L’attuale periodo storico

inga_gattodi Emir Sader www.guerrepace.org

L’America latina scenario privilegiato dell’alternativa postneoliberista

L’attuale periodo storico ha preso il via dal convergere di tre cambiamenti di carattere regressivo: il passaggio da un mondo bipolare a uno unipolare, sotto l’egemonia imperiale statunitense; il passaggio da un ciclo lungo espansivo del capitalismo a uno lungo di carattere recessivo; il passaggio dall’egemonia di un modello regolatore (keynesiano, del benessere sociale o come lo si voglia chiamare) al modello neoliberista, deregolatore, del libero mercato.

Il trionfo del blocco a direzione Usa ha prodotto un mondo unipolare con l‘indiscutibile egemonia di un’unica superpotenza e la sconfitta e scomparsa dell’altra, situazione mai vista prima: cessa il ruolo di freno all’espansione imperiale Usa e diventano possibili le guerre degli ultimi due decenni, alcune definite “umanitarie”, in violazione alla sovranità dei paesi, cosa che non accadeva dalla prima guerra mondiale.

La nascita del mondo unipolare permette al blocco occidentale e in particolare agli Stati uniti di appropriarsi militarmente ed economicamente di territori insperabili come Cina, Russia e i paesi dell’Est europeo, che vengono inglobati nell’economia di mercato, e di incorporare all’Ue e alla Nato paesi già membri del Patto di Varsavia. Si configura così un sistema mondiale unico, sul piano economico, politico e militare, sotto la direzione statunitense: un unico impero mondiale – certo con contraddizioni e dispute interne – che lancia guerre contro le zone di resistenza alla sua dominazione (Jugoslavia, Iraq, Afghanistan).

Il passaggio dal ciclo lungo espansivo, di crescita fortissima dell’economia mondiale e di consolidamento dell’egemonia economica occidentale, al ciclo lungo recessivo non ha significato semplicemente la diminuzione radicale dei ritmi di crescita, ma anche la sostituzione della crescita come tema centrale dell’economia con quello della stabilità: da una formula “sviluppista” a una conservatrice. Inoltre viene introdotto, sempre come centrale, il concetto di “ingovernabilità”, che esprimerebbe il conflitto tra le condizioni di produzione e le domande dell’economia, riflesso del ciclo lungo recessivo e dei diritti accumulati durante decenni di espansione economica.

Questo stesso conflitto è stato il responsabile dell’esplodere delle crisi inflazionarie, in particolare nei paesi della periferia. In questo iato si è insinuato il Fmi, con prestiti in cambio di carte di intenzioni che hanno imposto duri aggiustamenti fiscali e aperto la strada allo Stato minimo e alle politiche neoliberiste.

Il terzo fattore, l’egemonia dei modelli neoliberisti, con una capillarità di diffusione mai raggiunta prima, discende da questa transizione di ciclo lungo. I programmi neoliberisti hanno consolidato su scala mondiale la nuova relazione di forze iniziata con la fine del bipolarismo. Con la globalizzazione e i suoi programmi di deregolamentazione, liberalizzazione economica, privatizzazioni, precarizzazione delle relazioni di lavoro e Stato minimo vengono alterate in modo radicale le relazioni di forza tra paesi del centro e della periferia e, all’interno di ogni paese, tra le classi sociali.

Si intensifica la concentrazione economica e di potere a favore delle potenze globalizzatrici e a discapito dei paesi della periferia. Alcuni, come Messico, Russia, Tigri asiatiche, Brasile e Argentina, vittime di accelerati processi di apertura economica, passano attraverso crisi di carattere neoliberale. Si modificano anche e radicalmente in ogni paese i rapporti interni tra le classi a favore di quelle dominanti, grazie alle politiche di precarizzazione del lavoro, all’umento della disoccupazione e alla frammentazione del mondo del lavoro.

Per il confluire di tutti questi fattori questo mutamento di epoca rappresenta un’alterazione di grandi proporzioni nelle relazioni di forza su scala mondiale, con particolari riflessi in ogni regione e in ogni paese.

L’egemonia degli Stati uniti li ha resi l’unica superpotenza politica mondiale, con interessi in ogni angolo del mondo e politiche per ogni necessità e luogo, la cui superiorità militare è incommensurabile. La vittoria nella guerra fredda ha significato anche il trionfo ideologico dell’interpretazione del mondo del campo del vincitore.

Per il campo socialista lo scontro centrale della nostra epoca era tra socialismo e capitalismo; per il campo imperialista tra totalitarismo e democrazia: sconfitti prima i totalitarismi nazista e fascista, poi quello comunista, sarebbe ora la volta di quello islamico e terrorista.

Con il trionfo del campo occidentale sono scomparse dall’orizzonte storico contemporaneo le alternative, le proposte anticapitaliste. Cuba, a seguito del crollo del campo socialista e dell’Unione sovietica, per resistere inaugura il “periodo especial”. La Cina sceglie la via dell’economia di mercato.

Democrazia liberale diventa sinonimo di democrazia; l’economia capitalista si dissolve nella cornice di una supposta economia internazionale di mercato. È la vittoria di una specifica visione del mondo e di un determinato modo di vivere: “il modello di vita nordamericano” diventa l’elemento di maggior forza dell’egemonia statunitense sul mondo che non lascia praticamente nessun angolo del pianeta – dalla Cina alla periferia delle grandi metropoli – immune dalla sua influenza.

CRISI DI EGEMONIA USA

Se questo è l’elemento di maggior forza, la sfera economica è tra i punti più deboli. La deregolamentazione economica promossa dal neoliberismo ha favorito la speculazione finanziaria accelerata e generalizzata che ha prodotto la finanziarizzazione delle economie. Questo processo, caratteristico di momenti di stagnazione come l’attuale, solitamente segna le fasi finali dei modelli egemonici.

L’attuale crisi, che colpisce profondamente ed estesamente l’economia degli Stati uniti, da cui si è allargata al resto del mondo, nasce proprio dalla debolezza dell’egemonia del capitale finanziario e si manifesta poi come recessione economica aperta. Una crisi che produce una recessione lunga e profonda nelle economie del centro, senza avere la capacità di risolvere il problema – la finanaziarizzazione dell’economia – alla radice.

Gli Usa, unica superpotenza con un forte predominio sul piano militare, non sono in grado di risolvere due guerre contemporaneamente (Iraq e Afganistan), ma malgrado le loro debolezze nessun’altra potenza o coalizione di potenze può competere con loro. Allo stesso modo, malgrado sia ormai esaurito, non si vede al momento nessun modello che possa sostituire quello neoliberista, che non è una semplice politica governativa che può anche cambiare da un momento all’altro, ma un sistema egemonico che, oltre alle profonde radici economiche, include valori, ideologie, cultura.

Siamo dunque arrivati alla fine del paradigma neoliberista e della capacità egemonica degli Stati uniti, ma non ci sono ancora alternative in grado di imporsi. Proprio nel momento in cui il capitalismo rivela più chiaramente i suoi limiti anche i cosiddetti “fattori soggettivi” di costruzione delle alternative per il suo superamento sono in grave crisi.

Siamo a una crisi di egemonia in cui il vecchio non si rassegna a morire e il nuovo non ha la forza di nascere per sostituirlo. Il vecchio sopravvive essenzialmente grazie a due fattori: le politiche internazionali di libero commercio, moltiplicate da istituzioni come Fmi, Bm, Omc, e, all’interno di ogni paese, l’ideologia del consumo, dei centri commerciali, del mercato; è invece ostacolato dall’egemonia del capitale finanziario nella sua forma speculativa che non solo frena la possibilità della ripresa di un nuovo ciclo espansivo dell’economia ma promuove anche l’instabilità per permettere la libera circolazione del capitale finanziario. Ma comunque non si vede all’orizzonte un modello alternativo a quello neoliberista.

La costruzione di alternative si scontra con una struttura economica, commerciale e finanziaria internazionale che riproduce il libero commercio propizio alle politiche neoliberiste, e con un’ideologia consolidata nelle forme di comportamento e di accesso ai beni di consumo nella vita quotidiana delle persone.

MODELLI ALTERNATIVI IN AMERICA LATINA…

I paesi dell’America latina hanno sofferto direttamente il passaggio al nuovo periodo storico: praticamente tutti sono stati vittima di crisi del debito e sono entrati nel circolo vizioso delle crisi fiscali, di prestiti e carte di intenti del Fmi, indebolimento dello Stato e delle politiche sociali, egemonia del capitale finanziario, contrazione della crescita economica, instabilità monetaria e aggiustamenti fiscali. Colpita pienamente da queste trasformazioni, l’America latina è diventata il continente privilegiato degli esperimenti neoliberisti.

Le dittature militari hanno distrutto la capacità di resistenza dei movimenti popolari alle politiche di concentrazione della rendita, soprattutto nei paesi in cui avevano maggior forza, come Brasile, Cile, Argentina e Uruguay, e preparato il cammino per l’egemonia delle politiche neoliberiste.

Dal Cile di Pinochet alla Bolivia del Mnr, dalle forze nazionaliste, come in Messico e Argentina, ai partiti socialdemocratici come in Venezuela, Cile, Brasile, queste politiche sono state imposte in modo generalizzato da quasi tutto lo spettro politico. Gli anni Novanta hanno visto il predominio dei governi neoliberisti, alcuni prolungati nel tempo (come il Pr in Messico, Menem in Argentina, Cardoso in Brasile, Fujimori in Perù, Pinochet e la concertazione Ps-Dc in Cile); altri sono stati interrotti da movimenti popolari (come in Bolivia ed Ecuador), o sono falliti (come nel Venezuela di Ad e Copei). Parallelamente si producono crisi nelle principali economie della regione (Messico 1994, Brasile 1999, Argentina 2001-2002).

Cominciano allora a insediarsi governi eletti dal voto di rigetto del neoliberimo, a partire da Chávez nel 1998, seguito da Lula nel 2002, Tabarè Vazquez nel 2003, Kirchner nel 2003, Morales nel 2005, Correa nel 2006, Funes nel 2009.

Un così chiaro spostamento a sinistra nel voto in tanti paesi metteva in luce come il continente avesse sofferto delle politiche neoliberiste: non ci sono mai stati tanti governi progressisti contemporaneamente in carica né in America latina, né altrove.

L’opzione per i processi di integrazione regionale contro i trattati di libero commercio e l’attenzione alle politiche sociali sono gli aspetti che accomunano questi governi nati da sconfitte delle politiche neoliberiste. Sono anche i due punti di maggiore fragilità dei governi neoliberisti, le cui logiche di apertura economica favoriscono le politiche e i trattati di libero commercio e privilegiano aggiustamenti fiscali e stabilità monetaria rispetto alle politiche sociali.

… PROPONGONO UNA NUOVA SINTESI

Sono proprio le politiche sociali a dare legittimità ai governi “progressisti” che, tutti, soffrono una forte opposizione da parte del monopolio dei media privati, ma che fino a ora sono stati confermati al potere dai settori più poveri delle nostre società.

All’interno di questa cornice comune alcuni – Venezuela, Bolivia, Ecuador – si differenziano perché avanzano più chiaramente nella direzione della costruzione di modelli alternativi al neoliberismo. Sono arrivati al governo combinando sollevazioni popolari con strategie elettorali, ma dopo l’elezione si sono proposti di rifondare lo stato cercando di costruire una nuova strategia per la sinistra latinoamericana: né la via tradizionale delle riforme, né la lotta armata, ma la combinazione delle due in una nuova sintesi.

Dal lato opposto si trovano i paesi che hanno privilegiato i trattati di libero commercio – come Messico, Cile, Perù, Colombia e Costa Rica. Il Messico è stato il primo paese a firmare un accordo di libero scambio con Stati uniti e Canada; per il momento ci guadagnano gli Usa, ora destinatari del 90% del commercio estero messicano.

L’attuale crisi economica permette di valutare il significato delle due differenti modalità di partecipazione al mercato internazionale. Il Messico, per esempio, paese paradigmatico per essere stato il primo a seguire il cammino che gli Stati uniti indicavano per tutti i paesi del continente, ha avuto la peggior regressione economica della regione con il crollo di circa il 10% del Pil nel primo semestre di quest’anno. Paga un prezzo caro la dipendenza commerciale dagli Usa, epicentro della crisi, che attraversano una recessione profonda e prolungata le cui ripercussioni negative ricadono sul Messico.

Un paese come il Brasile invece, con un’economia abbastanza simile a quella messicana, può uscire piuttosto rapidamente dalla crisi per aver diversificato il commercio internazionale – al punto che il suo principale partner commerciale non sono più gli Stati uniti ma la Cina – e contemporaneamente intensificato il commercio interregionale – in modo molto cospicuo con Argentina e Venezuela, ma in generale con tutti i paesi che partecipano di processi di integrazione regionale -, ma soprattutto ha allargato enormemente il mercato interno del consumo popolare. È stato questo il principale responsabile del rapido superamento della crisi che ha permesso per la prima volta che anche durante una crisi recessiva le politiche di ridistribuzione del reddito e di estensione dei diritti sociali venissero confermate.

Dopo una fase di espansione relativamente rapida dei governi progressisti la destra ha recuperato una certa capacità di iniziativa e cerca di riconquistare il potere per mettere in pratica politiche di restaurazione conservatrice. Dal tentativo di colpo di stato in Venezuela nel 2002, passando attraverso le offensive contro i governi di Brasile, Bolivia, Argentina, la destra tenta di collocare la sua potenza economica e mediatica al servizio della ricomposizione della sua forza politica sconfitta dai governi progressisti.

Possiamo prevedere che nel continente la crisi di egemonia tra un mondo vecchio e superato ma che non si decide a morire – quello dei programmi neoliberisti – e un mondo nuovo che ha difficoltà a sopravvivere – quello dei governi postneoliberisti – non si risolverà a breve. Le prossime elezioni, specialmente in Brasile, Bolivia, Uruguay e Argentina, definiranno se i governi “progressisti” sono stati una parentesi nella lunga sequenza di governi conservatori o se potranno consolidarsi  e approfondire i processi per la  costruzione dell’alternativa postneoliberista di cui l’America latina è uno scenario privilegiato.

Da: agenciacartamaior.uol.com.br, América Latina y el período histórico actual, 31-10-2009. Trad. e adatt. di Marina Vallatta.

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