difficoltà ad impostare
questo tipo di discorsi con economisti, studiosi o sociologi che
vivono nei paesi del
Terzo Mondo: l'atteggiamento che ci troviamo di fronte è quello
di chi ci dice: «tu parli così perché hai la pancia piena». Gli
studiosi dei paesi sottosviluppati
partono dal presupposto che in realtà i loro problemi sono legati
alla sopravvivenza, alla possibilità di avere una crescita economica,
di produrre, e non
sono quelli del capitalismo avanzato in cui ci si preoccupa di
pensare a uno sviluppo alternativo, alla qualità della vita, perché
la nostra vita parte già da un livello in cui si possono proporre
questi temi. Invece nei paesi
sottosviluppati il problema è mangiare, sopravvivere, cercare
di dare inizio ad una crescita
economica, produrre ricchezza.
Io sono quasi del tutto
convinto che questo atteggiamento sia sbagliato, anche se mi capita
spesso di andare in questi paesi e di pensare che è vero che il
loro primo obiettivo è quello di riuscire a mangiare tutti i giorni
in modo tranquillo. In realtà, salvo in casi eccezionali come
le guerre, le carestie ecc., in genere riescono a mangiare. L'aspetto
peggiore del sottosviluppo non è la morte per fame, ma è la disgregazione,
conseguenza di ciò che gli abitanti di questi paesi sono costretti
a fare per mangiare. Questo è quello che colpisce di più nei paesi
dell'Africa, del Centroamerica e del Sudamerica. Sono piuttosto
convinto della giustezza di porsi il problema di una crescita
di tipo diverso perché in realtà il sentiero che questi paesi
tentano di percorrere non fa altro che portarli indietro. Mi è
capitato di tornare in alcuni paesi due volte a distanza di 4/5
anni e di vedere che la situazione era
peggiorata anche se dalle statistiche si deduceva che il
reddito era aumentato. L'impressione che si aveva era di un forte
peggioramento nella qualità della vita, specialmente nelle città.
E' giusto porsi la
domanda "Che cosa c'è oltre l'Occidente?", anche se
io penso che oltre l'Occidente non ci sia nulla, nel senso che
non c'è l'Oriente, ma ci sono tantissime esperienze separate.
Non c'è un'idea unica, non c'è una sola cosa, però ci sono tantissime
realtà e io credo che il nuovo, la possibilità di qualificare
uno sviluppo di tipo diverso, possa nascere dalle diverse realtà
che si vedono in questi paesi. In generale sono ancora discorsi
di minoranza, perché l'atteggiamento prevalente sia degli studiosi
che della popolazione è quello di dire «Perché io non devo volere
la Coca-Cola? Perché io non posso desiderare ciò che nei paesi
occidentali si ottiene con facilità?». Sono stato in Nicaragua
per due mesi; questo Paese ha dei succhi di frutta eccezionali,
ma gli abitanti vogliono bere solo la costosissima Coca-Cola,
che rappresenta per loro un simbolo di modernità. Anche
in Mozambico, dove sono stato quest'anno, l'unica fabbrica che
funziona ancora in modo efficiente è quella della Coca-Cola, mentre
l'acqua, per esempio, non c'è. Se l'idea dell'Occidente può essere
rappresentata dalla Coca-Cola, l'idea di oltre l'Occidente non
c'è, ci sono solo delle piccole realtà che io credo possano avere
la possibilità di crescita. Se non hanno questa possibilità ho
paura che ci sia poca speranza per i paesi
del Terzo Mondo. Io sono molto pessimista per l'Africa,
nel senso che le alternative mi sembrano piuttosto allarmanti:
o muoiono di AIDS, o si uccidono tra di loro e ritornano all'età
della pietra, oppure devono valorizzare quel nuovo che secondo
me c'è. Io non sono molto ottimista perché la classe dirigente,
ma anche la classe intellettuale di questi paesi , non è molto
propensa ad accettare questo tipo di discorso ed è lo stesso atteggiamento
che hanno nei confronti dell'ecologia. Parlare di ecologia nei
paesi del Terzo Mondo
è come insultarli. In Brasile questo è evidente. Un economista
brasiliano mi ha chiesto (e io non ho saputo rispondere) «ma invece
di imporre a noi di non tagliare gli alberi della foresta Amazzonica,
perché non piantate gli alberi sulle vostre autostrade?». E' molto
difficile rispondere, è un tema molto complesso.
La seconda parte del
nostro discorso verte sul rapporto tra Popolazione e Sviluppo.
Come vedremo, il tipo di conclusioni finali che si possono fare
a tale proposito sono molto simili a quelle fatte quando abbiamo
parlato della misurazione dello sviluppo. Cercherò di dimostrare
come in realtà i meccanismi operanti siano gli stessi, qualsiasi
sia il tema affrontato. Per illustrare il problema del rapporto
tra sviluppo demografico e sviluppo economico va detto che questo
è un tema storicamente recentissimo, che viene studiato da 200
anni.
La storia dell'umanità
è caratterizzata in generale da una perfetta armonia fra crescita
economica e crescita demografica. L'anno zero, che è l'anno in
cui, per una combinazione fortuita, sono stati fatti i censimenti
nell'Impero Romano, in Cina e anche in Sudamerica, si è valutata
una popolazione di circa 200/300 milioni. Nell'anno 1600 la popolazione
mondiale era di 500 milioni, quindi raddoppiata, o poco più che
raddoppiata. Dal 1700 abbiamo un'impennata enorme, poiché cominciano
ad aumentare vertiginosamente sia la produzione che la popolazione.
Gli economisti furono i primi a interessarsi di questo problema.
Allora non esisteva una scienza economica pura, gli economisti
erano anche demografi. Il problema che si pose subito era questo:
come mai è avvenuta questa impennata? Ci furono degli studiosi
che riuscirono bene o male a spiegare questo fenomeno, ma il grosso
problema era: può continuare questo equilibrio tra aumento della
popolazione e produzione? E' possibile per la produzione riuscire
a tenere dietro a un incremento demografico così elevato? I primi
economisti, gli economisti classici, si posero questo problema.
A quel tempo c'erano i pessimisti e gli ottimisti: questi ultimi
dicevano che era possibile che la produzione riuscisse a tener
dietro all'aumento della popolazione perché la capacità produttiva dell'uomo era destinata ad aumentare molto di
più rispetto alla capacità
riproduttiva; i pessimisti dicevano che non era possibile.
Tra i pessimisti c'era Malthus
(da cui derivarono le politiche
malthusiane) che riteneva necessario ridurre a tutti i costi la
crescita demografica e che era contrario agli asili per i poveri
perché diceva che i poveri si riproducevano troppo e con gli asili
e i sussidi si sarebbero riprodotti ancora di più. Malthus diceva
che le risorse erano troppo scarse, quindi se aumentava la popolazione
l'aumento dello sfruttamento delle risorse non avrebbe potuto
tener dietro all'aumento della popolazione. Il dibattito finì
velocemente perché nella realtà si vide che nel mondo di allora
l'incremento della capacità di produrre era enormemente superiore
all'incremento demografico. Le due curve cominciarono a distanziarsi,
l'aumento della capacità produttiva dell'uomo appariva enorme,
con un conseguente incremento del reddito in grado di coprire
l'aumento della popolazione. Si sviluppò in questi anni un ottimismo
generalizzato sulla capacità della tecnologia di tener dietro
al ritmo di incremento della popolazione.
E' solo abbastanza
recentemente che, invece, sono stati reintrodotti i problemi e
le questioni, i dubbi, le paure sull'incremento demografico. Questo
essenzialmente per tre ragioni:
1) Per la prima volta,
da una novantina di anni a questa parte, ad un incremento della
produzione corrisponde una diminuzione della crescita della popolazione,
nel senso che si rovescia quella che era tradizionalmente la relazione
tra aumento della produzione e aumento della popolazione. Adesso
la produzione aumenta, ma ad un ritmo di crescita che rallenta,
ed addirittura in molti casi si tende a una diminuzione della
popolazione nei paesi industrializzati.
2) I paesi
sottosviluppati sono entrati nel mondo, per la prima volta,
da poco tempo. Fino a prima della Seconda Guerra Mondiale i paesi
sottosviluppati erano colonie o luoghi lontani, nessuno si metteva
a studiare che cosa succedeva in quei paesi, se non l'esploratore.
In questi paesi sottosviluppati abbiamo un enorme aumento della popolazione,
che non è giustificato dal lieve aumento di produzione che c'è
stato in questi paesi . Si tratta di un rapporto che storicamente
non si era mai verificato, che era pensato come non sostenibile
fino a poco tempo prima.
3) Comincia ad essere
introdotto il concetto di sovrappopolazione
nel senso di sovraffollamento
di prodotto: si prendono cioè in esame i parametri della produzione
e del consumo in base alla popolazione che risiede in un determinato
territorio. Se usiamo questi parametri ci accorgiamo che la sovrappopolazione
è in Europa, non in Africa od in Cina. Se noi andassimo in Cina
e volessimo mantenere il nostro standard di vita, dovremmo consumare
come 50 cinesi. Quindi la popolazione italiana non è di 60 milioni,
ma è 60 x 10, equivale cioè a 600 milioni di unità. Qual è il
significato di questo indice? E' di sostenibilità ecologica della
popolazione, nel senso che la popolazione è sostenibile ecologicamente
non in base al numero degli abitanti ma in base a quanto questi
abitanti pesano, nella loro attività, sul sistema ecologico, quindi
sulla natura.
Sono questi i tre motivi
che hanno riportato una grossa attenzione sul rapporto sviluppo
economico/popolazione. La prima considerazione sugli effetti dell'aumento
della ricchezza sulla denatalità è studiata sia dagli economisti,
che da psicologi e sociologi.
Le spiegazioni che
personalmente mi convincono molto sono due. La prima è di carattere
prettamente economico, nel senso che in realtà un figlio ha un
costo e questo costo aumenta con l'aumento del reddito e della
ricchezza. Per allevare un figlio che abbia, in termini di beni
di consumo, di investimento, di conoscenza, educazione, divertimento,
un peso tale da renderlo socialmente accettato, il costo è molto
elevato e crescente nel tempo. In definitiva un bambino oggi costa
come 10 figli del passato. Quindi si investe sulla qualità di
un figlio più che sulla quantità, si mira cioè a fare meno figli,
ai quali si possa garantire però un adeguato livello di vita.
La seconda spiegazione è di carattere sociale: l'organizzazione
familiare è sempre più messa in discussione, come la divisione
del lavoro tra uomo e donna. Nel momento in cui l'uomo partecipa
alla gestione familiare, comincia ad essere contrario ad avere
troppi figli. Fino a quando era la donna a rimanere a casa e a
gestire molti figli, l'uomo riteneva che questi fossero una ricchezza.
Nel momento in cui si sente anche lui partecipe di questa gestione,
tende a porre un freno alla riproduzione, per motivi di varia
natura.
Come mai, però,
nei paesi sottosviluppati
la popolazione continua ad aumentare in relazione all'aumento
della ricchezza? E' un fatto puramente statistico, nel senso che
l'aumento della popolazione non è dovuto al fatto che si facciano
più figli, ma al fatto che questi vivano più a lungo: il numero
dei nati rimane lo stesso, ma grazie alle vaccinazioni, all'aumento
dell'attenzione medica, la vita si allunga e di conseguenza la
popolazione cresce. Questo è il primo elemento, che è di carattere
statistico. Il fatto più interessante da analizzare è però il
motivo per cui le nascite non diminuiscono. Anche in questo caso
le cause sono diverse, sia di carattere economico che culturale.
Prima di tutto nei paesi Sottosviluppati il bambino non è un costo, nel senso che, siccome
il reddito pro-capite è molto basso, l'investimento necessario
per allevare un figlio è molto basso, quasi nullo. In realtà il
figlio, almeno da un certo momento in poi, produce più di quello
che consuma e quindi diventa una fonte di reddito per la famiglia.
La cosa più interessante, e anche drammatica, è che l'impiego
di questi ragazzi non avviene come tradizionalmente avveniva anche
da noi nelle campagne, quando la forza lavoro era importantissima
per la produzione, dal momento che la tecnica era elementare.
Nelle città dei paesi Sottosviluppati
il bambino viene invece sfruttato nel lavoro nero o addirittura
nella microcriminalità. C'è anche un elemento culturale che favorisce
le nascite nei paesi sottosviluppati: non avere figli è visto
socialmente come fatto negativo. Parlando con dei professori africani
ho saputo che le pratiche anticoncezionali sono mal viste dalle
donne. Una mia teoria, non so quanto scientifica, è che, specie
per le fasce più abbienti della popolazione, un figlio rappresenta
una sicurezza di reddito per la madre. Infatti in molti paesi
dell'Africa e dell'America Centrale esistono molte donne
sole che vivono con il proprio figlio e molti uomini che hanno
più famiglie. Il figlio, in questo caso, permette alla donna di
mantenere sempre un legame con l'ex marito e di avere una fonte
di reddito sicura. In ogni caso, il carico economico della gestione
dei figli è in gran parte sulle spalle della donna. L'Africa sopravvive
perché le donne lavorano e costituiscono la struttura portante,
sia sociale che economica.
Nella conferenza del
Cairo tutti questi argomenti sono stati poi sintetizzati in una
domanda: l'aumento della
popolazione è limitante per la crescita economica?
Gli studi fatti hanno portato a credere che un eccessivo
aumento della popolazione possa limitare lo sviluppo economico.
Va detto subito che nella Conferenza del Cairo nessuno, almeno
ufficialmente, ma forse neanche nascostamente, pensa ad un controllo
coattivo delle nascite. E' stata fatta in alcuni paesi , senz'altro
in Cina e in India, la sterilizzazione forzata delle donne, ma
ora nessuno ha più il coraggio di proporre questa cosa. Il problema
è piuttosto se propagandare la contraccezione o meno, se dare
alle persone la possibilità di scegliere coscientemente il concepimento
di un figlio, perché molto spesso, oltre a fare figli per tutte
le ragioni che abbiamo detto, si fanno figli perché non si sa
come evitarlo. Un'educazione in questo senso potrebbe portare
ad un controllo delle nascite; può darsi che alcune famiglie non
avrebbero avuto questi figli se avessero avuto accesso ai contraccettivi.
Attualmente sul controllo
delle nascite c'è uno scontro fortissimo, che è forse un po' al
di là della posizione dei cattolici, poiché in fondo la posizione
dei cattolici è sempre un po' ambigua, lascia qualche margine
di scelta. Io credo che lo scontro vero sia sul problema dell'autonomia
della donna, dal momento che in realtà molti sistemi anticoncezionali,
quelli più facili, sono a carico della donna (il preservativo
è carissimo, mentre le pillole è più facile distribuirle), cosa
che è vista malissimo da molti paesi. Questo tipo di opposizione
viene in particolare dai paesi
islamici. In realtà loro mascherano questa paura con la
scusa della tradizione, della libertà (la frase tipica è «oltre
il fatto che non mangiamo, ci volete anche impedire di fare figli»):
c'è insomma una sorta di opposizione all'imperialismo culturale
da parte dell'Occidente, ma non credo che questo sia l'elemento
fondamentale, perché in realtà maschera una opposizione che è
all'interno delle classi dirigenti dei paesi
sottosviluppati, e non per paura di una colonizzazione
culturale, ma per paura di mettere in moto processi difficilmente
controllabili all'interno dei loro paesi .
1. Il capitalismo e la sovrappopolazione.
Il capitalismo funziona
grazie alla possibilità di manodopera a basso costo offerta dai
paesi sottosviluppati. La sovrappopolazione e la conseguente disoccupazione,
entro certi limiti, sono indispensabili per il funzionamento del
sistema capitalistico. Per il capitalista la situazione ideale
è quella che in realtà si sta verificando in questo momento: una
quasi piena occupazione all'interno del Paese in cui il capitalista
ha grossi interessi personali, fisici e nazionali, e disoccupazione
laddove può trasferire parte della lavorazione e quindi utilizzare
manodopera a basso costo. In realtà questo del capitalista è un
sogno che difficilmente si realizza, nel senso che nel momento
in cui ha la piena (o quasi piena) occupazione nel proprio Paese,
ha salari elevati, e quindi gli conviene portare la lavorazione
dove si paga di meno, dove c'è più disoccupazione. Questo provoca
però un'alta disoccupazione all'interno del suo Paese. Quello
che si è visto è che una grossa disoccupazione all'interno del
Paese in cui il capitalista vive e opera può essere pericolosa
quanto una bassa disoccupazione. Ci vorrebbe una disoccupazione,
che gli economisti hanno inventato, detta 'naturale', cioè quel
livello di disoccupazione sostenibile politicamente e economicamente,
che in paesi come
il nostro può essere benissimo del 10%.
Io non credo che la
politica di opposizione da parte dei capitalisti al controllo
delle nascite nel Terzo Mondo sia stata influenzata dalla volontà
di mantenere un alto grado di sovrappopolazione. Penso che dietro
tale opposizione si debbano scorgere piuttosto fenomeni di tipo
culturale, interessi politici e problemi di gestione sociale all'interno
dei singoli paesi, anche sottosviluppati.
In realtà ciò che aiuta i capitalisti non è tanto la sovrappopolazione,
quanto la tecnologia. Il capitalista, quando vede che i salari
aumentano, tira fuori la tecnologia e crea disoccupazione. Vi
ricordo una cosa abbastanza esemplare: in Inghilterra, al tempo
dell'industrializzazione inglese, c'era il lavoro minorile nelle
miniere. I proprietari delle miniere si opposero ferocemente alla
legge che aboliva il lavoro minorile, proclamando che essa
avrebbe provocato il crollo dell'economia: «con questa legge -
dicevano - l'Inghilterra tornerà all'età della pietra». Questa
netta opposizione nasceva dal fatto che nelle miniere le gallerie
erano state costruite a misura di ragazzo (cunicoli bassi e stretti
quanto bastava per far passare un carrello trainato da un ragazzo)
e non di uomo: la legge rendeva dunque del tutto inutilizzabili
le vecchie gallerie. Inaspettatamente in conseguenza di quella
legge, invece che il crollo dell'economia inglese, si ebbe l'introduzione
delle macchine a vapore all'interno delle miniere. Si può dire
dunque che il capitalismo, quando è pressato, interviene adeguandosi
alla situazione e introducendo innovazioni. Nei singoli paesi
il capitalismo, non dimenticando mai il proprio interesse,
si adegua alle particolari situazioni di equilibrio politico e
sociale-culturale.
2. Alcuni esempi di economie alternative.
Abbiamo detto che "oltre
l'Occidente" non c'è niente, nel senso che non c'è l'Oriente,
non c'è una cultura, una tradizione unitaria che si oppone all'Occidente.
Forse l'Unione Sovietica poteva rappresentare l'oltre l'Occidente,
ma ora non c'è più e non esiste, neanche nellimmaginazione,
un sistema che possa essere complessivamente alternativo a quello di tipo capitalistico. Ci sono
invece esperienze diversificate una delle quali è, ad esempio,
quella del Cile. In Cile la politica di Pinochet
è stata quella di puntare
alla possibilità di far star bene un 20 o 30% della popolazione,
e di lasciare completamente abbandonato a se stesso il resto della
popolazione. Di questa larga fetta di persone (circa l'80%) un
40% è riuscito a vivere bene, perché legato al 20% ricco, mentre
il restante 40% della popolazione è rimasto ai margini non solo
economicamente, ma anche fisicamente. Infatti mentre nelle città
del Terzo Mondo africano o sud americano i poveri ci sono - chiedono
l'elemosina, rubano ecc. - in Santiago non ci sono, non si vedono
perché non hanno neanche la possibilità di pagarsi il biglietto
dell'autobus per andare in centro e se arrivano in centro vengono
cacciati o uccisi. Quando sono stato lì, nel dopo Pinochet, solo
ai ciechi veniva permesso di chiedere la carità, per cui nel centro
di Santiago c'erano solo ciechi. Questo 40% della popolazione
è riuscito a sopravvivere organizzando un sistema economico di
produzione familiare completamente nuovo e diverso. Uno degli
elementi fondamentali di questo sistema alternativo era, ad esempio,
la collettivizzazione degli acquisti: si cercava cioè di comprare tutti
i prodotti in grandi quantità in modo da fare grosse economie
di scala. C'erano anche produzioni
di quartiere, per cui i quartieri si organizzavano attorno
a un determinato processo produttivo. Si trattava di un sistema
di produzione democratico che sperimentava una nuovissima gestione
democratica dell'economia. La cosa strana è che quando si è allentato
il regime questa economia non si è smembrata. La sua gestione
si basa interamente sulle relazioni sociali all'interno del gruppo;
è per questo che quando i profitti sono alti vengono investiti
nell'organizzazione di feste e nella creazione di occasioni sociali.
In Mozambico, il Paese
più disastrato del mondo,
ho visto cooperative di donne con organizzazione familiare che
gestiscono un asilo collettivo ( tra l'altro sono tutte donne
senza marito che vivono con le madri). Queste
cooperative organizzano
una produzione che ha un
mercato locale e promuovono lo sviluppo dell'economia informale, che in questi paesi costituisce il 60-70-80 % della produzione, una
produzione che segue regole e modi
di gestione non capitalistici. Non è un'alternativa, ma
è una "sopravvivenza" allo sviluppo; chi si organizza
in questo modo si difende dallo sviluppo. Tutto il dibattito degli
hippies negli anni '60, delle comunità, delle comuni, aveva elementi
di questo tipo che sono falliti purtroppo, ma hanno lasciato un
segno...
Andare oltre l'Occidente
significa creare, anche all'interno di società in cui è dominante
(o per ideologia o per ignoranza o per necessità) la logica capitalista,
la possibilità di sopravvivenza per chi non accetta questo tipo
di logica. Io vedo però che nel mondo - e in Italia in particolare
- non c'è più spazio per chi è fuori.
Non c'è una possibilità di sopravvivenza decente, umana, per chi
è al di fuori di questo sistema. Ho l'impressione che sia diminuito
anche lo spazio culturale per la creazione di pensieri alternativi
poiché c'è un elemento totalizzante che opprime. C'è una grande
omogeneizzazione, molte volte forzata, indotta, che non so se
potrà mai cambiare.
Economista
11/01/1995
Io cercherò di parlarvi
di alternative, non nel senso di alternative di governo, ma nel
senso di modi diversi di vivere e di lavorare. Questo discorso
è una specie di mia fissazione che porto avanti dal principio
degli anni '80. Il mio impegno nacque da una reazione nei confronti
di tutta la sinistra, che diceva sempre «ci vorrebbe un'alternativa»,
ma non spiegava mai il contenuto di questa alternativa. Allora
ebbi una certa reazione a questo modo di ragionare e mi venne
voglia di mettermi a discutere di ipotesi
per un'alternativa, però cercando di evitare il rischio di
mettersi a tavolino e inventare mondi bellissimi, di cui è già
piena la storia. La mia intenzione era di evitare questi rischi
in un modo preciso, cominciando subito a discutere di queste cose
con persone diverse, non specificatamente di sinistra, che avessero
in comune una sola cosa, e cioè quella di non amare molto, anche
per ragioni differenti, la logica dell'impresa e del mercato.
Mi sono rivolto insomma a chi, di fronte al discorso che ci viene
imposto continuamente - soprattutto negli ultimi anni - che il
mondo può essere fatto solo di imprese, di mercato, che il lavoro
umano può essere organizzato solo attraverso imprese che scambino
i loro prodotti sul mercato, non ne è affatto convinto e dice
«Sento che la storia del mondo d'ora in poi non può più essere
così».
Partirei proprio cercando
di descrivere che cosa è la logica dell'impresa e del mercato.
Per logica dell'impresa
intendo fondamentalmente due cose:
1. I beni da produrre
devono essere individuati
sulla base del grado di valorizzazione del capitale impiegato.
Siccome questo capitale valorizzato generalmente viene reinvestito,
le scelte devono essere quelle che fanno crescere il più possibile
l'impresa, la fanno prosperare per reinvestire ancora e crescere.
Quindi tutte le scelte devono essere indirizzate a ciò che fa
crescere l'impresa.
2. La seconda caratteristica
della logica dell'impresa è quella di considerare gli uomini esclusivamente
come un costo e, da questo punto di vista, come un costo da ridurre.
Questa definizione non è tanto eversiva. Anche un manager, se
voi gli chiedete «Perché tu non produci le cose che servono alla
gente? Perché quell'uomo non lo paghi di più?» ti risponde esattamente
così: «Il mio mestiere è quello di valorizzare il capitale che
mi affidano e quello di ridurre il più possibile il costo del
lavoro». Quindi non sto facendo un'insinuazione perfida; questa
definizione è abbastanza pacifica.
Per logica
del mercato intendo l'opinione oggi dilagante che la sola
possibile, vera, efficiente comunicazione tra persone che svolgono
attività diverse, fra imprese che producono cose diverse, possa
avvenire attraverso il mercato (è quello che succede attraverso
il sistema dei prezzi, se le cose prodotte trovano una collocazione
sul mercato o no). Questa opinione arriva ad immaginare il mercato
come governato da una specie di mano
invisibile, che - senza alcun intervento - regola le attività
delle persone, e che ad un certo punto fa sì che non ci siano
sprechi, che si produca ciò che è necessario. Questa idea della
mano invisibile porta
a ritenere che il massimo effetto positivo per la società sia
ottenibile solo attraverso l'operato di chi agisce sul mercato
perseguendo il proprio interesse privato (che è quello di far
crescere la propria impresa).
Oggi questa visione
del modo di produrre e questa visione dello scambio di informazione
attraverso il mercato è assolutamente prevalente, e per una ragione
precisa, sulla quale non c'è da prendersi in giro: perché altri
sistemi sono falliti. La ragione per cui questa visione domina
è che la vicenda del socialismo dell'est (che bene o male è stato
il più grosso tentativo del secolo di cercare una logica diversa)
è finita con una catastrofe. Forse si potrebbe aggiungere che
anche altre vie, che presentavano se stesse come forme di superamento
di questa logica, come la via riformista, la via graduale, sono
anch'esse finite piuttosto male, in moltissimi casi affondate
nella corruzione (il nostro caso è simboleggiato da Craxi
). Quindi quello attuale è un momento in cui tutti quelli che in un modo
o nell'altro avevano in mente di cambiare questa logica, di cercare
una logica diversa per organizzare il lavoro degli esseri umani,
"hanno la coda tra le gambe".
Contemporaneamente
c'è un paradosso che mi colpisce molto: mentre falliscono le alternative,
forse soltanto oggi ci accorgiamo che uno sviluppo fondato solo
su una cieca crescita, su una moltiplicazione massima delle merci,
distrugge il pianeta. Questa analisi, quando io ero un giovane
di sinistra, non la faceva nessuno, anzi, c'erano molti meno argomenti
per criticare questo tipo di sviluppo, nessuno ci aveva detto
che avrebbe fatto esplodere il pianeta. Soprattutto, a parte la
distruzione del pianeta, è ormai abbastanza chiaro che questo
tipo di sviluppo non è generalizzabile al Sud del mondo.
Dunque l'aspetto della
logica dell'impresa (massima valorizzazione, massima crescita)
oggi appare in crisi più che in passato; anche l'altro aspetto
della logica dell'impresa (quello di considerare gli uomini esclusivamente
come un costo) si rivela incapace di ripartire il lavoro, che
diventa sempre più produttivo. Il lavoro finisce così per diventare
sempre "troppo" per alcuni (in termini di sforzo, fatica,
impiego di tempo) e "niente" per altri (i disoccupati).
Forse si potrebbe anche
aggiungere che quel modo di considerare gli uomini solo come un
costo immediato, da ridurre per aiutare l'impresa, finisce per
selezionare, per far sviluppare certe capacità e attività degli
uomini e non altre, e tende così a formare l'opposto di uomini
completi, esseri umani che capiscano molte cose diverse, di cui
invece abbiamo un bisogno terribile, se vogliamo mettere sotto
controllo il progresso scientifico che oggi sembra sempre più
sfuggire alla possibilità di un controllo.
Anche l'idea del mercato
come una mano invisibile che regola la produzione, che fa incontrare quello
che viene prodotto con i bisogni della gente, si è rivelata fallimentare.
Oggi vediamo che la predominanza del mercato non solo sta portando
ad un'evidente divaricazione fra le varie parti del mondo, ma
anche nel Nord del mondo questa predominanza non riesce più a
far incontrare ciò che viene prodotto con i bisogni della gente.
Questa idea del mercato è stata una grande illusione, anzi una
grande fede, fino a tutto l'800 e nella prima parte del '900;
ha subìto un duro colpo già con la crisi del '29. In occasione
della crisi mondiale del '29 per la prima volta si è avuto il
sospetto che ci potevano essere enormi bisogni insoddisfatti e
produzioni in eccesso.
Dopo il '29 è comparso
il grandissimo economista inglese John Maynard Keynes
, il
quale ha avuto l'idea che, prendendo atto che il capitale non
trovava un conveniente impiego nel soddisfare i bisogni fondamentali
della gente, questi bisogni fondamentali
dovessero essere soddisfatti col "capitale che non
c'è". Insomma ebbe l'idea che la soddisfazione dei bisogni
fondamentali (quella che poi è stata chiamata Stato Sociale -
Welfare State) dovesse essere finanziata proprio col deficit statale,
col "capitale che non c'era". Questa "trovata",
secondo alcuni, ha garantito ancora mezzo secolo di prosperità
al sistema dell'impresa. Però questa brillantissima soluzione
ha un inconveniente: se io finanzio i servizi con i debiti, i
debiti si accumulano; il deficit è una cosa che cresce continuamente.
Credo che sia quello che sta avvenendo oggi; credo che il debito
pubblico, che è diventato effettivamente enorme, stia a testimoniare
che questa prassi di accumulare debiti per soddisfare bisogni,
a un certo punto si trova di fronte a dei problemi perché poi
il debito ci condiziona moltissimo. Naturalmente di questi processi
si possono dare letture completamente diverse; la lettura che
ne do io è che l'interpretazione di Keynes
non sia più sufficiente,
che sia necessario rimettere in discussione il nostro sistema
e il nostro modo di vivere e di lavorare in modo più radicale
di quanto abbia fatto Keynes
, che in qualche modo cercò di salvare la situazione.
Nel discutere di alternative
con chi vi fosse interessato, ho scoperto che in realtà sono molte
le persone che stanno cercando, sperimentando, qualche tipo di
alternativa alla logica dell'impresa e del mercato, anche se danno
a questi tentativi nomi diversi a seconda della loro origine culturale.
La cosa che mi ha molto incoraggiato è non solo che c'è gente
con provenienza politica e culturale molto diversa che pensa a
delle alternative, ma anche che queste persone, pur essendo da
questo punto di vista diverse, hanno molte
cose in comune e molte più di quanto sembrerebbe vedendo
le etichette che si danno. Queste cose che hanno in comune, a
volte davvero senza saperlo, possono venir fuori se si riesce
a discutere di contenuti, se si riesce ad adottare un linguaggio,
e anche un modo di discutere, che sia comune e, soprattutto (questo
è il punto che mi sta più a cuore), se
si riesce ad andare al di là dell'approccio economico, se
si riesce a non parlare di economia e a parlare degli esseri umani,
dei loro bisogni e delle loro aspirazioni. Il
linguaggio economico è nato per descrivere questo sviluppo ed
è poco adatto a pensare a sviluppi diversi. "Sviluppi
diversi": che cosa sono? Sono tutte quelle scelte che pongono
al centro gli esseri umani, anziché alcuni ciechi meccanismi che
stabiliscono che cosa devi produrre e come devi lavorare.
Arrivati a questo punto
c'è naturalmente una seria contraddizione, che avverto molto,
anche qui con voi: i discorsi sulle scelte di fondo e sui contenuti
concreti richiedono più tempo rispetto alle sintesi ed alle astrazioni
economiche; questo è in contraddizione con il fatto di parlare
per tre quarti d'ora. In una esposizione così breve enuncerò cinque
blocchi di questioni che non posso sviluppare qui, ma di cui posso
dare un'idea. Non sarà soddisfacente la "quantità" di
alternativa che troverete, ma se non altro servirà per dire «Bisogna
che ci mettiamo a discutere di queste cose, bisogna che non ci
lasciamo trascinare in astrazioni». Passo ad enunciare i cinque
titoli (anche l'ordine delle questioni secondo me ha qualche importanza,
ed infatti - ad esempio - io parlerò di politica solo nel quinto
blocco e non nel primo).
Quali scelte produttive sono possibili in alternativa alla cieca crescita
affidata alle imprese - che vogliono svilupparsi - e in alternativa
alla distribuzione affidata al mercato?
Per rispondere a questa
terribile domanda propongo un'idea che comparve in un dibattito
che si tenne alle Nazioni Unite negli anni '70, su questo tipo
di argomenti. L'ONU
, come sapete, non è costituita soltanto dal Consiglio di Sicurezza, ma
è composta (ed allora funzionava meglio di adesso) da grosse commissioni
internazionali, che sono sedi di dibattito sulle tematiche dello
sviluppo e su altri problemi di questo tipo. In questi vari organismi
dell'ONU, si sviluppò negli anni '70 un dibattito interessante
a partire dal fallimento della politica degli aiuti al Terzo Mondo.
In questo dibattito si sostenne l'idea che, prima di occuparsi
della crescita del Prodotto Interno Lordo - e di queste grandezze
care agli economisti - ci si dovesse occupare di soddisfare i
bisogni fondamentali delle popolazioni, intendendo per bisogni
fondamentali alcune cose abbastanza ovvie (alimentazione, abitazione,
salute, istruzione ecc.). Allora, per un breve periodo (a metà
degli anni '70, all'epoca di Jimmy Carter
), ci fu chi vide in questa politica dei bisogni fondamentali (basic
needs), addirittura qualcosa da poter contrapporre alle politiche
di sviluppo del PIL.
Di questa riflessione
non si sente mai parlare, e per una ragione molto precisa: nell'80
è stato eletto Reagan
che ha spazzato via tutti
coloro i quali tentavano ragionamenti di questo tipo, con una
generalizzata normalizzazione dell'ONU
in senso reaganiano.
Qualche idea simile a quelle così rapidamente sbaragliate da Reagan
è poi ricomparsa, per una
strada diversa, verso la fine degli anni '80, stavolta con l'espressione
sviluppo sostenibile
(concetto che deriva da considerazioni di carattere ambientale).
Esaminando le priorità dello sviluppo sostenibile si nota che
esse assomigliano abbastanza a quelle della soddisfazione dei
bisogni fondamentali delle popolazioni. Oggi questo argomento
mi interessa anche perché è "parente" dell'esigenza
che abbiamo di difendere i pubblici servizi e lo stato sociale,
contro una logica dominante che pretende di valutarli sulla base
di quanto rendono sul mercato. Fra l'altro una politica dei bisogni
fondamentali, che richiede un certo livello di autosufficienze
nazionali, potrebbe fare anche molto bene, se rilanciata oggi,
a bilanciare l'enorme "sbornia" di liberismo economico
che ha preso anche la sinistra.
E' andata via via
crescendo, di fronte a un'industria che sembrava voler
ridurre gli uomini a scimmie ammaestrate, come diceva già Taylor
, la scoperta dell'importanza della qualità del lavoro, dell'importanza
dell'organizzazione del lavoro, anche nei posti dei pubblici servizi.
Io credo che oggi ci sia una novità che è pertinente con la riflessione
sull'alternativa: il taylorismo,
cioè l'idea che la produzione industriale moderna renda necessario
e conveniente scomporre tutte le attività in processi molto piccoli
ed in catena tra loro, separando completamente la direzione dall'esecuzione,
questa idea, che ha dominato molto l'industria, ma anche la sinistra
(che per molti anni ha considerato questo un prezzo da pagare
all'industrializzazione), non è più vera. Tutti gli studi più
recenti di sociologia industriale (anche quelli padronali, in
fondo) dicono che non è vero che una produzione moderna debba
necessariamente ridurre gli uomini a scimmie ammaestrate, che
svolgono un pezzettino piccolo e idiota del processo produttivo.
Non è vera neanche
un'altra cosa, che ha interessato molto il movimento operaio,
e ha causato i guai del movimento, e cioè che per avere un'organizzazione
del lavoro efficiente ci debba essere una organizzazione gerarchico-burocratica,
a piramide, e che per far sviluppare le persone sia necessario
percorrere una carriera attraverso questa piramide che si restringe
sempre man mano che si sale. Le cose, in realtà, sono molto più
complicate di così.
Si verifica invece
un fenomeno, che tra l'altro è stato genialmente intuito da Marx
, ma che non trovate nel marxismo della vulgata, bensì in scritti inediti di Marx
scoperti solo in anni più
recenti. Marx
, in
alcuni scritti in cui addirittura profetizza l'automazione, aveva
previsto che, con una produzione che diventava sempre più frutto
di un'applicazione diretta della scienza, il ruolo degli esseri
umani nel processo produttivo sarebbe cresciuto, non diminuito,
che sarebbe diventato meno produttivo mantenerli al livello di
scimmie ammaestrate. Marx
pensava inoltre che, con l'applicazione della scienza alla produzione,
lo sviluppo delle persone non dovesse necessariamente identificarsi
con una carriera in una scala di ruoli gerarchici fissi, ma che
invece sarebbero comparse delle esigenze e dei problemi diversi.
C'è un nesso estremamente
forte tra questo aspetto dell'industrializzazione e la questione
del diritto allo studio. Questo è piuttosto importante, perché
se l'avvenire fosse fatto soltanto di piramidi gerarchiche, in
cui bisogna selezionare le persone per occupare pochi ruoli, e
in questa situazione si volesse ottenere il diritto allo studio,
succederebbe esattamente quello che è successo in Unione Sovietica.
Lì, infatti, da una parte si è teorizzato il diritto allo studio,
rendendo gli studi realmente gratuiti,
dall'altra parte, però, l'organizzazione del lavoro non
è stata messa affatto in discussione, ma anzi si sono fatte delle
piramidi gerarchiche o burocratiche ancora peggiori. Allora la
contraddizione è stata così forte che si aveva un sistema scolastico
completamente gratuito, ma con livelli di sbarramento di gran
lunga maggiori di qualunque scuola occidentale (addirittura con
concorsi di ammissione dopo il decimo anno di studi). Dico questo
perché il diritto allo studio potrebbe essere diverso, o almeno
meno preoccupante se, come sembra profilarsi con questo livello
di applicazione della scienza, ci fosse bisogno di gente istruita
e di organizzazioni del lavoro non a piramide.
Il discorso che ho
fatto sull'organizzazione del lavoro, su come produrre, oggi è
assolutamente insufficiente, perché non ha quasi senso parlare
di cambiamenti dell'organizzazione del lavoro in una situazione
in cui invece la gente viene buttata fuori dalle attività e resta
disoccupata. Non c'è dubbio che oggi l'occupazione è il maggiore
dei problemi, il più difficile da risolvere.
Se avviassimo uno sviluppo
"riconvertito" sotto molti aspetti, se riuscissimo a
sopprimere l'industria bellica, le fabbriche inquinanti ecc..,
il numero di persone che dovrebbe cambiare lavoro sarebbe ancora
maggiore. Qui si pone un problema che si può definire di redistribuzione
del lavoro, che è il problema di fondo, il più difficile da
risolvere perché presuppone la rimessa in discussione di molti aspetti della nostra società.
Non c'è nessun dubbio infatti che c'è una produttività del lavoro
che aumenta in modo spaventoso, quindi o si riesce a redistribuire
il lavoro per tutti o ci sarà sempre di più gente che lavora tanto
e gente che non lavora per niente. Qui credo che una delle strade
sia quella della riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario,
un sistema logico e chiaro per costringere a redistribuire il
lavoro, ma durissimo da realizzare dato che i padroni da quell'orecchio
proprio non ci sentono.
Credo però che questo
non basti, perché si pone il problema di una distribuzione del
lavoro che vada al di là delle logiche del mercato, che privilegi
l'utilità sociale, insomma basata su criteri diversi da quelli
che presenta il mercato del lavoro. Credo che quindi faccia parte
di questa problematica, anche se la discussione è ancora aperta,
una redistribuzione su larga scala del lavoro di utilità sociale,
di cui alcuni aspetti già si intravedono, non è completamente
un sogno (il servizio civile è un esempio).
Una riflessione ulteriore
potrebbe porsi l'idea di un'estensione dei servizi civili, dei
lavori socialmente utili, addirittura con l'obiettivo di soddisfare
i bisogni fondamentali di tutti. In questo modo un pezzo delle
attività delle persone potrebbe andare, attraverso una scelta
a monte, fuori della logica del mercato, perché avrebbe come fine
quello di soddisfare i bisogni fondamentali di tutti.
Dobbiamo però aggiungere
che è pericoloso preoccuparsi dei bisogni fondamentali solo dei
poveri, perché questo rischia di creare delle distinzioni molto
forti tra i consumi e le cose di chi è povero (che sarebbe danneggiato)
e degli altri. Quindi bisognerebbe evitare di concentrarsi troppo
su una separazione fra poveri e non poveri: quindi mantenere un
servizio sanitario nazionale e non pensare a medicine gratuite
e ospedali solo per i poveri. Tanti anni fa, nell'800, quando
si parlò di scuola elementare gratuita, ci fu una discussione
simile a quella di oggi sul servizio sanitario nazionale: c'era
qualcuno che diceva "Perché dobbiamo dare la scuola elementare
gratis a chi se la può pagare? Concentriamo gli sforzi sulla scuola
per i poveri" e qualcun altro, saggiamente, rispondeva "No,
bisogna rendere l'istruzione elementare gratuita per tutti, anche
per chi se la potrebbe pagare, perché si
deve dare la stessa scuola sia ai ricchi che ai poveri".
Questo discorso ricorda moltissimo alcuni discorsi di anni più
recenti: "Anche ad Agnelli
diamo l'ospedale gratis?"-
"Sì, anche ad Agnelli
, perché altrimenti imbocchi una strada contraddittoria: ci sarà chi avrà
un ospedale di scarso livello e chi sarà legittimato a pagarsi
un ospedale di lusso".
Queste considerazioni
veloci valgono per i bisogni fondamentali: ma non possono essere
estese a tutti i bisogni, o a moltissimi bisogni, perché il discorso,
al di là dei bisogni fondamentali, è completamente diverso. Questo
accade perché gli altri bisogni non sono dati: i bisogni fondamentali
grosso modo (con svariati mutamenti storici) riguardano il fatto
che siamo tutti esseri umani abbastanza simili, con gli stessi
bisogni. Invece al di là dei bisogni fondamentali i bisogni non
sono più dati, e non sono più la somma dei bisogni individuali,
perché dipendono dai rapporti che si stabiliscono tra le persone.
Questa è una constatazione
divertente, che ho fatto frequentando gente diversa, ed è una
cosa a cui non si pensa mai: le persone molto impegnate (politicamente
ecc..) hanno spontaneamente dei modelli di consumo diversi (indipendentemente
da scelte di 'austerità' fatte per motivi religiosi o altro),
per una ragione così banale che mi vergogno a dirla: non hanno
l'ossessivo problema di occupare il loro tempo libero o di comprarsi
un giocattolo nuovo ogni settimana, man mano che l'industria glielo
fornisce, perché hanno un altro modo di impiegare il loro tempo.
Questa idea che mi è venuta in mente, via via l'ho verificata:
la persona che cerca di realizzare il comunismo, quella che cerca
di vivere la vita evangelica e così via, si assomigliano molto,
perché hanno una certa spontanea austerità, a prescindere dalle
scelte ideologiche, perché il loro tempo libero è fatto di molto
tempo passato con altre persone che credono nelle stesse cose
e con cui cercano di realizzare quelle cose, quindi non hanno
bisogno di un'immane quantità di industria del tempo libero per
non annoiarsi e quindi hanno dei modelli di consumo diversi.
Dunque se un pezzo
dell'alternativa si trova solo su alcune grandi scelte da fare,
un altro pezzo in realtà già esiste, e non è utopia, in persone
che hanno un raggruppamento, che fanno cose in cui credono e già
rappresentano un modello di vita con consumi diversi.
Su questo punto ci
sono sempre state due diverse culture e sensibilità, che non si
riassumono facilmente nei nomi delle varie forze, perché spesso
all'interno delle stesse ci sono le due diverse sensibilità: c'è
chi, parlando di alternativa, parlando di trasformazione del mondo,
ha in mente soprattutto grandi obiettivi egualitari, ha in mente
soprattutto la soddisfazione dei bisogni di tutti e quindi è interessato
anche alla grande scala politica, alle grandi scelte politiche,
a quello che consente l'industria per la soddisfazione su larga
scala, mentre c'è un altro pezzo di sinistra che invece è sensibile
prima di tutto al problema del potere dal basso e alla costruzione
di diversi rapporti qui ed ora tra le persone, quindi alla scala
locale.
Io credo che oggi ci
siano forse maggiori nessi fra alcune grandi scelte tecnologiche,
produttive (ad es. soddisfare i bisogni fondamentali di tutti)
e una serie di nuovi bisogni già comparsi a livello di comunità.
Se queste due prospettive - su cui non mi soffermo - potessero
in qualche modo collegarsi, forse chi vuole trasformare il mondo
scoprirebbe di essere un po' meno debole di quanto risulti dalle
aritmetiche elettorali. Certo è che i collegamenti fra queste
prospettive sono tutti da inventare. Io, come scelta individuale
recente, penso che ci vogliano sia forme di collegamento completamente
diverse (di tipo reticolare), sia partiti di massa. Tutto è da
inventare, ma essenzialmente partendo dal modo in cui si collegano
le persone. Da lì comincia il ripensamento.
Questa crisi che stiamo
vivendo non è solo italiana, ma problemi analoghi si stanno verificando
un po' dappertutto, anche negli Stati Uniti e in Giappone. In
genere c'è una diffusa tendenza alla separazione tra quelle che
dovrebbero essere le istituzioni che rappresentano i cittadini
e le persone reali, che le avvertono sempre più lontane.
Una cosa che ricordo
sempre, perché mi sembra che lo scordiamo troppo facilmente, è
che negli Stati Uniti la metà delle persone ha deciso che i partiti
politici fanno così schifo che non vale nemmeno la pena di fare
una passeggiatina per andare a votare. Questa cosa la dimentichiamo
continuamente: in America la metà delle persone nelle elezioni
più importanti (le presidenziali) - e i 2/3 nelle elezioni di
mezzo termine - non vota. Ogni volta che parliamo di democrazia,
questo aspetto, cioè il problema di chi rappresenti i cittadini
che non vanno a votare,
tendiamo subito a ridurlo a problemi interni al Paese in questione.
Questo atteggiamento
lo attribuisco al fatto che mi sembra un po' sparita una certa
critica di sinistra alla democrazia liberale, che non può riassumere
da sola i bisogni della gente, i modi di decidere le cose. Anche
qui consentitemi un'ultima citazione del vecchio Marx
, il quale aveva dato, delle istituzioni rappresentative, della democrazia
parlamentare, che lui aveva già di fronte (per es. la Costituzione
americana era la stessa di quella che c'è oggi, salvo qualche
emendamento), un giudizio che non è stato secondo me recepito
dal marxismo successivo - il quale rapidamente si è diviso tra
quelli che consideravano le istituzioni parlamentari l'unica forma
possibile di democrazia e quelli che dicevano "sono tutte
una truffa, noi invece facciamo la rivoluzione armata e le facciamo
fuori". Invece in Marx
non c'è affatto questa alternativa,
ma c'è una cosa molto più acuta, anche se più sottile: Marx
vedeva, nell'avvento della
democrazia liberale, da una parte un grandissimo progresso, fuori
discussione, rispetto a quello che c'era prima, e dall'altra vi
vedeva una specie di strano sdoppiamento tra l'uomo reale e il
cittadino astratto. Cioè vedeva che in questo sistema veniva completamente
separata la persona reale, con la sua vita, la società in cui
è immersa, dalla figura del cittadino, che si autogoverna - del
tutto al di fuori della sua vita reale - solo andando a votare
periodicamente. Secondo Marx
c'era qualche cosa che non andava proprio nel voto totalmente
individualistico e separato dalla vita quotidiana.
Ci tengo a dire che
dovremmo ripensare la parola "democrazia" e soprattutto
le forme individualistiche di questa democrazia, l'idea che essa
sia una cosa che deve essere messa in atto da soli e separatamente:
c'è qualcosa di sbagliato che va ripensato. Oggi noi concepiamo
il referendum come la forma massima di democrazia: questo è molto
pericoloso, perché se oggi proponessimo un referendum per introdurre
la pena di morte
esso passerebbe a larghissima maggioranza, perché chi va nella
cabina elettorale non si sta occupando di sé, ma di un disgraziato
che sta nel braccio della morte, con cui pensa non avrà mai a
che fare nella vita, sta occupandosi di una cosa che vede al cinema,
non sta affrontando nessun rapporto che lo riguardi. Per questa
ragione forse una decisione come quella sulla pena di morte non
va lasciata ai cittadini isolati. Se non ci poniamo questo genere
di problemi ci troviamo poi disarmati, perché una volta che le
cose sono passate è più difficile metterle in discussione, come
è successo per certi referendum elettorali a cui abbiamo "gioiosamente"
assistito.
Docente di Economia
Politica presso l'Università degli Studi di Siena
26/01/1995
C'è da chiedersi innanzitutto
se problemi come la disoccupazione siano da considerare come mali
inevitabili, da addebitare ai lavoratori che si ostinano a pretendere
salari troppo alti, o se invece si tratti di qualcosa di curabile
attraverso interventi governativi che non rendano necessaria una
diminuzione dei salari. Questo è un primo gruppo di questioni
per le quali aderire ad una scuola teorica o ad un'altra fa una
grande differenza. Mi soffermerò su questa differenza e poi parlerò
del problema del debito pubblico che è la questione di cui si
più si parla in Italia. Come vedremo, anche in questo caso ci
si chiederà: il debito pubblico nel nostro Paese va o no azzerato
in tempi brevi, mediante un attivo del bilancio dello Stato -cioè
tramite entrate dello Stato superiori alle spese?
Il punto da cogliere
è